Lina Wertmüller, sul set non si fece mai problemi a litigare con i suoi attori

Se potessi vivrei fino a 150 anni. Non mi dispiacerebbe diventare nonna». Lina Wertmüller scomparsa qualche giorno fa a Roma a 93 anni, parlava così al nostro giornale nell’estate del 2020. L’avevamo sentita per l’Oscar alla carriera, ricevuto prima della pandemia, e anche per sapere come stesse affrontando questo momento storico così speciale e difficile che l’aveva costretta, lei così vitale ed energica, a considerare anche le proprie fragilità.

«Me ne sono stata sempre in casa con mia figlia Maria perché ho paura», ci aveva detto al telefono dal suo bell’appartamento che affaccia su Piazza del Popolo, a Roma. «Mi dispiace solo di non avere tutti i soliti amici per casa». Lei che di vero nome faceva Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich (un nome infinito come molti titoli dei suoi film), figlia di papà avvocato con ascendenze nobili e mamma romana, ha avuto una vita piena: dopo la guerra, cinquant’anni di carriera, oltre venti film, produzioni a teatro e in Tv, un Oscar mancato nel 1977 (ma fu la prima donna regista in nomination nella storia del cinema), l’incontro con i più illustri registi e attori italiani.

«Non si può paragonare questa pandemia alla guerra», ci confidò. «Lì il nemico è visibile, qui non sai da dove ti può aggredire». Una reclusione forzata senza rinunciare ai vezzi della femminilità: «Mi faccio dipingere le unghie da mia figlia, non ci si può lasciar andare». Carattere tosto, sul set e fuori, la Wertmüller si era fatta strada in un mestiere che, negli anni del Dopoguerra, era prerogativa maschile. Grazie all’amica Flora Carabella, moglie di Marcello Mastroianni, aveva conosciuto Federico Fellini di cui era diventata aiuto regista per La dolce vita e 8 e 1/2. «Ricordo che quando giravamo gli facevo da guardia del corpo», ci raccontò Lina, «perché aveva molte pretendenti e io le mandavo via».

Dopo il sodalizio con Fellini – che fu anche suo testimone di nozze con lo scrittore e sceneggiatore Enrico Job – Lina divenne la prima regista donna a emergere in Italia. Si scelse un attore-feticcio, Giancarlo Giannini (l’attore ha più volte detto che le deve la carriera), e con lui girò film memorabili, da Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) a Travolti da un insolito destino in un azzurro mare d’agosto (1974), di cui Madonna fece un remake, fino a Pasqualino Settebellezze (1975), per cui sfiorò l’Oscar.

Tutti film tra il grottesco e la commedia che hanno raccontato un’Italia in piena trasformazione, il divario tra Nord e Sud, il ruolo della donna che cambiava. «Non è stato facile farmi largo in un mondo maschilista», diceva la regista a Gente. «È capitato anche a me, ai miei tempi, di ricevere delle avances. Ma mi sono sempre difesa, non per niente ho la fama di una che mena: una volta ho lanciato una patata a un produttore ».

Una caratteristica che l’ha resa famosa anche tra gli attori e che ha accompagnato la sua carriera quasi quanto il vezzo degli occhiali con la montatura bianca di cui aveva una collezione di cinquemila pezzi. «Luciano De Crescenzo aveva l’abitudine di alzare il dito indice quando stava recitando», raccontò Lina. «Dopo diversi rimproveri mi avvicinai e a quel dito diedi un bel “mozzico”». Un alterco simile mise fine anche alla collaborazione con Monica Vitti. «Non voleva infilarsi una tuta per una scena e l’aveva fatta a brandelli con le forbici, allora presi l’abito da sera azzurro che trovai nel suo camerino e gli feci fare la stessa fine».

Tanto caparbia sul lavoro – maniaca dei dettagli, era capace di lavorare anche dodici ore di seguito – Lina Wertmüller si trasformava una volta varcata la porta di casa, quando riabbracciava l’amato marito Enrico, scomparso nel 2008. «Ho avuto la fortuna di vivere un amore travolgente per ben 44 anni. Lui mi ha sempre sostenuto in tutto e la nostra vita era piena di bellezza e di risate». Un lungo sodalizio allietato da una figlia, adottata a pochi mesi dalla regista e dal marito nel 1990, quando la Wertmüller aveva già 62 anni e che fece da comparsa in molti suoi film successivi. «La bimba che gattonava in Io speriamo che me la cavo, nel 1992, era lei», ammise la regista.

Lina raccontò quasi mezzo secolo di vita nell’autobiografia Tutto a posto niente in ordine (2019), dove aveva voluto lasciare alcune pagine in bianco, quelle del futuro. «Ho ancora progetti, alcune idee per qualche film. Ma non sul coronavirus: per raccontare le cose ci vuole distacco», concluse durante la nostra intervista. E ora ci piace ricordarla con le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Era una regista e un’intellettuale di grande finezza, che ha dato vita in tutta la sua prestigiosa carriera a film e personaggi indimenticabili».

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