Luca Barbareschi In barba a tutto

Luca Barbareschi è tornato con il nuovo programma di Rai 3 In barba a tutto, show in diretta, da lunedì 19 aprile in seconda serata per otto puntate. Con sense of humor, provocazione e confronto tratta temi avvincenti con ospiti del mondo della musica, spettacolo, cultura e politica.

Cosa ti ha spinto a ritornare alla conduzione televisiva? «Ho 65 anni, il tempo passa per tutti. Avevo molta voglia ma anche paura di tornare a fare tv ma il direttore di Rai3 Franco Di Mare ha avuto il coraggio di lavorare con me, di darmi fiducia. Non sempre succede e non sempre vanno in porto certi progetti. Torno in televisione perché sono un onnivoro di spettacolo.

Non è per noia o per altro, è perché se non faccio l’artista ogni tanto mi deprimo». Come hai voluto impostare lo show? «Lo studio ricorda un loft newyorkese, un ambiente accogliente, con un bancone, un biliardo, due poltrone e, sullo sfondo, una vista cittadina simbolo di una cultura underground.

Ogni puntata proporrà tre temi e per ogni tema un ospite. L’equilibrio della puntata vedrà personaggi famosi alternarsi ad altri meno noti al grande pubblico. Non classiche interviste dedicate alla carriera dei protagonisti, ma colloqui mirati che spazieranno dal cosmo e dall’idea romantica che da sempre ha suscitato, al body shaming in contrapposizione all’idea di bellezza che l’arte ha veicolato nei secoli; dal cibo nella sua concezione di utilizzo totale dei prodotti, al concetto di Dio veicolato tramite i social media.

A suddividere i tre grandi temi saranno monologhi, contributi video e tanta musica. La band accompagnerà esibizioni e momenti di passaggio, sottolineando le interviste e giocando con i protagonisti. Il dress code è informale, come informali saranno le interviste».

Hai deciso di impostare lo show in modalità provocatoria? «E ovvio che si deve provocare un po’ e io cerco di farlo con intelligenza e humor. Sarò provocatore, perché l’artista è un provocatore. Per fare delle cose bisogna prendere delle posizioni. Il dibattito è un’opportunità di crescita. Per proporre contenuti innovativi bisogna osare.

La bellezza della semantica, inoltre, è nella divergenza di opinioni. Forse sarà uno show ebraico nella comicità, dove chi hai davanti sai che non è un nemico ma soltanto uno che la pensa diversamente da te».

Quindi niente “politi-cally correct”? «Il politically correct è una sorta di tumore nella mentalità occidentale pieno di assurdità, tipo le regole dell’Academy Award, che obbliga ad inserire nei propri film un 30% di persone Lgbtq, attori nani ecc decontestualizzati.

Con la mentalità di oggi avremmo chiuso in carcere anche Michelangelo. Oltre al Covid, in giro c’è un altro virus più pericoloso che è quello della stupidità. T/intelligenza diventa un optional».
Tra due anni festeggerà 50 anni di carriera, molta svolta nel teatro.

In che stato di salute è il teatro oggi con la pandemia ancora in giro? «Il teatro è morto, rappresentato da gente incapace, le categorie di settore non propositive e noi artisti siamo troppo anarchici per metterci insieme. La politica è distratta, ci sono troppi temi da definire.

Il teatro deve rifinanziarsi e rialzarsi altrimenti qualche teatro morirà. Mi auguro che le sovvenzioni crescano e che Roma possa tornare ad essere la capitale della cultura e della spiritualità. Come fatto da Anica per il cinema così anche la categoria del teatro deve stimolare la politica in modo da farsi ascoltare e ottenere risultati.

E poi dobbiamo puntare alla formazione. Mi piacerebbe insegnare ai ragazzi. Ho voglia di fare teatro, non ho mai saltato una stagione in 47 anni di attività. Soffro a non recitare, è una medicina. Intanto cerco di tenere pronto il Teatro Eliseo a Roma (che dirige, ndr) per poter ripartire quando questo periodo così complesso finirà».

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