Squid Game ,o alla censura, ma fin dove può spingersi la tv?

In televisione, si sa, contano soprattutto gli ascolti e quando si produce una serie tutti sperano che abbia il maggior successo possibile ma per ottenere questo risultato troppo spesso si è disposti a sacrificare alcuni valori e a trasmettere dei messaggi che risultano negativi, soprattutto agli occhi dei bambini e degli adolescenti, i più influenzabili e che amano imitare ciò che vedono in tv.

L’ultimo caso a livello mondiale è quello di “Squid Game“ (traduzione letteraria “Il Gioco del Calamaro“), la serie coreana di Netflix fenomeno del momento che mescola disinvoltamente soldi, miseria, violenza, vessazioni, cattivi sentimenti e molto altro in un mix che ha conquistato tutti dal momento che è la serie più vista di sempre su Netflix… In “Squid Game”, infatti, un gran numero di partecipanti, per lo più molto poveri e bisognosi, sono impegnati in una specie di gioco “Un, due, tre, stella!” in cui uno solo sopravvive e gli altri vengono uccisi e trucidati nei modi peggiori da una bambola assassina. Il tutto per aggiudicarsi una cospicua somma di denaro, ovvero 45.600.000.000 won sudcoreani, circa trentaquattro milioni di euro.

Il protagonista è Lee Jung-jae che interpreta Seong Gihun, un padre disperato, sempre assente e grande scommettitore ma sfortunato sempre in fuga dai debitori. La serie è apprezzata in tutto il mondo, in particolare dai più giovani che la seguono sullo smartphone o comunque, senza un congruo controllo dei genitori. I numeri parlano chiaro e dicono che “Squid Game” a pochi giorni dalla sua uscita ha fatto registrare un record di circa 132 milioni visualizzazioni con risultati economici per tutti: l’attore protagonista ha ottenuto un guadagno di 2 milioni di euro (circa 220.000 euro a episodio), e le aziende che vestono gli interpreti della serie hanno aumentato le vendite, in particolare il modello di Vans lanciato dalla serie avrebbe fruttato ai suoi produttori un aumento del 7800% delle vendite.

Online il modello è stato cercato il 97% in più rispetto a prima che la serie lo mostrasse. Il problema è che l’emulazione non si limita all’abbigliamento ma arriva anche all’emulazione delle gesta. I casi di cronaca sono tanti, anche in Italia, che ne emulano le gesta. In una scuola di Torino alcuni bambini costringevano i loro compagni più indifesi a partecipare a delle cruente sfide come quelle viste nella serie, sostituendo le armi con righelli e penne.

Un biglietto, poi, sarebbe apparso fuori da alcune scuole elementari e medie di Roma con impresso un numero telefonico da digitare per giocare alle competizioni di “Squid Game“: molti ragazzini hanno provato a chiamare, nonostante il parere contrario di genitori ed insegnanti. A questo proposito la petizione online “Fermiamo lo Squid Game: giochi mortali emulati dai bambini”. della fondazione “Carolina Onlus“, nata in memoria di Carolina Picchio, l’adolescente che si tolse la vita qualche anno fa perché vittima di cyberbullismo, ha già raccolto quasi 10.000 firme mentre i pedagogisti sconsigliano i genitori di guardarla con i figli e raccomandano di non farla proprio visionare dai più piccoli.

Qualcosa che in parte era già accaduto con altre serie tv, tipo “Romanzo Criminale”, “Gomorra”, “Baby”, “Game of Thrones”, i cui contenuti hanno spesso avuto un pessimo effetto sui telespettatori più giovani con molti di loro spinti a copiare le gesta di quelli che sono diventati i loro eroi. Perché i personaggi negativi, i cosiddetti “villain“ hanno una presa maggiore, soprattutto in un’età dove la ribellione è fondamentale e ovvia per la crescita e la formazione dello spirito critico.

Il problema è che ultimamente si punta più su questi che sui modelli positivi. Anzi, anche i supereroi vengono dipinti nel loro lato oscuro, peggiore, negativo, e per fare un esempio la differenza fra Batman e Joker non è così netta.

Questo piace al pubblico e i produttori, che devono guadagnare da un prodotto, sono ben felici di seguire questo filone ma con quali effetti? Quando i modelli sono Harley Quinn, il Joker o i boss mafiosi allora cambia tutto. Gli adulti (alcuni, non tutti) possono capire le frasi di registi e sceneggiatori come “mostriamo l’umanità dei cattivi“ ma i più giovani hanno questa forza? È vero che la tv e il cinema non devono educare, quello spetta alla scuola e soprattutto alle famiglie, ma ha un potere emulativo enorme e ha un maggiore effetto una serie come “Squid game“ a tanti insegnamenti familiari che a quell’età vengono presi come imposizioni del potere. Insomma, non si può invocare il ritorno alla censura, ovvio, l’arte deve essere libera di esprimersi ma servirebbe anche un investimento educativo più importante del parental control o del pallino rosso perché, per dire, “Squid Game” è vietato ai minori di 14 anni eppure Silvia Svanera, preside di una scuola di Rignano sull’Arno, vicino a Firenze, ha denunciato in una circolare che «I bambini più piccoli giocano a “Squid Game” e diventano violenti ». E non è l’unica.




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