Ricordi chi è Michela Noli ammazzata dall’ex marito a casa della madre e padre: La storia ad Oggi è un altro giorno


Dicono che Michela è sempre con loro. Come se la sua stanza fosse rimasta com’era l’ultima volta che l’ha visitata.

Il cuscino di Michela Noli contiene ancora alcuni dei suoi indumenti da notte: un piumino coperto di fiori neri e una coperta con cuori bianchi. Cinque animali di peluche, per lo più gatti, sono disposti sul letto. La camera da letto non è stata toccata dalla notte in cui è stata uccisa; ogni cosa è al suo posto, come se si aspettasse che Michela torni da un momento all’altro. Ma non è mai tornata. Invece, il 15 maggio 2016, il marito ha brutalmente accoltellato Michela, poi si è tolto la vita. Le aveva detto di scendere al piano di sotto per un ultimo saluto: voleva darle una valigia con tutti i suoi effetti personali. “Ho detto a mia figlia di non scendere”, racconta Paola, la madre di Michela. “Ma lei ha detto che sarebbe tornata subito; voleva solo prendere quella valigia e tornare subito di sopra”.

In una fredda giornata di gennaio, Massimo si affaccia alla finestra e vede Michela salire sulla sua auto. L’auto partì, lasciando dietro di sé il marito. Non potevano accettare la decisione di lei di lasciarlo; per giorni aveva pedinato ogni sua mossa. Aveva inviato messaggi agghiaccianti agli amici: “La pugnalerò al cuore e poi mi infilerò il coltello in gola”. Ma nessuno pensava che l’avrebbe fatto davvero. I loro corpi sono stati trovati senza vita nell’auto parcheggiata lungo il fiume Arno.

Michela nel giorno del matrimonio

Michela vive ancora nel cuore e nella mente di Paola, che dipinge per esorcizzare il dolore. Michela veglia su Paola da ogni angolo della casa. Michela è viva nei suoi ricordi. A due anni si addormentava con il Canto della Genesi; proprio qui, in questa strofa, si addormenta ogni sera su un cuscino ricamato con le parole: “Ti amo”. Max e Paula sono commossi dall’esperienza della perdita della figlia. Cantano insieme nei locali con i nomi d’arte di Max e Paula, che si amano ancora, forse più di prima.

Michela era stata una persona semplice, così mite e combattiva. La madre, Paola, ricorda la sua infanzia con Michela: “Quando aveva 30 anni ed era sposata, la vedevamo poco”, ricorda Paola, “così per starle vicino mi sono iscritta alla sua stessa palestra. Ci vedevamo quasi tutti i giorni; i i suoi abbracci sono rimasti qui, dentro di me”. Sulla porta d’ingresso, le calamite che ha portato dai suoi viaggi: quella a forma di surf dalle Maldive, quella a forma di asino dalla Sardegna, quella a forma di boomerang dall’Australia dove era stata in viaggio di nozze. E poi quello di Edimburgo, dove aveva festeggiato il suo trentesimo compleanno con la madre.

Da quando Michela non c’è più, lottano per salvare altre vite: le mostre in beneficenza, le panchine rosse nel quartiere, la maratona nel suo nome. E poi la proposta di legge che potrebbe salvare altre donne. «Gli amici e i genitori dell’omicida sapevano quello che aveva in mente di fare, ma hanno taciuto sottovalutando quei messaggi. Vogliamo una legge dove l’omissione di conoscenza diventi reato». Partirà a breve una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare. E poi la musica, sempre la musica, ad incendiare cuori. In salotto c’è una pianola, una chitarra, l’angolo bar come fosse una discoteca. Perfino le luci psichedeliche. Si vive per onorare chi ci lascia. E quella canzone scritta per lei, dalla madre, e dalla madre cantata. «So che stasera tornerai, come sempre, e quella porta aprirai ed entrerà l’amore». Michela non entra più da quella porta, ma è come se entrasse ogni sera, perché in questa casa l’amore si respira come vento. C’è dolore tra queste mura, ma genera bellezza.

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