Gianluca Vialli era intelligente in campo come nella vita, allegro in campo come nella vita


Il tempo ha deciso di intromettersi nelle festività, portando con sé un’ombra nera. Ha fatto irruzione nel mondo del calcio, nel momento in cui tutti tornano a sentirsi come bambini, durante le festività natalizie. La morte non tollera la gioia e l’allegria, per questo ha colpito alcune figure importanti del mondo del calcio come Pelé, Ernesto Castano, Mario Sconcerti, Sinisa e Gianluca.

La scomparsa di persone che non si conosce personalmente può generare un dolore poetico e straordinario, come un’ondata di dolcezza che accompagna l’uscita di scena di questi eroi senza volerlo, come un ringraziamento collettivo. Sinisa e Luca, in particolare, hanno condiviso la loro malattia senza nasconderla o considerarla una colpa da occultare, inoltre non hanno accettato la litania dei luoghi comuni riguardo la lotta contro il cancro.

Luca Vialli, una persona descritta come gentile, accogliente e piena di “senso”. L’autore suggerisce che la vera “Waterloo” non è morire in una battaglia, ma vivere una vita piena di odio e rancore. Vialli è descritto come un leader, come il suo amico Sinisa, entrambi descritti come persone rare e speciali.

Luca è stato un vero “uomo fortunato”. La sera del suo successo al Campionato Europeo, aveva realizzato la previsione che mi aveva fatto in un’intervista dell’ottobre precedente. Nonostante il cancro fosse dentro di lui da tempo, non ha mai smesso di essere allegro, spiritoso e compassionevole. Giocava a calcio con lo stesso entusiasmo con cui viveva la sua vita. Vialli era un attaccante unico nel suo genere: aveva la forza di compiere gesti atletici potenti, ma anche l’astuzia e la velocità di effettuare tocchi sottili. Era intelligente e gioviale in campo come nella vita. L’allegria non è spensieratezza, come si pensa, ma è segno di una persona consapevole del mondo che la circonda.

Ha scelto di diffondere gioia e non amarezza. Questo è il significato della vita di Luca, dall’inizio alla fine. Ha voluto aiutare chi lo ha ispirato e divertito, e lo ha fatto attraverso la Fondazione che ha creato con Massimo Mauro, che si occupa di combattere la SLA. Ha anche cercato di insegnare ai giovani calciatori l’importanza della maglia azzurra. A tal fine ha realizzato un opuscolo intitolato Azzurro, che riportava citazioni di calciatori italiani sul valore profondo di quel colore. L’opuscolo iniziava con un’affermazione decisa che mi sembra quasi di sentir pronunciare con il suo tono ironico: “Squadre azzurre, niente teste di cazzo”. Luca ha raggiunto l’eccellenza in tutto ciò che ha fatto, anche nel compito più difficile di tutti: lasciare questo mondo. La sua eredità rimarrà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *