​​


Dall’inferno venezuelano all’Italia: connazionali liberati parlano di ‘vita in acquario’ e trattamenti peggiori delle bestie



Dopo mesi di prigionia in Venezuela, Alberto Trentini è finalmente tornato a casa. La sua liberazione è avvenuta dopo un lungo periodo di isolamento e sofferenza all’interno del carcere di El Rodeo, dove ha vissuto esperienze traumatiche. Trentini descrive la sua detenzione come un vero e proprio incubo, caratterizzato da condizioni disumane e da un ambiente di paura costante.



La cella in cui era rinchiuso misurava circa quattro metri per due, condivisa con un compagno, e dotata di un bagno alla turca. “Dovevi fare tutto davanti a tutti, se eri fortunato, perché l’acqua arrivava soltanto poche ore al giorno,” racconta Trentini. I materassi erano sporchi e infestati da scarafaggi, mentre le zanzare costringevano i detenuti a dormire bardati, affrontando il caldo torrido dell’estate e il freddo gelido dell’inverno. La paura delle torture, che si diceva avvenissero in un’altra parte della struttura, aleggiava costantemente nell’aria.

Durante il suo isolamento, Trentini aveva a disposizione solo una Bibbia in spagnolo. L’ambasciatore non era riuscito a portargli i libri preparati, e le uniche distrazioni erano le lunghe partite a scacchi con pezzi fatti di carta igienica. La mancanza di libertà e di comunicazione con l’esterno ha contribuito a rendere la sua esperienza ancora più opprimente.

Dopo la sua liberazione, Trentini si è trovato a bordo di un Gulfstream G600, utilizzato dai Servizi per riportarlo in Italia. Accanto a lui c’era Mario Burlò, il suo compagno di prigionia, e il direttore dell’Aise, Gianni Caravelli, insieme ad altri agenti che avevano lavorato per la sua liberazione. Durante il volo, Trentini ha cercato di recuperare le forze, gustando un piatto di pollo al limone e carciofi alla romana, mentre si chiedeva se in Italia facesse freddo.

La procura di Roma, trattandosi ufficialmente di un arresto e non di un sequestro, non ha aperto alcun fascicolo per il momento. Tuttavia, non è escluso che in futuro si renda necessario ascoltare i racconti di Trentini e Burlò, poiché le loro esperienze potrebbero rivelare dettagli inquietanti sulla loro detenzione.

I racconti di Trentini rivelano che, sebbene non abbia subito violenza fisica, la sua prigionia è stata caratterizzata da un’“alienazione” e un degrado che hanno avuto un impatto profondo su di lui. “Non ho subito alcuna violenza fisica,” ha ripetuto agli agenti durante il volo, ma ha descritto come la struttura di El Rodeo fosse in grado di “non ucciderti in un giorno, ma di cambiarti in silenzio.”

La tortura psicologica era una costante, con la minaccia di essere trasferiti in un’area nota per le torture fisiche. Trentini ha confermato di essere stato portato in un luogo chiamato “La Pecera”, l’Acquario, dove i detenuti politici venivano messi in mostra. “Bisogna stare seduti su una sedia, immobili. Quasi nudi. Al freddo. Per più di sedici ore senza poter fare nulla,” ha raccontato, descrivendo una forma di tortura bianca che lo ha segnato profondamente.

Le condizioni di vita nel carcere erano insostenibili. Trentini e il suo compagno di cella non sapevano nulla dell’evoluzione della situazione politica in Venezuela, nemmeno che Nicolás Maduro fosse caduto. Quando finalmente sono stati liberati, indossavano solo magliette a maniche corte e pantaloncini, e non avevano idea delle temperature esterne.

La liberazione di Trentini segna un nuovo inizio nella sua vita, ma le cicatrici psicologiche della sua esperienza rimarranno a lungo. La comunità internazionale ha seguito con attenzione il suo caso, e ora ci si aspetta che le autorità italiane prendano in considerazione le testimonianze di Trentini e Burlò per comprendere meglio le atrocità che si verificano nei carceri venezuelani.



Add comment