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Ho fatto cacciare di casa il mio migliore amico: fingo di consolarlo



Dall’altro capo della linea c’è stata una pausa densa di terrore: «Caleb… Dio mio. Claire mi ha detto che riceveva messaggi intimidatori da un’utenza anonima da due giorni. Procedo con la segnalazione al dipartimento di polizia metropolitana di Austin e richiedo l’intervento della task force d’emergenza.»



La mattina seguente il cielo sopra il Texas orientale era plumbeo e carico di pioggia estiva. Alle undici e quaranta ho imboccato la statale provinciale verso il vecchio deposito di legname dismesso alla periferia industriale della città. Il cancello di rete metallica era accostato, e la vecchia berlina di Dustin era parcheggiata a ridosso dell’hangar principale, nascosta tra le cataste di assi marcite e i rottami di vecchi carrelli elevatori.

Sono sceso dal mio veicolo lasciando il motore al minimo, infilando le mani nelle tasche del giubbotto leggero mentre il vento umido sollevava polvere e segatura bagnata. All’interno della struttura il buio era rotto soltanto dai fasci di luce che filtravano dalle lamiere forate del tetto. Dustin era in piedi al centro dell’area di carico, con la giacca aperta, la fondina in bella vista e una sedia di metallo ribaltata ai suoi piedi.

«Sei venuto davvero,» ha detto voltandosi verso di me con un sorriso stravolto dalla mancanza di sonno. «Mason e Greg mi hanno mandato un messaggio dicendo che stavano arrivando. Saranno qui tra cinque minuti.»

Mi sono fermato a dieci metri da lui, osservando l’ombra degli pneumatici bagnati sull’asfalto esterno: «Non arriverà nessuno, Dustin. Ho chiamato io Mason e Greg stamattina alle otto per dirgli di non avvicinarsi a questo posto per nessun motivo.»

Il volto di Dustin si è pietrificato all’istante, mentre una smorfia di pura confusione cominciava a scavargli le guance: «Cosa… cosa stai dicendo? Perché li hai avvisati?»

«Perché non sono stati loro a mandare quelle foto a tua moglie,» ho risposto facendo due passi lenti in avanti, con una voce limpida, risonante e priva della benché minima esitazione. «Non è stato Mason, e non è stato Greg. Sono stato io, Dustin. Sono stato io a raccogliere ogni tuo messaggio schifoso, ogni tua ricevuta d’albergo e ogni tua foto con Brianna per recapitarla a Claire.»

Il silenzio che è calato nel capannone era così totale che si udiva distintamente il gocciolio della pioggia che cadeva sui fusti di metallo nell’angolo. Gli occhi di Dustin si sono spalancati fino a sembrare due fessure bianche, mentre il respiro gli si bloccava nella strozza: «Tu? Tu sei il mio migliore amico dai tempi della prima liceo… abbiamo condiviso la stanza al college… ti ho fatto da testimone di nozze quando ti sei sposato!»

«E tu hai usato me e gli altri come alibi per fare il porco mentre tua moglie piangeva sul letto con vostro figlio neonato!» gli ho urlato contro, lasciando che mesi di disgusto represso esplodessero finalmente alla luce del sole. «Ti sei vantato per settimane di averla ingannata, ridevi mentre ci descrivevi i particolari intimi dei tuoi tradimenti, e poi tornavi a casa pretendendo che lei ti servisse la cena a tavola! Mi facevi schifo, Dustin. Mi facevi schifo ogni singola volta che ti sentivo pronunciare il nome di quella famiglia che non meritavi nemmeno di guardare!»

L’uomo ha emesso un ruggito animale, portando la mano destra alla fondina per estrarre la pistola: «Ti ammazzo, bastardo! Ti ammazzo con le mie mani!»

Prima che la sua mano potesse afferrare l’impugnatura dell’arma, i portoni laterali dell’hangar sono stati sfondati con un boato fragoroso: sei agenti dell’unità d’intervento speciale della polizia di Austin sono piombati nella struttura con i fucili tattici spianati e i puntatori laser rossi fissati sul torace di Dustin.

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