Il messaggio sul telefono era lacerante nella sua brevità e minacciosa nella sostanza. «Non sei il primo a cadere. Preparati.» Rimasi immobile, il pollice che ancora sfiorava lo schermo, il cuore che accelerava senza un perché preciso. Cosa significava? Chi poteva volermi male, così, con un messaggio freddo e disumano? E perché, soprattutto, a me?
Sospirai, provando a scacciare la sensazione di gelo che mi stava risalendo per la schiena. La finestra tremolava sotto la pioggia, i rumori del traffico si mescolavano al rintocco sordo delle gocce concentrate sul tetto. Il silenzio mi stringeva più forte di prima. Cercai di mettere ordine nelle informazioni che avevo accumulato in quei mesi: le minacce, le ricerche di Thomas, il coinvolgimento di Marie, il passato oscuro di Gabe. E ora questo. Era diventato un groviglio inestricabile di paura, dolore e paranoia.
Poggiando il cellulare sul tavolo, girai lo sguardo verso la scatola delle medicine di Cleo. Mi sentivo come se fossi in bilico sul bordo di un abisso reale, qualcosa che avrebbe potuto inghiottirmi senza lasciare tracce. Eppure, in fondo, una parte di me era stranamente sollevata: finalmente qualcosa di concreto stava succedendo. Non era più solo un tormento privato.
Qualche ora più tardi, decisi di sedermi al computer e ricapitolare tutto, riprendere i contatti e cercare di mettere a fuoco almeno un dettaglio utile. Marie era sparita da qualche giorno e Thomas non rispondeva al telefono. Gabe era sparito anche lui, senza avvertire. La rete di persone su cui avevo contato sembrava dissolversi esattamente nel momento in cui avevo più bisogno di loro.
Mi misi a scrivere, annotando ogni cosa: i sospetti, le scoperte, i segnali che avevo colto nei loro occhi. La calligrafia a tratti tremolante tradiva la mia agitazione. Nel vuoto della stanza si insinuava un peso che non riuscivo a scrollarmi di dosso.
Poi, improvvisamente, il computer si bloccò. Lo schermo si oscurò completamente, salvo un messaggio lampeggiante in bianco: «Non cercare oltre.» Il colpo fu violento. Mi alzai di scatto, guardai nervosamente fuori dalla finestra, come se qualcuno potesse essere nascosto dietro le tende più spesse.
Quella notte dormii poco, con la sensazione che le pareti dell’appartamento fossero diventate troppo strette, che le ombre avessero occhi e orecchie. Il telefono vibrò ancora, ma non si vedeva nessun mittente. Solo numeri strani, mai prima d’ora. Telefonate mute, squilli incessanti che mi facevano sobbalzare.
Al mattino, prese il telefono e chiamai Gabe. La linea si aprì dopo tre squilli. La sua voce, rauca e appena udibile, mi fece concentrare su un filo di speranza: «Alex, ascolta… è più grosso di quello che immagini. Ci sono cose che non ti posso dire per telefono. Vieni da me, ma… stai attento.»
Non era proprio un invito, più un avvertimento mascherato. Accettai, nonostante tutto.
Quando varcai la soglia del piccolo appartamento di Gabe, l’atmosfera era tesa. L’aria odorava di sigarette spente male e vecchio caffè. Gabe mi guardò con quei suoi occhi scavati, pieni di un misto di paura e determinazione.
«Non posso fare molto qui,» disse, «ma ho raccolto qualche documento che potrebbe aiutarti a capire il quadro completo.» Tirò fuori dalla tasca un pacchetto di fogli ingialliti e stampati in fretta. Erano rapporti nascosti, email intercettate, fotografie di incontri e scambi con persone dai visi sfocati, nomi codificati, file criptati che parlavano di un progetto farmaceutico che andava ben oltre Cleo.
Mi sedetti sull’unica sedia della stanza, aprendo lentamente quelle carte. Le parole sembravano uscite da un film di spionaggio: manipolazione genetica, esperimenti clinici non autorizzati, lobby farmaceutiche che avevano investito milioni per insabbiare dati e indagini. La molecola dentro le medicine della gatta non era solo un effetto collaterale, ma una porta d’accesso per controllare la mente umana.
«Mi hanno spiegato tutto mentre ero dentro,» sospirò Gabe. «Io sono uscito fuori per un pelo, ma molti sono scomparsi. Nel mio lavoro d’insegnante avevo un doppio ruolo, raccoglievo informazioni, aiutavo chi scappava… Qui non siamo di fronte a una semplice droga o una medicina, è qualcosa di simile a una bomba ad orologeria psichica.»
La dimensione della cosa mi travolse, mi toglieva il respiro. Respirai a fatica, sentendo la gola stringersi. «Ma… perché usarla su animali?»
«Per testarla,» rispose secco. «Nessuno vuole correre rischi con pazienti umani all’inizio, ma la molecola agisce senza distinzioni. Se funziona su un organismo complesso come quello di Cleo, pensa cosa potrebbe fare a noi.»
Gabe mi passò una mano sulla spalla, forte ma al tempo stesso un’ancora in quel mare d’incertezze. «Alex, devi smettere di giocare con quelle medicine. Devi fermarti, prima che qualcun altro ti fermi sul serio.»
Quella sera, tornando verso casa, il cielo sopra Vancouver era una distesa di luci sfocate, riflessi sulla strada bagnata. Ogni passo era un turbinio di pensieri confusi. La realtà era diventata più sfocata, più pericolosa di quanto avessi mai immaginato.


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