Quando aprii la porta, trovai un biglietto sotto la mattonella d’ingresso, scritto con una calligrafia nervosa e quasi illegibile: «Non fidarti di Gabe. Non tutti hanno il tuo bene in mente.»
Le gambe mi tremarono. Mise insieme la scena, il messaggio anonimo, la doppia faccia di Gabe svelata a metà, e quel senso di tradimento che non sapevo nemmeno essere pronto a provare.
Andai nel soggiorno, guardando la scatola bianca delle medicine. Le pillole erano ancora lì, lucide e fredde sotto la luce del lampadario. Un simbolo di ciò a cui ero legato, della prigione che mi costruivo giorno dopo giorno.
Decisi di affrontare Thomas il giorno dopo, ma quando chiamai la sua clinica, un giovane assistente mi rispose secco: «Il dottore Thomas non lavora più qui. Ha lasciato la città senza preavviso.»
La solitudine si fece improvvisa e gelida.
Non avevo più appigli, nemmeno un vero alleato. Il confine tra chi voleva aiutarmi e chi tramava alle mie spalle si era dissolto in un labirinto di sospetti e paure.
La sera, mentre fissavo un’ultima pillola, il telefono squillò. Stavolta era Marie.
La sua voce era rotta, quasi spezzata. «Alex, devi uscire subito da lì. Non sei più solo un caso clinico o una vittima. Ti stanno cercando…»
E il silenzio che seguì fu peggiore di ogni minaccia esplicita.
«E il silenzio che seguì fu peggiore di ogni minaccia esplicita.»
Rimasi immobile, il telefono stretto tra le mani come fosse l’ultima ancora rimasta. “Marie?” cercai di dire qualcosa, ma la linea squillò una volta, poi si interruppe. Il vuoto dall’altra parte era reale come il peso sul petto.
Chiusi gli occhi, inspirai a fondo, cercando di mettere ordine nel caos. Lei era quella che forse mi aveva protetto più degli altri. E ora la sentivo più fragile di me, più in pericolo. Doveva avermi chiamato in preda al panico, ma perché? Cosa aveva scoperto di nuovo?
Il freddo fuori era penetrato nella stanza, e lentamente iniziai a spostare il divano verso la finestra per guardare la città che sembrava indifferente a tutto quel casino. A Vancouver quella notte sembrava che le luci oscillassero, come se anche il mondo si stesse spegnendo poco a poco.
Il messaggio anonimo, la sparizione di Thomas, le minacce a Marie, la doppiezza di Gabe: tutto iniziava ad avere un senso, ma uno senso che non volevo accettare. Forse, pensai, qualcuno si era fatto beffe di me fin dall’inizio.
La rivelazione arrivò mentre riguardavo di nuovo quei fogli ingialliti che Gabe mi aveva dato. C’era un nome ricorrente, nascosto tra le righe, un medico che avevo incontrato di sfuggita in clinica, una figura secondaria che mi era passata inosservata: la dottoressa Evelyn Shaw. Qualche settimana prima, al primo colloquio su Cleo, lei aveva suggerito un protocollo diverso, ricordavo ora, con un sorriso freddo, quasi sardonico. Mi ero fidato della versione ufficiale di Thomas, ma Evelyn sembrava sempre più presente, anche se pochi ne parlavano davvero.
Non ero sicuro di cosa aspettarmi, ma pochi minuti dopo avevo il telefono in mano di nuovo. Digitai il numero del vecchio reparto dove aveva lavorato Evelyn, sperando in un miracolo. Dall’altra parte rispose una receptionist dall’aria annoiata: «Dottoressa Shaw? Non lavora più qui da mesi. È sospesa per indagini interne.»
Il cuore saltò un battito. Non c’era solo un segreto da nascondere, ma un fallimento interno, una macchia grossa come un macigno.
Il mio telefono vibrò di nuovo. Era un messaggio, questa volta senza mittente: «Lei ti ha usato fin dall’inizio. La verità su Cleo è peggiore di quel che credi.»
Non riuscivo a chiudere le dita intorno alla scatola di medicinali, tremavo come se avessi freddo dentro. Le medicine non erano mai state solo quelle pillole a darmi quello strano sballo, ma un agente di una più grande trappola.
Il giorno dopo, mi decisi. Dovevo incontrare Evelyn. Cercai tracce da ogni parte: social media, vecchi colleghi, indirizzi. Trovai un piccolo appartamento a est, in una strada meno battuta, tra magazzini e palazzi abbandonati.
Quando bussai, una figura esile aprì la porta quasi senza sorpresa. Evelyn aveva quegli occhi secchi, taglienti, la pelle tirata, come se la vita l’avesse consumata troppo in fretta o l’avesse resa implacabile.
«Alex Riley,» disse senza emozione, «ho aspettato che venissi a cercarmi.»
Il mio cuore accelerò, la gola si seccò. «Sai cosa mi è successo, Evelyn? So tutto su quelle medicine, sui test, sulle bugie.»
Lei sorrise appena. «Certo, sono io che ho sviluppato la molecola. Quella che ha fatto di Cleo un esperimento di laboratorio vivente, senza che tu lo sapessi.»
Quella frase cadde nella mia testa come un colpo secco. «Ma perché? Perché dirmelo adesso?»
Lei abbassò lo sguardo, poi tornò a fissarmi con uno sguardo duro. «Perché non sono come gli altri. Sono stata costretta a tacere, minacciata, ma ora ho una scelta. Voglio che tu sappia la verità.»


Add comment