Harvey ha indicato la porta del laboratorio, la sua voce avrebbe potuto spezzare il vetro. «Uno degli insider. Qualcuno con accesso. Una persona che non voleva che emergesse la verità sulle connessioni di Lily con… certi ambienti.»
Ho guardato Sam, poi Harvey, le loro maschere di dura professionalità incrinarsi in fratture di paura e dolore. Il confine tra alleati e nemici si era dissolto.
«Allora cosa facciamo?» Ho chiesto, sentendo come se quella scelta mi avesse risucchiato in un vortice di responsabilità che non avevo mai immaginato.
Sam ha preso un lungo respiro, poi ha passeggiato verso la finestra, fissando l’ossario da cui ogni cosa era partita. «Io voglio giustizia per Lily, ma so che rivelare tutto potrebbe distruggere l’agenzia. Harvey vuole mantenere il silenzio per proteggere il sistema. Tu… non vuoi più giocare a nascondino.»
La tensione tra loro era come un filo teso pronto a spezzarsi, mentre io ne ero il nodo. «Quindi sono una pedina ma anche il giudice?»
Harvey ha sorriso amaramente. «Sì. Ed è per questo che devi capire cosa vuoi davvero, Alex.»
Il rumore improvviso del cellulare di Sam ha spezzato di nuovo il momento. Stavolta, però, non ha risposto. Lo ha guardato, come se aspettasse che qualcuno chiamasse dall’altro lato, qualcuno che non doveva chiamare.
Poi ho capito. Il segreto più grande non era l’omicidio o il dossier. Era il fatto che l’agenzia era già compromessa, che questa storia era più grande di noi. Che la guerra interna tra Sam e Harvey era solo una parte di una rete più vasta, forse pericolosa.
«Se lascio tutto adesso…» ho iniziato.
Sam mi ha interrotto con uno sguardo glaciale. «Non puoi, non vogliono che tu te ne vada.»
Harvey annuì lento. «Il silenzio non è una scelta per noi. È un obbligo. Ma ora, con te dentro, tutto potrebbe cambiare. O saltare in aria.»
Il peso si è scaricato sulle mie spalle. Ho sentito la nausea montare di nuovo, uno stomaco che si rivoltava come se volesse farmi vomitare via tutto.
Sono uscito dalla stanza come un automa, correndo giù per il corridoio freddo dell’agenzia. Ogni passo sembrava un rimando ossessivo della morte che avevo appena incontrato.
L’aria pesante mi soffocava mentre arrivavo nello spogliatoio, appoggiando la fronte sul muro. Cercavo un appiglio, un respiro che non arrivava.
Poi la porta si è aperta di scatto. Caleb è entrato senza dire una parola, gli occhi pieni di paura e una determinazione che non avevo mai visto prima.
«Tu cosa sai, davvero?» mi ha chiesto sottovoce.
«Più di quanto avrei voluto», ho risposto, stringendo i pugni. «E non so come uscirne.»
«Non sei solo, fratello», ha detto lui, tirandomi una mano sulla spalla. «Ma devi stare attento: non è solo un gioco, questa roba. Se sbagli, ti consumano.»
Il suo sguardo si è fatto serio, quasi paterno. «L’agenzia ha più segreti di quanto immagini. E quelli che li proteggono… non hanno intenzione di lasciarti andare.»
Quella notte non dormii. Muscoli tesi e occhi aperti a cercare risposte in un buio senza stelle.
Poi, il giorno dopo, avrebbe cominciato una nuova partita. Con regole scritte nel sangue e segreti che ti inseguono anche nel silenzio.
E io? Ero intrappolato, con la nausea che non mollava, a un passo da una verità che poteva distruggermi o liberarmi.
Sapevo soltanto che non sarei tornato indietro.


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