La gente continua a lodarmi per come tratto la bambina di lui.
Parlano di me come se fossi una figura materna perfetta.
Invece, dentro,
tengo il conto dei secondi che separano adesso
dal momento in cui lei rientrerà dalla madre.
Appena chiude la porta alle spalle,
respiro meglio.
Tutto torna al suo posto.
Mi chiamo Serena.
Trentasei anni li ho compiuti da poco.
Con Marco vivo insieme, anche se non siamo sposati.
Lui ha già vissuto un matrimonio finito con un divorzio.
Una figlia ce l’ha: Sofia, quarta elementare.
In teoria sembriamo quella famiglia nuova e aggiornata
che sta bene nelle riviste.
Quando lui lavora, esco dal mio ufficio
per prenderla davanti a scuola.
A volte le intreccio i capelli mentre guardiamo i cartoni.
Scelgo vestiti che so la faranno felice.
Addobbo casa di palloncini per il suo compleanno.
Marco mi guarda con gli occhi lucidi:
— «Da quando ci sei tu, tutto è più leggero».
Quello che non dico mai?
Lei non mi fa quell’effetto lì.
Come se dovesse essere per forza mia.
Alcuni giorni è faticoso starle vicino.
Quei fine settimana a turno in cui arriva da noi
sono sempre lo stesso film brutto.
Appena compare sulla soglia,
una morsa allo stomaco parte subito.
Non è una bambina difficile.
Solo… c’è sempre.
Fa rumore camminando.
Prende cose senza chiedere.
Mangia le patatine sul tessuto del divano.
Marco guarda solo lei.
Non distoglie mai lo sguardo.
Nella casa che credevo mia,
mi sento fuori posto.
Trattengo parole.
Spengo canzoni se non piacciono a lei.
Sorrido anche quando non va.
Quando la osservo, mi viene spesso da pensare
a quanto le assomiglia.
Non sembra un caso.
È qualcosa di più pesante.
Gli occhi sono quelli di prima.
Il sorriso pure.
Basta un gesto
e la ex moglie di Marco torna fuori
senza dire una parola.
Io resto ferma
mentre dentro cresce una sensazione sgradevole.
A volte è come se il passato di Marco
si sedesse tra noi due sul divano.
Mi accorgo che certi legami
nascono molto prima di me.
E non ne farò mai davvero parte.
Faccio finta di essere quella simpatica
perché è quello che si aspettano.
— «Guardate che bel disegno ha fatto Sofia!»
— «Dai, andiamo tutti al parco!»
Dentro, conto le ore fino alle sei di sera.
Il vero sollievo non arriva
nei momenti in famiglia sul sofà.
Arriva quando Marco la riaccompagna da sua madre.
Quando scatta la serratura,
butto fuori l’aria fino in fondo ai polmoni.
Cammino per casa,
rassetto i cuscini,
spengo lo schermo con i cartoni,
tolgo ogni cosa che ricorda lei.
Verso vino rosso nel bicchiere più vicino
e lascio che il silenzio riprenda possesso delle stanze.
Solo allora arriva una fitta al petto
così forte che sembra inghiottirmi.
A volte penso di essere una brava attrice.
Forse un giorno Marco capirà
che quello che mostro per sua figlia
non è reale,
è solo una parte che recito
per restare accanto a lui.
Ho paura che sapere quanto mi costa sorridere
lo farebbe scappare via.
Nessuno perdona a una donna
di non sentire quel legame
con i figli della famiglia.
Mi chiamo Serena.
A trentasei anni, ogni respiro sembra un passo falso.
In questa casa le pareti ascoltano troppo bene.
L’Oscar sul comodino brilla, ma non scalda.
Fingo da così tanto tempo
che il sorriso mi resta addosso come polvere.
Nessuno qui sa chi sono davvero.
Ogni giorno è una recita senza pubblico.
La maschera resta incollata
anche quando nessuno guarda.



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