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Mio compagno di cella: mi ha descritto la violenza subita da mia sorella



Le sirene d’emergenza dell’Airway Heights Corrections Center ululavano contro le pareti di cemento armato, riverberando nei condotti d’aerazione mentre l’odore acre del sangue e della polvere chimica degli estintori saturava l’aria della cella 114. Quattro agenti della squadra speciale di contenimento mi tenevano schiacciato con la faccia sul pavimento gelido, premendo gli stivali tattici sulle mie scapole e stringendomi i polsi con fascette d’acciaio fino a farmi sanguinare la pelle.



Robert Munger giaceva a pancia in su a pochi centimetri dal lavandino di ferro, con la testa appoggiata contro la base del water chimico e gli occhi vitrei spalancati verso il soffitto grigio. Il medico di turno si è alzato dopo tre minuti di massaggio cardiaco inutile, scuotendo il capo verso il tenente di custodia: «Trauma cranico facciale con sfondamento della base cranica e arresto respiratorio irreversibile. È morto sul colpo. Chiamate la polizia di Stato e il coroner della contea di Spokane.»

Non provavo terrore, non provavo rimpianto e non sentivo il dolore delle nocche spaccate fino all’osso. C’era soltanto una quiete spaventosa, un silenzio limpido e pesante che mi svuotava i polmoni mentre venivo sollevato di peso e scortato lungo il corridoio d’isolamento del blocco di massima sicurezza, sotto gli sguardi muti degli altri detenuti che si affacciavano alle fessure delle porte blindate.

Due ore dopo mi trovavo nella sala interrogatori dell’ala amministrativa, ammanettato a una barra d’ancoraggio saldata alla tavola di noce. Di fronte a me sedevano due investigatori della Washington State Patrol, con i taccuini aperti e un registratore digitale che catturava ogni parola. Accanto a loro, con il viso tirato e la divisa d’ordinanza impeccabile, c’era il capitano Miller, responsabile dei trasferimenti interni del penitenziario.

«Shane Goldsby,» ha esordito l’investigatore capo accendendo il microfono, «sei accusato di omicidio volontario premeditato di primo grado ai danni del detenuto Robert Munger. Vuoi rilasciare una dichiarazione prima che il procuratore distrettuale formalizzi la richiesta di rinvio a giudizio?»

Ho guardato dritto negli occhi il capitano Miller, notando come le sue dita tamburellassero nervosamente sulla cartella gialla dei registri d’ingresso: «Munger non è finito nella mia cella per caso. Questo istituto ospita oltre duemila detenuti divisi in quattro sezioni separate. Qualcuno ha inserito il suo codice matricolare accanto al mio nome sapendo perfettamente chi fosse e cosa avesse fatto alla mia famiglia.»

L’investigatore capo ha aggrottato la fronte, lanciando un’occhiata severa al responsabile del carcere: «Capitano Miller, come è stata autorizzata l’assegnazione di cella tra un detenuto per reati contro il patrimonio di venticinque anni e un predatore sessuale recidivo di settant’anni proveniente dal circuito di massima sicurezza?»

Miller ha deglutito a fatica, cercando di mantenere un tono burocratico che suonava vuoto e difensivo: «C’era un problema di sovraffollamento temporaneo nell’ala protetta dopo i disordini del mese scorso. Il sistema informatico ha incrociato i livelli di pericolosità e ha generato l’abbinamento in base alla disponibilità dei posti letto.»

«Il sistema informatico non c’entra un bel niente!» ho gridato facendo tintinnare le catene contro il metallo della tavola, con gli occhi che bruciavano per la rabbia. «Munger aveva con sé le copie delle denunce secretate di mia sorella, documenti che non sono accessibili ai detenuti ordinari! Chi gli ha passato quelle carte? Chi gli ha detto che il fratello della ragazza era rinchiuso nel blocco B?»

L’investigatore della polizia di Stato ha aperto la busta manila sequestrata all’interno della cella, estraendo i fogli protocollo con il timbro della cancelleria giudiziaria di Kelso. Sull’ultima pagina, allegata alla perizia psicologica del tribunale, c’era una nota interna vergata a mano con inchiostro nero, siglata con una matricola interna del dipartimento penitenziario.

La verità più marcia e calcolata stava finalmente venendo a galla: Munger non era stato trasferito per caso. Il vecchio criminale aveva accumulato debiti di gioco per oltre trentamila dollari con un’organizzazione criminale attiva all’interno delle carceri statali, guidata da soggetti legati alla gestione delle forniture private dell’istituto. Sapendo che Munger non avrebbe mai potuto saldare quel debito e che rischiava di testimoniare contro le complicità interne durante un’imminente ispezione federale, qualcuno ai vertici della custodia aveva deciso di collocarlo nella cella dell’unica persona che aveva un motivo viscerale per fargli del male, provocando intenzionalmente una reazione violenta per toglierlo di mezzo senza sporcarsi le mani.

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