Dal piccolo posto di controllo prendo il telefono, chiamo i figli degli ammalati gravi. Dall’altro capo arrivano parole dure, rabbia nuda per padri spariti senza salutare. Rientrato nella stanza, con voce calma trasformo quegli strilli in frasi dolci, promesse sussurrate. Dire la verità a chi sta lasciando questo mondo sarebbe troppo crudele.
Pietro è il mio nome.
Quarant’anni li ho compiuti da un po’.
Nel settore delle cure palliative passa il tempo mio. Guarire qui non succede, piuttosto si sta vicino fino alla fine.
Alcuni dei malati sono persone perbene.
Poi esistono gli scarti: uomini rotti dall’alcol e dalla rabbia, papà mai presenti, mamme indifferenti che hanno perso ogni figlio.
A un certo punto, quando la morfina smette di aiutare con quel peso addosso, cominciano a dirmi tutti quanti lo stesso:
«Senti mio figlio, per favore.»
Oppure: «Cerca mia moglie.»
«Vorrei solo capire… capita che si ricordino ancora di me.»
A volte penso che la mia vera funzione sia cambiare rabbia in qualcosa di calmo.
Non prendo mai buste senza permesso. Uso il telefono dell’ufficio, sempre secondo le regole. Premo i numeri uno alla volta.
Alla fine squilla e risponde un uomo adulto, forse sulla trentina.
Mi presento con nome e motivo della chiamata. Spiego soltanto:
«Suo padre sta morendo. Desidera sentirla.»
Da quel momento tutto precipita.
Sento voci tremare di rabbia:
«Quello stronzo? Mi ha rovinato la vita!»
«Ditegli che spero soffra!»
«Ditegli che non verrò mai al suo funerale!»
«Per me è morto vent’anni fa!»
Io ascolto tutto. Assorbo ogni singola parola di veleno.
Non li interrompo. Loro scaricano addosso a me ricordi pesanti da chissà quanti anni.
Dopo un po’ rispondo, piano:
«Va bene. Ora so. Lo dirò.»
Riattacco il telefono. Inspiro piano, come a buttare fuori quel veleno che mi si è ficcato nel timpano.
La porta della stanza quattro si apre senza rumore.
Lui, Giovanni, fermo sul letto, mi scruta con pupille larghe, piene di paura ma anche di qualcosa che assomiglia a una preghiera muta.
Le sue labbra tremano mentre sussurra:
«Pietro… sei tu che hai telefonato poco fa? E Marco… cosa ti ha raccontato?»
In quel momento, io divento il bugiardo di Dio.
Mi siedo sul bordo del letto, gli prendo la mano e lo guardo dritto negli occhi.
«Sì, Giovanni. Ho parlato con Marco. Piangeva.
Non riesce a venire perché il dolore di vederti così sarebbe troppo forte per lui.
Mi ha detto di dirti che ti ha perdonato.
Che si ricorda di quando andavate a pesca.
Che ti vuole bene.»
Una bugia completa.
Di pesca, Marco non ha detto nulla. Ha nominato solo botte.
Però osservo i muscoli di Giovanni che si sciolgono.
Sul monitor la linea ora va piano.
«Parli sul serio? Ricordi quello che disse sulla pesca?»
«Sì, Giovanni. Ti ha chiamato papà.
Ha aggiunto che tu non l’hai mai lasciato dentro.»
Lui abbassa le palpebre.
Una goccia cade lungo il volto stanco.
Passano centoventi minuti.
Se ne va tranquillo, come se tutto alla fine avesse trovato posto.
Non ho fatto niente di illegale.
Documenti contraffatti? Mai.
Ho raccontato una verità aggiustata qua e là.
Eppure qualcuno deve pagare, e quel qualcuno sono io.
So cose che altri ignorano:
Giovanni è morto ingannato.
A rendergliela impossibile sono stato io.
Senza dire nulla, ho impedito a Marco di mostrare al padre il male subito.
La sua occasione di rivalsa l’ho tolta io, piano.
Al posto della giustizia, ho dato pace a chi forse non la meritava.
E ora ogni respiro pesa.
Forse non dovrei farlo.
In fondo, chi mai sarei per cancellare i loro errori?
Quando hai sparso veleno, ti aspetti compagnia lungo il cammino?
Eppure, di notte, ascolto quel vuoto qui dentro e cambia tutto.
Forse la paura di morire basta da sola come castigo.
Per questo resto qui a fare quello che devo.
Ogni giorno grida mi arrivano dall’altro capo del filo,
voci spezzate di chi non ha smesso di soffrire da piccolo.
Poi entro in quella stanza
e dico parole morbide a chi sta svanendo, pieno di colpe antiche.
Il volto interiore lo aggiusto io,
nascondo i segni più neri sotto un velo leggero,
così quando partiranno avranno almeno un aspetto decente.
Pietro è il mio nome.
Quarant’anni ne ho vissuti.
A chi sta per andarsene dico bugie.
Perché quaggiù la verità non tiene in vita nessuno.
Anzi, uccide chi già crolla.



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