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Due donne, uno traditore e la distruzione totale del suo prezioso impero tecnologico



La pioggia aveva smesso appena un attimo prima che salissimo sul tetto dell’edificio. L’odore di asfalto bagnato si sposava perfettamente con quella nebbiolina sottile, una coltre che rendeva tutto ovattato, quasi irreale. Maya strinse la sigaretta tra le dita, senza mai mollare il suo sguardo da sotto il cappuccio. “Non sono più qui per odiarlo. Sono qui per non lasciare che ci uccida.” L’aria si fece pesante, carica di aspettativa.



Scendendo dal tetto, sentii una morsa nello stomaco. Non era più solo la rabbia o il dolore: era una consapevolezza fredda e bruciante, come se avessimo appena varcato il confine invisibile tra vittime e carnefici. Sapevamo dove dovevamo andare, ma il cammino era intricato, più spinoso di quanto avessimo immaginato.

“Andiamo a casa,” disse Maya con voce roca, quasi un ordine. L’appartamento era semideserto, le pareti ancora sporche dei graffiti che Simon aveva lasciato prima di andar via. La nostra base operativa improvvisata, il campo di battaglia dove saremmo tornate a disfare pezzi di quella menzogna.

Jenna ci aspettava, già china su una pila di carte e appunti sparsi sul tavolo. “Ho trovato qualcosa di grosso,” annunciò senza alzare lo sguardo, strappando un foglio ingiallito. “Simon ha usato più identità bancarie. Conti in Lussemburgo, Liechtenstein… roba da thriller.”

Alex fece un cenno, seduto di lato con l’aria stanca. “E non solo i soldi. Ci sono movimenti sospetti collegati a società di comodo, nessuna attività reale. Qualcosa da cui vuole sparire senza lasciare traccia.”

Maya mordicchiò le labbra: “Come ha fatto a coinvolgerci così a fondo? Non eravamo solo due sventurate nel posto sbagliato al momento sbagliato.” Io restai zitta, il cuore mi martellava ancora. Il fatto che il PC fosse mio, non suo, il padre di tante bugie, rendeva il tutto ancora più amaro. Simon aveva costruito una finzione anche lì, facendolo sembrare “suo” per coprire qualcosa.

“Dobbiamo organizzare tutto,” proposi, cercando di dare un minimo di ordine al caos intorno a noi. “Documenti, conversazioni, qualunque cosa che possa aiutarci a fermarlo.”

Jenna alzò lo sguardo, gli occhi scintillavano di quel cinismo che tanto amavo odiarle. “Non è un gioco per ragazze, sappiatelo. Se Simon ha le spalle coperte, non avremo scampo.”

Leo, che era appena entrato con due birre in mano, rise amaro. “Parli come se foste già al funerale del cazzo di Simon.”

Ci prese un sorriso amaro. In fondo, avevamo già sfiorato la morte simbolica: quattro vite incatenate alla disperazione, ciascuna consumata dal tradimento e dalla fuga.

Maya spalancò il laptop, aprì una cartella nascosta. “Guarda qui. Dopo che ho distrutto il PC, avevo paura di non poter più mettere mano a niente. Ma Alex ha recuperato pezzi di dati, email cancellate, anche chat criptate.” La tecnologia parlava, ammazzava la silenziosa fuga degli inganni.

Le immagini che ci mostravano erano freddi ricordi: comunicazioni tra Simon e una terza persona, riferimenti vaghi a ‘operazioni’, ‘trasferimenti’, ‘coperture’. Parole che annegavano nell’oscuro ma promettevano veleni ben più profondi del nostro tradimento sentimentale.

Rimasi senza fiato quando vidi un file chiamato “Plan B”. Lo aprii con mani tremanti, ormai convinta che dietro a quella storia non ci sarebbero state solo scuse o bugie, ma una trappola pronta a chiudersi su di noi.

“Pianificava la sparizione,” sussurrai. “Ci voleva usare, raggirare, per far perdere le sue tracce. Non solo a livello emotivo.” Nel testo, dettagli di vendite di quote aziendali intestate a società fittizie, nomi di prestanomi, accordi sigilliata in modo quasi rituale.

Maya si piegò in avanti. “Da quando abbiamo cominciato a giocare sporco, siamo entrate nel suo gioco.”

“Non siamo più vittime,” disse Jenna, finalmente senza sarcasmo. “Siamo i suoi ostacoli.”

La tensione cominciò a farsi tagliente come lama. Sapevamo che Simon ci avrebbe cercate, magari già lo faceva. “Dobbiamo muoverci prima che lui lo faccia,” dissi. “Se ha soldi nascosti, se ha amici disposti a nasconderlo, finirà per rivoltarsi contro di noi.”

Quel pomeriggio ci trasformammo in detective inquieti, cercando nelle pieghe dei file digitali e tra le conversazioni spezzate, costringendo Simon a uscire dall’ombra.

“Tieniti pronta,” disse Alex con voce bassa ma ferma. “Sta preparando una mossa. Ho intercettato un messaggio in codice, potrebbe essere un avvertimento.”

Seduta di fronte a me, Maya annuì. “Non abbiamo tempo. Se vogliamo uscirne vive, dobbiamo pensare come lui.” E per la prima volta, sentii quel gelo profondo dentro alla mia anima: la paura che quell’uomo avesse vinto davvero, anche se era scomparso.

Passammo notti insonni a ricostruire mosse e contromosse. Ogni volta che pensavamo di avere la meglio, Simon si rifugiava in un nuovo mistero, un’altra bugia da cui emergere impigliate. La rabbia era la nostra benzina, ma più si consumava, più ci rendevamo conto della trappola.

Poi arrivò il messaggio. Sul mio cellulare, senza nome, un testo criptico: “Non è mai stato solo il gioco, Clara. Guarda a destra, non a sinistra.”

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