“Quando mi ha detto che voleva che le mettessi dello smalto nero sulle unghie delle mani per coprire quella striscia verticale – ha scritto Jean nel post che è stato condiviso migliaia di volte e ripreso da tutta la stampa locale – ho subito capito che c’era qualcosa che non andava. In altri centri le avevano detto che poteva essere dovuto a mancanza di calcio, qualcosa di ereditario o che si trattava semplicemente di un ematoma dovuto a una botta. Ma non mi convinceva. Così le ho consigliato di rivolgersi a un medico“.  La donna non ha perso altro tempo e si è sottoposta ad una serie di analisi, fino alla diagnosi: si trattava di un melanoma in stato avanzato e che si era già diffuso ai linfonodi.
“Anche se molto probabilmente i cambiamenti o gli strani segni che possono comparire sulle vostre unghie non sono nulla di cui preoccuparsi – ha continuato l’estetista -, bisogna sempre prestarci attenzione. Tenete d’occhio le dita dei vostri cari più anziani e di quelli che non sono in grado di notare certi tipi di cambiamenti. La diagnosi precoce può fare la differenza”. In questo modo, ha potuto salvare la vita alla sua cliente, che ha immediatamente cominciato le cure. Al quotidiano inglese The Sun, Walayat Hussain, portavoce della British Association of Dermatologist, ha anche sottolineato come “il melanoma subunguale sia una forma abbastanza rara di melanoma caratterizzata dalla presenza di una striscia isolata e pigmentata che attraversa l’unghia e, sebbene esistano anche altre cause per spiegare tale pigmentazione, la sua presenza su una sola unghia può essere un segnale da non sottovalutare e vale sicuramente la pena farsi controllare da un medico”.

Il melanoma è la quinta neoplasia maligna più comune nel Regno Unito con oltre 13.000 casi diagnosticati nel 2011 e la sua incidenza è in rapido aumento. Nel Regno Unito esiste una certa variabilità nella pratica clinica, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo della dermoscopia e della fotografia, l’accessibilità alla biopsia del linfonodo sentinella, il dosaggio della vitamina D, le informazioni ai pazienti, le strategie di follow-up incluso l’utilizzo routinario di imaging. Gruppi di pazienti hanno riportato che ricevono informazioni inadeguate sulle possibili opzioni terapeutiche.

Ogni anno nel nostro paese 9000 persone ricevono la diagnosi di melanoma. Il melanoma tumore della pelle nasce dalle cellule che si adoperano a formare il pigmento, può nascere o direttamente sulla pelle oppure da un neo preesistente, ed è questo il motivo per cui teniamo sotto controllo i nei, sia per cogliere quelli di tipo potenzialmente pericolosi ma anche per cogliere melanoma nella sua fase iniziale che può essere confuso con un normale neo. Il neo con caratteristiche inconfondibili: asimmetria, bordi irregolari, e colore disomogenea con dimensione aumento, è un segnale che deve farci preoccupare.

In casi dubbi il demonologo sottopone il paziente ad un epi luminescenza, un occhio elettronico molto preciso. Questa pratica due obiettivi fondamentali, la prima a ridurre le asportazioni inutili, individuare le vere zone d’asportare, inoltre c’è anche la parte di software che permette di archiviare tante immagini e poter controllare oggettivamente nel tempo.

La terapia del melanoma in primo luogo chirurgica, ma la rimozione di un neo sospetto non deve preoccupare, può fare tranquillamente un intervento ambulatoriale in anestesia locale. Mediamente la zona d’asportare è il doppio della superficie del neo, l’importante trasportare il neo fino in profondità.

Questo articolo sintetizza le principali raccomandazioni del National Institute for Health and Care Excel- lence (NICE) sulla diagnosi e il trattamento dei pazienti con melanoma2. Le raccomandazioni NICE sono basate su revisioni sistematiche delle migliori evidenze disponibili della costo-efficacia degli interventi sanitari. Quando le evidenze sono limitate, le raccomandazioni si basano sull’esperienza e l’opinione del gruppo che ha prodotto la linea guida — Guidelines Development Group (GDG) — e sulle norme di buona pratica clinica. I livelli di evidenza delle raccomandazioni cliniche sono indicati in corsivo tra parentesi quadre. Anche se le raccomandazioni si applicano in particolare a setting assistenziali di secondo e terzo livello, in cui i pazienti con melanoma dovrebbero essere seguiti da team specialistici multidisciplinari, esse possono influenzare il trattamento dei pazienti anche a livello di cure primarie.

La stadiazione del melanoma è dettagliata e complessa e il sistema completo di stadiazione è disponibile online3. Le brevi annotazioni riportate sullo stadio del melanoma, utilizzate per rendere più chiaro il contesto della raccomandazione, potrebbero non essere complete.
1. Comunicazione e supporto
• Per aiutare le persone a prendere decisioni sulla propria salute, seguire le raccomandazioni su comunicazione e counseling della linee guida NICE sul miglioramento degli outcome nei pazienti con tumori della pelle, incluso il melanoma4. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa ad elevata da studi osservazionali e sull’esperienza e sull’opinione del GDG] 2. Valutazione iniziale
• Esaminare tutte le lesioni cutanee pigmentate, inviate
per valutazione o identificate durante il follow-up, attraverso la dermoscopia eseguita da specialisti esperti.

Non impiegare di routine la microscopia confocale né strumenti diagnostici assistiti dal computer. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità moderata da studi diagnostici] • Per una lesione melanocitica clinicamente atipica, che alla prima valutazione non necessita di escissione, utilizzare la fotografia basale, preferibilmente dermoscopica. Utilizzare la stessa tecnica per rivalutare l’aspetto clinico della lesione a tre mesi dalla prima valutazione, per individuare segni precoci di melanoma. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità bassa e moderata da studi diagnostici] 3. Prelievo di campioni istologici per i test genetici
Considerata l’attuale disponibilità di trattamenti efficaci per pazienti con malattia metastatica, hanno assunto una crescente importanza i test genetici su campioni istologici, finalizzati a identificare mutazioni (es. BRAF) predittive della risposta terapeutica. Ai pazienti candidati alla terapia sistemica:
• Prescrivere test genetici utilizzando un campione di tessuto di melanoma secondario (metastatico) o di melanoma primitivo, se il campione secondario non è disponibile o è di cellularità inadeguata. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da moderata a elevata da studi diagnostici] • Non prescrivere, al di fuori di una sperimentazione clinica, test genetici per gli stadi IA-IIB del melanoma primitivo alla presentazione (spessore <4 mm con ulcerazione o >4 mm di spessore, senza ulcerazione, senza diffusione).
• Per il melanoma primitivo in stadio IIC (>4 mm di spessore, senza diffusione, ulcerato), prendere in considerazione i test genetici.
• Per il melanoma primitivo in stadio III (diffusione ai linfonodi o dei vasi linfatici cutanei o sottocutanei afferenti a quei linfonodi, metastasi “in transit”) prendere in considerazione i test genetici su tessuto metastatico. Se il materiale disponibile è insufficiente, può essere necessario eseguire i test genetici sul tumore primitivo. [Raccomandazioni basate sull’esperienza e l’opinione del GDG] 4. Trattamento del deficit di vitamina D
Molti pazienti con melanoma, al momento della diagnosi presentano una carenza di vitamina D, ma generalmente vengono invitati ad evitare l’esposizione al sole per ridurre il rischio di ulteriori melanomi. Considerata l’importanza della vitamina D, in particolare per le ossa, dovrebbe essere evitata un’ulteriore riduzione dei livelli, ma al tempo stesso anche una supplementazione inappropriata.
• Misurare i livelli di vitamina D al momento della diagnosi in tutti i pazienti con melanoma.
• Ai pazienti con livelli di vitamina D non ottimali consigliare l’integrazione e il monitoraggio in accordo con le linee guida NICE sulla vitamina D5.
[Raccomandazioni basata su evidenza di qualità da moderata a/ molto bassa da studi osservazionali] 5. Indagini per la stadiazione
Il ruolo della biopsia del linfonodo sentinella – sentinel lymph node biopsy (SLNB) – è controverso e il suo utilizzo di routine è molto variabile. Considerato che non tutti i pazienti necessitano di test di imaging di routine al momento della diagnosi:
• Non prescrivere test di imaging o SLNB in pazienti con melanoma in stadio I con spessore di Breslow <1 mm.
[Raccomandazione basata su evidenze di qualità da molto bassa ad elevata da studi osservazionali e sull’esperienza e sull’opinione del GDG] • Considerare la SLNB come un test per la stadiazione, piuttosto che come una procedura terapeutica nei pazienti con melanoma in stadio IB-IIC, con spessore di Breslow >1 mm e fornire informazioni dettagliate a voce e per iscritto sui possibili vantaggi e svantaggi (box 1). [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da molto bassa ad elevata da studi osservazionali e su analisi di costo-efficacia] • Proporre la TAC per la stadiazione ai pazienti con melanoma in stadio IIC non sottoposti a SLNB, a pazienti con melanoma in stadio III (metastasi linfonodali o in transit) o con sospetto melanoma in stadio IV (metastasi a distanza). Includere una imaging cerebrale nei pazienti con sospetto melanoma in stadio IV. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da molto bassa ad elevata da studi osservazionali e sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Considerare la risonanza magnetica total body per bambini e giovani (età 0-24 anni) con melanoma in stadio III o con sospetto melanoma in stadio IV. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da molto bassa ad elevata da studi osservazionali e sull’esperienza e l’opinione del GDG] 6. Trattamento
6.1. Stadio 0-I-II
Riguardo i margini di escissione:
• Considerare un margine clinico >0,5 cm per escissioni di melanoma in stadio 0 (in situ), ma se l’escissione non raggiunge un margine istologico adeguato discutere l’ulteriore gestione con il team multidisciplinare specializzato. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità bassa da studi randomizzati]

• Eseguire l’escissione con un margine clinico >1 cm nei pazienti con melanoma in stadio I (spessore <2 mm) e >2 cm per pazienti con melanoma in stadio II (spessore 1.01-2 mm se ulcerato, o spessore >2 mm). [Raccomandazione basata su evidenze di qualità bassa da trial randomizzati] 6.2. Stadio III: diffusione ai linfonodi o metastasi in-transit
La gestione dei linfonodi coinvolti – identificati mediante SLNB, test di imaging o esame clinico – è controversa, determinando variabilità della pratica clinica.
• Considerare la linfoadenectomia radicale (rimozione dei linfonodi locali residui) nei pazienti in cui la SLNB evidenzia micrometastasi e offrire loro informazioni dettagliate, verbali e scritte, sui possibili vantaggi e svantaggi (box 2). [Raccomandazione basata su evidenza di qualità molto bassa da studi osservazionali] • Proporre la dissezione linfonodale terapeutica nei pazienti con melanoma in stadio IMB-IMC, linfonodi palpabili o invasione linfonodale rilevata mediante test di imaging. [Raccomandazione basata su evidenza di qualità molto bassa da studi osservazionali] • Non proporre la radioterapia adiuvante a pazienti con malattia in stadio IIIA o per quelli con melanoma in stadio IIIB o IIIC, a meno che la riduzione del rischio di recidiva locale sia superiore al rischio di gravi effetti avversi. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osservazionali] 6.3. Stadio IV (metastasi a distanza)
Molti pazienti con metastasi saranno trattati con una terapia target in linea con le linea guida NICE su dabrafe- nib, ipilimumab e vemurafenib6-9. Tuttavia, alcune situazioni richiedono soluzioni diverse:
• Per il trattamento di pazienti con oligometastasi (metastasi di entità limitata, per le quali è possibile procedere con ablazione o chirurgia) far riferimento al team multidisciplinare specializzato in tumori cutanei, per le raccomandazioni sulla stadiazione e la terapia. [Raccomandazione
basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osservazionali] • Considerare il trattamento chirurgico o altri trattamenti ablativi (comprese radioterapia stereotassica o radio- embolizzazione) per prevenire e controllare i sintomi, consultando team multidisciplinari specializzati in relazione alla sede (es. cervello o ossa). [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osser- vazionali] • Discutere con il team multidisciplinare specializzato in tumori cutanei il trattamento di pazienti con melanoma e metastasi cerebrali. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Inviare i pazienti con melanoma e metastasi cerebrali, che potrebbero essere eleggibili per la chirurgia o la radioterapia stereotassica, a team multidisciplinari specializzati sui tumori cerebrali e del sistema nervoso centrale per la decisione sul trattamento. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG] La chemioterapia citotossica può esere indicata per i pazienti non eleggibili alle terapie sistemiche target:
• Considerare la dacarbazina nei pazienti con melanoma metastatico in stadio IV, se l’immunoterapia o la terapia target non sono indicate. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità alta o da trial randomizzati e su analisi di costo-efficacia] • Non proporre ulteriore chemioterapia citotossica per melanoma metastatico in stadio IV ai pazienti precedentemente trattati con dacarbazina, se non nell’ambito di un trial clinico. [Raccomandazione basata su evidenza di qualità elevata da trial randomizzati] 7. Follow-up dopo il trattamento
• Tutte le strategie locali locali di follow-up dovrebbero essere finalizzate a rinforzare i consigli sull’autovalutazione (di cute e linfonodi) e a promuovere la salute dei pazienti con melanoma e delle loro famiglie, prevedendo informazioni sull’esposizione al sole, per evitare la deplezione di vitamina D (in linea con la linea guida NICE sulla vitamina D)5 e programmi per la cessazione dal fumo. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osservazionali e sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Dimettere i pazienti con melanoma in stadio 0 dopo la fine del trattamento. [Raccomandazione basata su evidenza di qualità molto bassa da studi osservazionali, e sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Per i pazienti con melanoma in stadio IA (<1 mm di spessore, senza diffusione né ulcerazione né mitosi), considerare un follow-up della durata di 12 mesi con 2-4 visite di controllo. Non prescrivere di routine test di screening come parte del follow-up, comprese indagini radiologiche ed esami ematochimici. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osser- vazionali e sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Per i pazienti con melanoma in stadio IB-IIB (di qualunque spessore se non ulcerato, di spessore <4 mm se ulcerato senza diffusione) o in stadio IIC (spessore >4 mm, ulcerato senza diffusione) con SLNB negativa, considerare un follow-up della durata di 5 anni con visite di controllo ogni 3 mesi per i primi tre anni dalla fine del trattamento, e ogni 6 mesi per i successivi due anni. Non prescrivere di routine test di screening come parte del follow-up, comprese indagini radiologiche ed esami ematochimici). [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osservazionali e sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Per i pazienti con melanoma in stadio IIC senza SLNB, oppure con melanoma in stadio III (coinvolgimento dei linfonodi), considerare un follow-up della durata di 5 anni con visite di controllo ogni 3 mesi per i primi tre anni dalla fine del trattamento e ogni 6 mesi per i successivi due anni. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osservazionali, su analisi di costo- efficacia e sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Per i pazienti con melanoma in stadio IIC senza SLNB, oppure con melanoma in stadio III eleggibili per terapia
sistemica a seguito di riscontro precoce di metastasi, considerare la sorveglianza mediante test di imaging come parte del follow-up, nell’ambito di un trial clinico sul valore della diagnostica per immagini regolarmente eseguita, oppure se c’è la disponibilità di effettuare un follow-up radiologico ogni sei mesi per tre anni. Discutere con il paziente i possibili vantaggi e svantaggi del follow-up radiologico. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osservazionali, su analisi di costo-efficacia e sull’esperienza e l’opinione del GDG] • Per i pazienti con melanoma in stadio IV (metastasi a distanza) definire un follow-up personalizzato. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi osservazionali e sull’esperienza e l’opinione del GDG] 8. Potenziali ostacoli all’implementazione
La dermoscopia non viene utilizzata di routine in tutte le strutture in cui si valutano le lesioni pigmentate, pertanto occorre acquistare l’attrezzatura e formare il personale. La vitamina D viene raramente misurata e non vi sono certezze sulle migliori modalità per gestirne i livelli subottimali. La linea guida del Scientific Advisory Committee on Nutrition in corso di pubblicazione, sarà di aiuto. Non tutti i team multidisciplinari specializzati prescrivono la SLNB e quando lo fanno non sempre permettono di scegliere se eseguirla o meno. In entrambi i casi occorre modificare la pratica, sia nel modo in cui questa opzione viene discussa con i pazienti, sia nella sua reale erogazione dove oggi non è disponibile.
9. Quali raccomandazioni per la ricerca futura?
Il GDG ha identificato le seguenti priorità per la ricerca futura:
• Nei pazienti con lesioni spitzoidi atipiche, qual è l’efficacia dell’ibridazione a fluorescenza in situ (FISH), dell’ibridazione genomica comparativa e del test per individuare mutazioni dei driver, rispetto al solo esame istopatologico, nel predire la sopravvivenza specifica per la malattia?

• Nei pazienti con lentigo maligna (stadio 0 su cute fotodanneggiata, di solito al volto), qual è l’efficacia della chirurgia micrografica di Mohs, a fronte dell’escissione con un margine clinico di 0,5 cm, nel prevenire la recidiva locale a cinque anni, istologicamente confermata?
• Nei pazienti trattati per stadi di melanoma ad alto rischio II e III, la regolare sorveglianza mediante diagnostica per immagini riduce la mortalità tumore-specifica, rispetto al solo follow-up clinico?
• Nei pazienti con melanoma stadio I-III, i supplementi di vitamina D aumentano la sopravvivenza?
• Nei pazienti con diagnosi di melanoma, la terapia farmacologica di condizioni concomitanti riduce la mortalità tumore-specifica?

Il melanoma è un tumore maligno ad alta aggressività che si sviluppa dal melanocita, la cellula responsabile della produzione della melanina, pigmento che determina il colore della nostra pelle e dei nostri nei. Esso può originare sia dal melanocita dell’epidermide o del derma, sia dai nevi me- lanocitari congeniti o acquisiti (20-50% dei casi) e, in particolare, dai nevi atipici. Il melanoma rappresenta la terza neoplasia più frequente in Italia, facendo registrare nel 2014 quasi limila nuovi casi.
Quasi sempre questo tumore attraversa una fase di crescita radiale piuttosto lunga alla quale segue una fase di crescita verticale generalmente molto rapida. Fanno eccezione i cosiddetti melanomi nodulari d’emblée’ che rappresentano il 15% circa dei casi e hanno, da subito, la crescita verticale. Queste ultime forme, generalmente molto aggressive, interessano perlopiù la testa, il collo e il dorso, pur essendo possibili in altre sedi.
Purtroppo, nonostante le numerose campagne di prevenzione ed informazione messe in atto negli ultimi anni sia nel nostro Paese sia in buona parte del resto del mondo, l’incidenza del melanoma continua ad aumentare.
Negli uomini si registra un aumento del 3,6%/anno e nelle donne del 3,7%/ anno. Si assiste inoltre a un sempre maggiore interessamento delle fasce d’età più basse, dato in contrasto con le statistiche dei decenni passati. I più recenti dati Istat (2011) indicano in 1.807 i decessi per melanoma nel nostro Paese (1054 fra gli uomini e 753 fra le donne).
Questi dati si spiegano, quasi certamente, con le abitudini di vita ma anche con nuovi fattori ambientali e genetici. Tra le prime va annoverata l’aumentata esposizione ai raggi UV sia naturali (sole) sia artificiali (lampade abbronzanti). Tra i fattori ambientali un ruolo predominante ha sicuramente il “buco” nell’ozonosfera e, secondo alcuni studi recenti, anche l’esposizione ad altri tipi di radiazioni .
Queste abitudini scorrette, sommate spesso ma non sempre alla predisposizione familiare (altri casi di melanoma in famiglia) e al fototipo chiaro, determinano, secondo dati scientifici sempre
più copiosi, l’aumento dell’incidenza che è stato osservato. Purtroppo il melanoma resta, ad oggi, un tumore molto temibile per la sua aggressività ma, a differenza di altri tipi di neoplasia, presenta l’indubbio vantaggio di consentirci un ottimo standard di prevenzione attraverso l’abbinamento della visita clinica specialistica all’esame video- dermatoscopico in epiluminescenza.
Questo esame, comunemente ma impropriamente noto come “mappa dei nei”, si realizza attraverso l’uso di una luce apposta sulla cute che, mediante un sistema di lenti di ingrandimento collegate a una telecamera e infine ad un monitor, consente di osservare la struttura delle singole lesioni.
Questo sistema permette di stabilire se i nei oggetto di studio sono a rischio di sviluppo di melanoma o meno e, quindi, di eseguire l’asportazione chirurgica delle lesioni dubbie o pericolose prima che queste degenerino o, in alternativa, di riconoscere e asportare melanomi in fase di sviluppo molto iniziale che non si sarebbero, altrimenti , potuti individuare a occhio nudo.

I melanomi vengono distinti in base alla prognosi in:
• melanomi in situ (neoplasia intraepidermica);
• melanomi sottili (neoplasia che supera la m. basale con spessore entro 1mm sec. Breslow);
• melanomi spessi (neoplasia con spessore >1mm sec. Breslow).
La prognosi dei melanomi in situ, dopo exeresi chirurgica, è molto favorevole, con una sopravvivenza di quasi il 100% a 10 anni.
La sopravvivenza in caso di melanoma sottile, è del 95% circa a 5 anni e dell’87% a 10 anni. Per il melanoma spesso la sopravvivenza scende proporzionalmente all’aumentare dello spessore dello stesso al momento della diagnosi. In caso di spessore superiore ai 4mm sec. Breslow, la sopravvivenza va dal 67,4% a 5 anni al 57,9% a 10 anni.
Appare, dunque, evidente quanto sia fondamentale che il paziente si rivolga al dermatologo laddove esistano lesioni dubbie all’osservazione del medico curante e assolutamente prima che queste presentino modifiche rilevanti che, molto spesso, corrispondono già ad una evoluzione del neo in melanoma.
La terapia del melanoma in fase avanzata è ancora oggi una sfida difficile. Infatti esso, nella fase metastatica, fa registrare alti tassi di mortalità; tuttavia nuovi trattamenti di immuno- oncologia puntano a “riarmare” il sistema immunitario allo scopo di combattere il tumore. Il recente Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) tenutosi a Chicago ha sancito che l’immuno-oncologia è la nuova arma a nostra disposizione per il trattamento anche di questo tumore e che essa si affianca, a pieno titolo, a terapie tradizionali come chirurgia e chemioterapia.
Sulla scorta dei risultati già molto buoni ottenuti nelle sperimentazioni eseguite con gli anticorpi monoclonali in monoterapia, l’ipilimumab e il nivolumab, che attivano il sistema immunitario contro il tumore, i ricercatori hanno messo a punto uno studio che ha combinato, insieme, i due farmaci. Entrambi, infatti, stimolano il sistema immunitario, agendo in momenti diversi della risposta immunitaria, contro molecole differenti, il CTLA4 per l’ipilimumab e il PD1 per il nivolumab. L’efficacia della combinazione dei due farmaci è tale da consentire di raggiungere il 55% di risposta rispetto al 40% raggiunto in regime di monoterapia.
Il futuro della terapia del melanoma in fase metastatica è, dunque, nella combinazione di più farmaci immuno-oncologici, in grado di offrire a questi pazienti opzioni di maggiore efficacia. Un’altra frontiera della terapia del melanoma oggi allo studio è rappresentata dall’uso di un virus erpetico che, privato del gene che causa l’herpes, viene modificato con l’aggiunta di un altro gene che agisce stimolando la risposta immunitaria: T-Vec.
Il virus così modificato entra nelle cellule tumorali e le distrugge, stimolando al tempo stesso l’organismo a combattere il cancro. Ad oggi l’arma più efficace contro il melanoma resta la prevenzione, resa particolarmente agevole, nella maggior parte dei casi, dall’accessibilità delle lesioni da studiare.
Se questa viene affidata a specialisti dermatologi con esperienza nello studio delle lesioni melanocitarie, raggiunge elevati livelli di successo consentendo, nel contempo, un notevole risparmio di asportazioni improprie di nei.

La prevenzione dermatologica rappresenta un’attività di primaria importanza alla LILT sez. di Prato tanto che ha avuto un costante sviluppo nel tempo legato, fra gli altri fattori, alla professionalità degli specialisti che operano nella struttura. E’ per questo motivo che due ambulatori, dotati di videodermatoscopio, sono interamente dedicati a questa attività specialistica ed è stata allestita una saletta operatoria per poter effettuare interventi a minore invasività. Anche il personale infermieristico riveste un ruolo importante in quanto coopera con i dermatologici in tutto il persorso di prevenzione. In questa monografia allestita da medici ed infermieri che operano alla LILT viene affrontato il Melanoma maligno che è ancor oggi un tumore a prognosi sfavorevole quando non è diagnosticato precocemente. La sua incidenza è aumentata nel tempo ed anche se, nel nostro paese, il numero dei casi diagnosticati ogni 100.000 abitanti è indubbiamente inferiore ai comuni carcinomi basocellulare e squamocellulare (rispettivamente 10 casi circa contro un centinaio di casi x 100.000 ab.) la neoplasia è tuttavia molto aggressiva e, di conseguenza, occorre mettere in atto tutte le misure preventive di cui disponiamo. In questo lavoro saranno presi in esame: 1) lepidemiologia ed i fattori di rischio del melanoma; 2) gli aspetti clinici; 3) le norme di prevenzione; 4) l’assistenza infermieristica. Mi auguro che l’iniziativa che ha il patrocinio della Associazione Mogli dei Medici Italiani (A.M.M.I.) con la sua presidente Sig.ra Maria Novella Bandini Capobianco e del Lions Club Prato Datini con il suo presidente Dr. Gaetanino Molino possa essere utile per avvicinarsi alle numerose problematiche di questa patologia. Ringrazio ancora una volta Roberto Zerbinati, Emanuele Milanini e Alessandro Fiorini per la collaborazione.

I fattori di rischio per melanoma comprendono: 1)un’ anamnesi familiare positiva per melanomi; 2) la presenza di numerosi nevi melanocitici; 3) il rilevamento di nevi atipici; 4) il fototipo e, anche se più raramente, 5)mutazioni genetiche. Certamente l’esposizione al sole è, da tempo, considerata un fattore causale per il melanoma ed emerge, comunque, una relazione tra il tipo di esposizione ai raggi solari, l’età ed il rischio di sviluppare la neoplasia. Lesposizione intermittente e prolungata sembra rivestire un ruolo maggiore rispetto all’età in cui ci si espone al sole, anche se l’esposizione durante l’infanzia e nell’adolescenza determina un maggior rischio rispetto all’età più avanzata. La LILT con le sue iniziative e le attività ambulatoriali svolge un ruolo di primo piano sia nella prevenzione primaria del melanoma, sia nella diagnostica precoce, ma anche nel follow-up dei pazienti trattati. Particolarmente importante è l’attività di prevenzione svolta nelle scuole primarie e secondarie. La diagnostica dermatologica viene effettuata alla Lega Tumori di Prato in ambulatori dedicati dotati di dermatoscopi manuali e digitali. Negli ultimi cinque anni si è assistito ad un incremento di attività dermatologica probabilmente per una maggiore sensibilizzazione della popolazione per la prevenzione del melanoma ma anche per la diagnostica ed il trattamento di lesioni cutanee neoplastiche diverse da melanoma. Tanto che l’attività dermatologica rappresenta il 54,7% dell’intera casistica di soggetti afferenti alla LILT di Prato con un numero di visite che sono passate da 4571 nel 2009 a 6280 nel 2013. Un secondo fattore che, probabilmente, ha contribuito all’incremento dell’attività dermatologica è l’aver allestito una saletta operatoria che permette di effettuare interventi a minore invasività in tempi estremamente rapidi. Fanno parte del pool operativo otto dermatologi coordinati dalla Dr.ssa Carla Senesi e due infermieri. Con la sua attività la LILT è un vero e proprio centro diagnostico di primo livello che può affiancarsi, cooperare ed integrarsi con le strutture pubbliche specialistiche per l’adozione di tutte le misure diagnostiche e terapeutiche. Rappresenta inoltre un punto di riferimento per il follow-up dei pazienti trattati per melanoma.

Il melanoma è un tumore cutaneo maligno che deriva dalla trasformazione neoplastica dei melanociti. Tali cellule, localizzate nell’epidermide, sono in grado di conferire la pigmentazione cutanea grazie alla biosintesi della melanina. Quest’ultima una volta formata, e accumulata all’interno di specifici organelli di deposito detti melanosomi, viene trasferita ad altre cellule cutanee, gli adiacenti cheratinociti. La produzione di melanina aumenta in risposta alle radiazioni ultraviolette e i melanosomi si accumulano intorno al nucleo delle cellule cutanee, proteggendo il loro DNA dall’azione dannosa e mutagena dei raggi ultravioletti. Pertanto, la melanina, svolge fisiologicamente importanti funzioni protettive.

Incidenza
Il melanoma è in progressivo aumento in tutto il mondo e a partire dall’anno 2004 la sua incidenza nella popolazione caucasica è aumentata del 3% ogni anno. Si stima che il melanoma sia la quinta neoplasia più frequente nei maschi e la sesta nel sesso femminile. Negli Stati Uniti, nell’anno 2012, vengono riportati 76250 nuovi casi di melanoma.
In Italia si registrano in media circa 13-14 casi di melanoma ogni 100.000 abitanti. In Toscana vengono diagnosticati 18 nuovi casi all’anno ogni 100.000 abitanti.
Se consideriamo i dati di sopravvivenza, essa risulta pari al 90% circa per i melanomi “sottili”, mentre scende al 50% nel caso di coinvolgimento linfonodale loco-regionale, fino ad arrivare al 10% nel caso di disseminazione metastatica (stadio IV) . Al progressivo aumento di incidenza della neoplasia non corrisponde un aumento della mortalità che, negli ultimi anni, sembra essere stabile, specialmente nelle fasce di età più giovani, probabilmente perché buona parte delle diagnosi vengono fatte in fase precoce, quando il melanoma ha uno spessore sottile e una buona prognosi. Questo evento in parte potrebbe essere legato alle campagne di sensibilizzazione e di screening della popolazione, come dimostrato da alcuni studi, e alla maggiore conoscenza e accuratezza delle metodiche diagnostiche cliniche e di dermatoscopia. Nella fascia di età 0-14 anni, le neoplasie epiteliali rappresentano il 5% dei tumori infantili. Tra queste, il 21% è rappresentato dal melanoma. I melanomi infine rappresentano il 7% dei tumori maligni registrati tra gli adolescenti (fascia di età 15-19).

Fattori di rischio
Numerose evidenze epidemiologiche, cliniche e sperimentali mettono in luce che il rischio di sviluppare il melanoma è strettamente legato a fattori di carattere ambientale (esogeni) e a fattori di tipo genetico e quindi legati all’individuo (endogeni).
Tra i fattori esogeni, dati sempre più convincenti indicano che le radiazioni ultraviolette UVB e UVA rappresentano uno dei principali fattori di rischio ambientali, nonché tra i più facilmente modificabili. L’esposizione solare sottopone la cute al contatto con i raggi UVB e UVA, la cui quantità raggiunge la superficie terrestre in modo variabile a seconda di latitudine, altitudine, orario del giorno, mese, inquinamento atmosferico, condizioni meteorologiche, presenza di superfici riflettenti e qualità dello strato dell’ozono. I raggi UVA sono la componente predominante dei raggi UV solari e costituiscono il 95% dei raggi UV che raggiungono la superficie terrestre. Nonostante l’energia sia bassa, penetrano nella cute in profondità; inducono l’abbronzatura velocemente, provocano un invecchiamento cutaneo e generano un’ampia gamma di reattivi dell’ossigeno che danneggiano il DNA. I raggi UVB invece sono il 5% dei raggi che raggiungono la superficie terrestre e inducono infiammazione, apoptosi cellulare, immunosoppressione, mutagenesi e cancerogenesi .

I raggi UVB sono abitualmente considerati carcinogenetici a dosi più basse rispetto agli UVA, ma numerosi studi di biologia molecolare hanno recentemente suggerito che i meccanismi di riparazione cellulare del DNA sono meno efficienti se il danno è indotto dai raggi UVA rispetto agli UVB .
Studi retrospettivi indicano come l’esposizione solare di tipo intermittente/ricreativa sia quella maggiormente correlata allo sviluppo di melanoma cutaneo. Nello specifico, i raggi UV sembrano indurre mutazioni a carico di particolari geni che codificano per specifiche proteine che difendono dallo sviluppo del melanoma. Da tali dati si evince che eventi dannosi a carico della cute, quali le ustioni solari derivanti dall’esposizione incontrollata ai raggi UV, rappresentano un primario e fondamentale fattore di rischio, soprattutto se avvengono in età infantile.
Negli ultimi anni numerosi studi hanno messo in evidenza il ruolo predisponente allo sviluppo del melanoma e di altri tumori cutanei derivato dall’utilizzo di lampade artificiali abbronzanti. Il rischio aumenta in maniera direttamente proporzionale al numero di anni di esposizione, ore totali e numero di sedute, soprattutto nelle fasce di età più giovani al di sotto dei 35 anni. I raggi ultravioletti e la loro emissione da parte di lampade artificiali sono stati classificati come agenti carcinogenetici e in Italia è stata emessa una legge che proibisce l’utilizzo di lampade artificiali da parte dei minorenni, donne in gravidanza, persone con storia attuale e pregressa di tumori cutanei e soggetti che incorrono frequentemente in ustioni solari dopo l’esposizione solare (fototipi chiari), inoltre sconsiglia l’esposizione a soggetti con un elevato numero di nevi (>25), che tendono a produrre lentiggini, con una storia personale di frequenti ustioni solari in eta’ infantile/adolescenza e che assumono farmaci fotosensibilizzanti.

Mentre l’emissione di UVB da parte delle lampade artificiali è simile a quella solare, è stato dimostrato invece che l’emissione in termini di UVA è da 5 a 15 volte maggiore se paragonata ad una esposizione solare a mezzogiorno nelle aree Mediterranee, e che è in grado di aumentare il rischio di sviluppare il melanoma cutaneo, come dimostra uno studio recente . Nonostante la legge restrittiva in merito, un recente studio condotto in Emilia Romagna ha dimostrato che tuttora soggetti ad alto rischio, quali persone giovani e con fototipi chiari, si sottopongono all’utilizzo di questi dispositivi, dimostrando che potrebbe essere necessario implementare ulteriormente le campagne di educazione alla popolazione.

Tra i fattori esogeni riveste un ruolo importante anche lo stato immunologico del paziente. I soggetti sottoposti a trapianti d’organo che effettuano terapie immunosoppressive per lungo tempo per la prevenzione del rigetto sembrano avere un rischio aumentato di sviluppo del melanoma  e di neoplasie cutanee con prognosi peggiore. Sempre in merito alle terapie immunosoppressive, anche l’utilizzo di farmaci appartenenti alla categoria degli inibitori del TNF-alfa sembra predisporre allo sviluppo del melanoma, specialmente quando tali farmaci sono usati per un lungo periodo . Uno studio condotto su una popolazione di soggetti in terapia per le malattie infiammatorie croniche intestinali ha messo in luce tale evidenza, da confermare nel tempo con ulteriori indagini epidemiologiche. Dati recenti hanno inoltre rilevato una correlazione tra melanoma ed esposizione a derivati del petrolio e benzene. Tali agenti potrebbero anche facilitare la progressione della neoplasia per attivazione di alcune vie molecolari pro-tumorigeniche.

Nell’eziologia del melanoma intervengono anche fattori predisponenti legati strettamente all’individuo (endogeni). Alcuni importanti lavori di meta-analisi sono stati pubblicati negli ultimi anni e hanno preso in esame studi caso-controllo, studi di coorte e studi cross-sezionali condotti in merito alla presenza di nevi melanocitici comuni o atipici.
Da tali studi si evince che numero e dimensioni dei nevi possono favorire lo sviluppo di un melanoma.

La presenza di numerosi nevi melanocitici, in particolar modo di nevi melanocitici atipici (26), porta ad un aumento del rischio di sviluppare un melanoma, e tale rischio aumenta con il numero dei nevi del soggetto.
La presenza inoltre di nevi congeniti, in particolar modo di grandi dimensioni (>20 cm di diametro), sembra essere associata ad un aumento del rischio di melanoma. Una recente revisione sistematica della letteratura internazionale ha messo in evidenza infatti che su un totale di 2578 soggetti con almeno un nevo congenito di diametro > 40 cm, 51 soggetti hanno sviluppato un melanoma (2%).
Tra i fattori legati al fenotipo del soggetto, anche il colore della cute, dei capelli e degli occhi è un fattore predisponente allo sviluppo del melanoma. E’ noto infatti che i soggetti con cute chiara, occhi chiari (blu o verdi) e capelli rossi (ma anche biondi, seppur in maniera minore) hanno un rischio più alto rispetto ai soggetti con occhi e capelli scuri.
Anche la familiarità è un fattore di rischio. La presenza di melanoma in almeno un parente di primo grado aumenta il rischio di sviluppare questo tipo di tumore.

Una predisposizione familiare può essere sospettabile nel caso in cui esistono più casi nella stessa famiglia; tali condizioni, definite come melanoma familiare, sono legate alla presenza di una suscettibilità su base genetica dell’individuo affetto. Nello specifico, una delle mutazioni più note nelle famiglie con melanoma è quella a carico del gene CDKN2A. Il prodotto di questo gene sono due differenti proteine, la p16/Ink4 e la p14/Arf, che agiscono come potenti soppressori tumorali e che pertanto, se non funzionali, sono incapaci di regolare la proliferazione cellulare e portano alla crescita tumorale. Tra queste, la proteina p16/Ink4, se mutata, implica anche la possibilità di sviluppo del carcinoma pancreatico (29). Altre mutazioni note riguardano il gene CDK4  e la proteina BRCA associated protein 1 (BAP1) . Quest’ultima in particolare sembra essere implicata nelle forme di melanoma oculare e come recentemente dimostrato anche nell’associazione tra melanoma oculare e tumore dello stomaco e polmoni  (Tumori maligni multipli sincroni o metacroni). Gli studi più recenti di associazione genome-wide hanno identificato nuovi loci di suscettibilità cromosomica e nuovi polimorfismi di singoli nucleotidi del DNA associati al melanoma.

Alcuni studi inoltre hanno dimostrato che pazienti che hanno una anamnesi positiva per tumori cutanei “Non Melanoma” (NMSC), come ad esempio il carcinoma basocellulare e spinocellulare, hanno un rischio maggiore di sviluppare un melanoma se comparati al rischio della popolazione generale (8,36). Sia i NMSC che il melanoma condividono simili fattori di rischio, quali le abitudini di foto esposizione e il fototipo chiaro, inoltre i pazienti con NMSC spesso sono sottoposti a ripetuti controlli che favoriscono la diagnosi tempestiva anche di eventuali melanomi presenti.
Sebbene gli studi in merito siano ancora pochi, sembra che neoplasie sviluppate in età infantile, tra cui sarcomi, leucemie, neuroblastoma ed altre, possano, anche se in rari casi, associarsi nel tempo al melanoma . Tra i fattori endogeni predisponenti, alcuni ricercatori hanno recentemente introdotto la malattia di Parkinson e le malattie infiammatorie croniche intestinali (malattia di Crohn e la retto-colite-ulcerosa), indipendentemente dalla terapia effettuata dai pazienti. Alcuni studi in merito suggeriscono infatti che tali malattie possono associarsi ad un aumentato rischio di melanoma, ma non ci sono allo stato attuale altri dati a sostegno di questa evidenza.

Un recentissimo studio ha riportato un maggior rischio di melanoma cutaneo ad insorgenza precoce nei soggetti con elevato peso alla nascita. E’ difficile spiegare come un evento alla nascita possa predisporre ad una trasformazione neoplastica in età adulta, ma i ricercatori che hanno condotto questa analisi tra le varie ipotesi suggeriscono che un maggior peso alla nascita indica anche un maggior numero di cellule staminali e progenitrici potenzialmente in grado nell’arco della vita di andare incontro a mutazioni o ad una trasformazione neoplastica, considerata la longevità e la forte abilità di autorinnovamento di queste cellule. Questo studio, sebbene sia stato condotto su un numero elevato di soggetti, necessita tuttavia di essere sostenuto da analisi e studi aggiuntivi che potrebbero confermare o meno tale evidenza nei prossimi anni. Sempre in merito al peso corporeo, da alcuni anni ormai si studia il ruolo dell’obesità nello sviluppo e nella progressione del melanoma . I soggetti obesi e quelli con insulino-resistenza sembrano essere più a rischio di melanoma, come dimostrano alcuni studi clinici internazionali e italiani. I motivi di tale associazione potrebbero essere di natura molecolare, legati alla produzione della leptina, adiponectina, citochine pro-infiammatorie e di altre molecole in grado potenzialmente di indurre neo-angiogenesi, di stimolare l’espressione di molecole sulla superficie di cellule di melanoma che ne favoriscono l’invasività, o di limitare le capacità di riparazione del DNA . A conferma di questa associazione sono stati recentemente pubblicati i dati relativi a studi di associazione genome wide, che sostengono il legame tra obesità e melanoma.

Fattori protettivi
Esistono alcuni studi in merito al possibile ruolo protettivo svolto dall’utilizzo dei farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), dei beta-bloccanti  e della vitamina D . Alcuni studi epidemiologici suggeriscono che l’utilizzo dei FANS possa proteggere dallo sviluppo del melanoma . Riguardo ai beta-bloccanti esistono alcuni studi clinici che indicano la possibilità che tali farmaci, impiegati per la terapia dell’ipertensione, possano contrastare la progressione tumorale e aumentare la sopravvivenza dei pazienti. Relativamente alla vitamina D, studi molecolari indicano che le cellule di melanoma proliferano più lentamente se trattate con vitamina D (1,25(OH)2D3) , mentre alcuni polimorfismi per il recettore cellulare della vitamina D possono modulare lo sviluppo dei tumori, tra cui il melanoma . I dati relativi ai FANS, beta-bloccanti e vitamina D necessitano tuttavia di ulteriori conferme.
Recentemente gli studi si sono focalizzati su un eventuale ruolo della gravidanza, del menarca, della menopausa e di terapie ormonali (terapia contraccettiva orale o terapia ormonale sostitutiva della menopausa) nello sviluppo del melanoma.

Tali valutazioni sono supportate da alcuni studi molecolari che hanno evidenziato la presenza di recettori per gli ormoni estrogeni (nello specifico del recettore ER^) su melanociti normali e su cellule di melanoma, differenti livelli di espressione di tali recettori in relazione allo spessore del melanoma e la proliferazione/produzione di melanina dei melanociti stimolati con estrogeni, nonché in relazione al sesso maschile e alla gravidanza. Inoltre, l’incidenza del melanoma nelle donne, al contrario degli uomini, è maggiore sotto i 45 anni, età sottoposta ad influenze ormonali e riproduttive, mentre alcune osservazioni cliniche hanno evidenziato la comparsa di melanoma e la modifica dei nevi melanocitici in alcune pazienti durante la gravidanza. Una recente revisione della letteratura e meta-analisi ha preso in esame gli studi pubblicati in merito negli ultimi anni e ha evidenziato che mentre non sembra esserci sufficiente evidenza di un ruolo delle terapie ormonali sostitutive e contraccettive orali nello sviluppo del melanoma, un maggior numero di figli e di gravidanze precoci potrebbero essere associate ad un ridotto rischio di melanoma .

Tipi principali
Melanoma piano a diffusione superficiale (SSM)
Rappresenta circa il 70% di tutti i melanomi ed ha spesso un decorso bifasico. Infatti clinicamente si manifesta dapprima con una lesione maculare che successivamente puo’ evolvere in placca, la quale spesso si presenta con aree policromatiche o talvolta chiare.Tale andamento clinico corrisponde ad una fase di crescita orizzontale (detta anche intraepidermica o radiale), che evolve stabilmente in un tempo generalmente lento, seguita da una fase di crescita verticale, che corrisponde ad una invasione in profondità.
La comparsa di erosioni ulcerazioni e noduli, accompagnati talvolta da sanguinamento e essudazione, possono rappresentare clinicamente l’inizio di questa fase invasiva.

Melanoma nodulare
Si presenta spesso con una lesione esofitica, nodulare, di colorito nero-marrone, eroso, talvolta sanguinolento. Esso è caratterizzato sin dall’inizio da una fase di crescita verticale, molto aggressiva, accompagnata da una fase orizzontale scarsa o del tutto assente. La caratteristica sostanziale di questo melanoma è la prognosi infausta, legata alla rapidità con cui avviene l’infiltrazione e la diffusione metastatica.

Lentigo maligna e lentigo maligna Melanoma
Questa variante di melanoma deriva dal risultato di una mutazione di una lentigo maligna, ovvero un Melanoma in situ che tende a comparire in aree fotoesposte e danneggiate da una esposizione solare cronica, come ad esempio il volto. Colpisce più frequentemente gli individui anziani. Clinicamente appare come una chiazza asimmetrica, piana, non palpabile e policromatica (dal marrone al nero). Ha una lenta evoluzione e solo tardivamente possono comparire dei noduli sulla superficie che fanno presupporre una chiara trasformazione in un melanoma invasivo (Lentigo maligna Melanoma).

Melanoma lentigginoso acrale
E’ tipico delle sedi palmo-plantari e subungueali. Il melanoma ungueale rappresenta una sottoclasse meno frequente dei melanomi acrali, più frequente tra i 50-70 anni. Può localizzarsi al di sotto dell’unghia (sottoungueale), o in prossimità di essa (periungueale). Clinicamente può manifestarsi su un singolo dito con una colorazione longitudinale o una discromia diffusa dell’unghia e/o delle regioni periungueali. In altri casi più rari, appare come una distrofia dell’unghia, o una lesione rosea-rossa sanguinante.
Queste tipologie di melanoma hanno usualmente una fase intraepidermica rapida. Anche in questo caso, la comparsa di una regione nodulare riflette l’inizio di una crescita verticale del tumore. Pertanto, anche in questo caso è generalmente rispettato un andamento bifasico come nel caso del melanoma superficiale. La differenza principale sta però nella prognosi peggiore dei melanomi lentigginosi acrali, sia perchè sono più difficili da identificare, con conseguenti ritardi nella diagnosi, sia per una loro probabile maggiore aggressività.
…Varianti più rare
Esistono altre varianti di Melanoma, elencate in Tabella 1, generalmente molto rare (5% dei casi) .Alcune di queste tipologie hanno caratteristiche identificabili con l’esame clinico, altre sono varianti soltanto istologiche. Le più note sono il melanoma su nevo blu, quello desmoplastico e quello amelanotico (o acromico).

PROGNOSI
La prognosi del melanoma dipende da alcuni fattori, quali lo spessore della neoplasia al momento dell’escissione, identificato secondo Vindice di Breslow, la presenza di ulcerazione e il numero di mitosi, valutati dall’istopatologo .
Vindice di Breslow o microstadiazione di Breslow è considerato uno dei fattori prognostici più importanti del melanoma e misura l’effettivo spessore della neoplasia. Richiede molta precisione nel trattamento del campione istologico da parte del chirurgo e dell’anatomo patologo. Esiste un’altra misurazione della profondità raggiunta dalla lesione, e che consiste nel livello secondo Clark. Tale metodo identifica 5 livelli relativi al grado di infiltrazione della neoplasia nella cute e tessuti sottocutanei, ma in questi ultimi anni ha perso la sua rilevanza sia ai fini prognostici che di stadiazione.
Se la diagnosi del Melanoma è precoce, e quindi viene identificato come lesione sottile, il tasso di sopravvivenza a 10 anni è del 90% mentre quest’ultimo si abbassa con l’aumentare dello spessore.
… Melanomi in sedi speciali
Il melanoma è una neoplasia che non trova esclusivamente la sua principale sede di comparsa nella cute.
I melanociti sono presenti in molti organi, tra cui il tratto uveale dell’occhio e l’epitelio pigmentato della retina, l’orecchio interno, le leptomeningi e le mucose. I melanomi primari delle mucose sono molto rari ma aggressivi, avendo spesso una percentuale di sopravvivenza bassa. La maggiore causa della loro prognosi infausta è rappresentata dalla insorgenza in sedi spesso nascoste e dai sintomi talvolta spesso inosservati e misconosciuti da parte del paziente, che contribuiscono al ritardo nella diagnosi. L’approccio terapeutico principale resta la rimozione chirurgica completa della neoplasia, sebbene limitata dalle sedi circostanti, adiuvato dalla radioterapia, che può fornire un miglior controllo locale. E’ ancora da chiarire il ruolo della chemio e immunoterapia, mentre la scoperta delle mutazioni genetiche specifiche per il melanoma di questa sede fa ben sperare per il futuro sviluppo di una terapia sistemica più efficace. Trattandosi di sedi atipiche di insorgenza della neoplasia, non sono stati identificati veri e propri fattori di rischio e quindi la prevenzione primaria è difficile e possibile solo con un’ attento esame autoispettivo da parte del paziente e con una valutazione dello specialista.
Melanomi primari delle mucose
Derivano dai melanociti presenti nelle mucose che rivestono il tratto respiratorio, gastrointestinale e urogenitale. Le sedi più frequentemente interessate sono la cavità nasale e dei seni accessori, la cavità orale e la mucosa vulvare, vaginale e anorettale.
In alcuni casi tali melanomi si sviluppano in sedi mucose occulte, con conseguente ritardo nella diagnosi e prognosi talvolta infausta. Essendo questi tipi di melanoma molto rari, le conoscenze relative alla loro patogenesi e ai loro fattori di rischio sono in parte oscure.
II Melanoma primario della mucosa del tratto respiratorio è più frequente nelle cavità nasali e paranasali, mentre più raramente colpisce la laringe e il tratto tracheo-bronchiale. Alcuni studi hanno messo in evidenza un aumento dell’incidenza di melanoma della cavità nasale e dei seni paranasali nei lavoratori esposti cronicamente alla formaldeide. Il fumo di sigaretta invece sembra avere un ruolo patogenetico nella formazione di lesioni pigmentate displastiche della mucosa orale. Non è stato dimostrato tuttora un legame certo con l’esposizione a possibili agenti infettivi virali.
I sintomi più comuni della presenza di queste forme di melanoma sono una ostruzione nasale unilaterale, epistassi e in fase avanzata alterazioni morfo-funzionali dell’anatomia del volto.
II trattamento di elezione è chirurgico, anche se spesso l’eradicazione completa della neoplasia è difficoltosa in quanto è necessario preservare al meglio la funzionalità delle strutture respiratorie adiacenti. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni varia dal 25% al 42%.

Il Melanoma laringeo così come quello polmonare primario sono estremamente rari e sono riportati solo pochi casi in letteratura. Il melanoma laringeo si manifesta generalmente in età avanzata e coinvolge maggiormente la sede sopraglottidea. La sintomatologia più comune consiste nella raucedine, seguita da eritema della laringe, disfagia, mal di gola e gonfiore del collo. La terapia è chirurgica ma la prognosi è severa (73,76).
Il Melanoma polmonare primario è molto raro e di solito questa è una sede interessata prevalentemente da metastasi secondarie. Viene identificato spesso in maniera casuale e si presenta sotto forma di masse più o meno pigmentate con crescita endobronchiale e sintomatologia consistente tipicamente in emottisi, polmonite da ostruzione, atelettasia. La lobectomia o pneumectomia sono i trattamenti di scelta, affiancati dalla eventuale asportazione delle stazioni linfonodali limitrofe. Il ruolo della radioterapia e chemioterapia adiuvanti nel trattamento di queste neoplasie è ancora da stabilire (73).
I Melanomi primari della mucosa del tratto gastroenterico insorgono più frequentemente a livello delle regioni orofaringea e anorettale, mentre nelle altre sedi sono molto rari (73,77).
II Melanoma del cavo orale è raro, insorge di solito de novo e solo in un terzo dei casi rappresenta l’evoluzione neoplastica di una lesione pigmentata preesistente (74). Colpisce spesso il palato duro e la gengiva mascellare, più raramente le altre sedi del cavo orale. I melanomi del cavo orale possono manifestarsi anche sotto forma di lesioni amelanotiche, portando a diagnosi tardive e spesso a prognosi infauste. La chirurgia è la terapia di elezione, e può essere accompagnata da radioterapia e chemioterapia adiuvanti, che però non sembrano portare ad un sensibile miglioramento della prognosi a 5 anni (73,74).
Anche il Melanoma a sede anorettale è spesso misconosciuto e può pertanto presentarsi con metastasi regionali e a distanza già presenti al momento della diagnosi. Alcuni studi hanno dimostrato che la terapia chirurgica consistente nella resezione intestinale non ha mostrato vantaggi in termini di sopravvivenza rispetto alla sola escissione locale, che rappresenta pertanto la tecnica chirurgica di prima scelta e la più tollerata dal paziente (73,77). E’ tuttavia necessario considerare che la sola escissione locale della neoplasia può portare a possibili recidive. La radioterapia e la linfoadenectomia non sembrano migliorare in maniera significativa la sopravvivenza. Rari i casi di Melanoma a partenza dalle vie biliari e dal colon, prevalentemente sedi di lesioni metastatiche (77).
I Melanomi dell’apparato urogenitale sono altrettanto rari. Il più frequente tra questi è il Melanoma vulvare (77% dei casi), seguito da quello vaginale (20%) (73,78). Più rari invece sono i melanomi che colpiscono la cervice, l’uretra (79), vescica e genitali maschili (80). Il melanoma che insorge in questa sede, ed in particolare quello a localizzazione vaginale, colpisce prevalentemente le donne in età avanzata (>60 anni) (73,78). Si presenta clinicamente sotto forma di una lesione discromica, fragile, senza sintomatologia dolorosa e spesso con lieve sanguinamento. Sebbene molto rara, è possibile anche una presentazione clinica amelanotica della neoplasia. Anche in questa sede la terapia di elezione è rappresentata dalla chirurgia, da effettuare con ampia escissione locale seguita eventualmente da radioterapia. Le metastasi più frequenti sono ai polmoni, al fegato e alle ossa.
II Melanoma uveale è un tumore maligno endoculare raro per la sua incidenza ma con prognosi spesso molto grave (81) e con una sopravvivenza ad un anno del 10% (4-6 mesi). Tra i fattori di rischio più importanti ricordiamo il fototipo chiaro (occhi chiari) e le lesioni di natura melanocitaria intraoculari (82). Il melanoma uveale è asintomatico fino a che non raggiunge dimensioni maggiori, andando ad interessare l’area maculare. Quando tale evento accade, si manifestano alcuni disturbi visivi, che spesso rappresentano i primi segni della presenza di un melanoma uveale. Le metastasi più frequenti, che generalmente avvengono per via ematica, sono quelle epatica (95%) polmonare (31%) e ossea (23%) (83). La prima scelta terapeutica del melanoma uveale primario fino ad ora è stata l’enucleazione, ma negli ultimi anni sono stati intrapresi altri percorsi terapeutici più conservativi come ad esempio la brachiterapia e la termoterapia trans-pupillare, effettuata con un raggio laser infrarosso che va a creare una necrosi termica della massa tumorale attraverso degli spot variabili per dimensioni. Il trattamento del melanoma uveale fino ad oggi non ha dato risultati apprezzabili (83,84).

Alcune buone abitudini volte al rispetto della cosiddetta “igiene solare’’ riguardano le modalità di esposizione al sole e l’uso di lampade artificiali UV, e rappresentano dei tasselli importanti per la prevenzione dei tumori cutanei melanoma e non melanoma.
La durata dell’esposizione ai raggi solari durante l’arco della giornata riveste un ruolo fondamentale. Si consiglia pertanto un’ esposizione non prolungata e che eviti gli orari di massima incidenza dei raggi UV sul pianeta terrestre (12:00-16:00). Di grande importanza anche il ruolo svolto dai fotoprotettori topici (creme solari) e sistemici. Il fotoprotettore dovrà avere un fattore di protezione solare adeguato al fototipo del paziente e alla presenza o meno di fattori di rischio per la comparsa di tumori cutanei, ed essere applicato durante ogni esposizione solare. E’ necessario inoltre rinnovare l’applicazione almeno ogni due ore o ripetutamente in caso di sudorazione importante o ingresso in acqua. In casi particolari (bambini, anziani, fattori di rischio) può essere necessario anche l’utilizzo di magliette e cappelli.
E’ sconsigliato l’uso di lampade artificiali UV, soprattutto se tali presidi vengono utilizzati frequentemente e in presenza di fattori di rischio.
L’ esame autoispettivo è una delle norme di prevenzione secondaria raccomandate al paziente a rischio e a cui deve sottoporsi con una frequenza variabile dai 2 ai 4 mesi. E’ opportuno riuscire ad “ispezionare’’ il proprio corpo nelle zone esplorabili ma anche in quelle di più difficile accesso. Tale pratica è necessaria allo scopo di rilevare qualsiasi cambiamento a livello delle lesioni pigmentate già presenti sul nostro corpo o per identificare l’insorgenza di lesione ‘sospette’’ mai viste prima. Il melanoma infatti, come si evince da quanto sovra menzionato, è una neoplasia che può insorgere in qualsiasi sede corporea e non necessariamente su un nevo preesistente. Lo scopo principale dell’autoesame non è naturalmente quello di diagnosticare da soli un melanoma, ma è quello di avvertire la comparsa di mutazioni su lesioni pigmentate presenti sul proprio corpo o la comparsa di nuove lesioni su cute apparentemente sana. In tali casi è raccomandato un controllo dermatologico tempestivo.
La conoscenza della regola dell’ABCDE è fondamentale per poter effettuare un buon autoesame. L’acronimo ABCDE serve a ricordare i parametri che un paziente deve valutare in occasione del suo autoesame.

Onicolisi mediana come unica espressione clinica di melanoma amelanotico sub ungueale: descrizione di un caso Il melanoma amelanotico subungueale è una neoplasia rara, caratterizzata da un’ampia variabilità nella presentazione clinica e per questo motivo la diagnosi è spesso dilazionata nel tempo: questo ritardo determina, per il paziente, una stadiazione più avanzata e quindi una prognosi decisamente peggiore.
Descriviamo qui un caso di melanoma amelanotico sub ungueale del primo dito della mano destra, insorto in una donna di 74 anni giunta alla nostra osservazione con il sospetto clinico di onicomicosi, caratterizzato clinicamente da onicolisi mediana ed assenza di pigmentazione.
Nel sospetto di neoplasia cutanea, veniva eseguita una biopsia incisionale che permetteva di giungere alla diagnosi corretta. La paziente veniva sottoposta ad intervento chirurgico di asportazione dell’intera lesione, e l’esame istologico consentiva di valutare lo spessore del melanoma, pari a 0.9. In base ai criteri clinici ed istopa- tologici, la paziente veniva sottoposta a stadiazione, ivi inclusa anche la ricerca del linfonodo sentinella, risultato poi negativo. Nell’ambito dell’ampia variabilità di presentazione clinica del melanoma ungueale, è opportuno tenere in considerazione la possibilità che possa simulare anche una patologia benigna, in assenza di qualunque pigmentazione che possa suggerire la diagnosi; la rapidità d’intervento permette una diagnosi precoce ed un trattamento efficace.

Il melanoma amelanotico subungueale è una variante rara di melanoma cutaneo che è stata descritta per la prima volta nel 1834 . Questo tumore ha spesso delle presentazioni cliniche estremamente atipiche e non è infrequente che simuli svariate lesioni benigne. Per tale motivo il ritardo nella diagnosi è comune e sovente si associa ad una malattia già in stadio avanzato, pertanto la prognosi a lungo termine risulta scadente nella maggior parte dei pazienti. Dal punto di vista epidemiologico il melanoma subungueale rappresenta lo 0.7%-3% della totalità dei melanomi, è più frequente nella popolazione Asiatica e Afroamericana, rispetto alla popolazione Caucasica e colpisce prevalentemente persone in età avanzata. È da sottolineare che la maggior parte di questi tumori (90% del totale) si sviluppa all’alluce o al pollice.
Con il termine amelanotico si definisce un sottotipo di melanoma cutaneo che presenta una quantità minima o nulla di pigmentazione all’esame clinico. Tra i melanomi subungueali il melanoma amelanotico rappresenta circa il 35% del totale. Per quanto riguarda la patogenesi, il tumore non sembra correlato all’esposizione ai raggi UV mentre il ruolo del trauma nella patogenesi non è tutt’ora chiaro. Si ritiene tuttavia che i traumatismi non siano una causa diretta dello sviluppo della neoplasia, ma che permettano al paziente di focalizzare l’attenzione su alterazioni ungueali, in realtà pre-esistenti. Presentiamo la descrizione di un caso clinico di melanoma melanotico sub-ungueale della mano (pollice) con una presentazione clinica caratterizzata unicamente da onicolisi mediana, senza alcuna pigmentazione che potesse orientare alla diagnosi clinica corretta.

Una donna di 74 anni, caucasica, si è sottoposta a visita dermatologica perché da alcuni mesi presentava onicodistrofia mediana a livello del I° dito della mano destra.
Al controllo clinico si poteva osservare presenza di onicolisi mediana con fessurazione longitudinale localizzata al pollice della mano destra. Alla valutazione con dermatoscopio si osservava area di colore rosa-viola, localizzata a livello del perionichio, in corrispondenza della matrice ungueale.
Il sospetto diagnostico verteva verso una neoformazione di possibile origine epiteliale/vascolare, per questo la paziente è stata sottoposta a biopsia cutanea della lesione.
L’esame istologico ha rivelato infiltrazione pagetoide di elementi epitelioidi a carico dell’epitelio del letto ungueale. Alle indagini immunoistochimiche, tali elementi sono risultati positivi per l’antigene HMB-45 e per la proteina S-100. I reperti deponevano per una diagnosi di melanoma acrolentigginoso.
La paziente, quindi, è sottoposta ad intervento chirurgico di asportazione di porzione dorsale di falange distale (cm 2.3 x 1.8 e spessore massimo di mm 3.5).
L’esame istologico del pezzo operatorio conferma la diagnosi di melanoma acrale non ulcerato, infiltrante il derma reticolare (IV livello di Clark), con spessore massimo di 0.9 mm secondo Breslow, in assenza di fenomeni regressivi e di reazione linfocitaria intra o peritumorale. Le mitosi risultavano inferiori a 1/millimetro quadrato e l’indice di proliferazione valutato con Mib/Ki67 era del 2-3% circa.