Reggio Calabria, in ospedale non ci sono i gessi: pazienti medicati con il cartone

Cartone al posto del gesso e un appuntamento alla mattina dopo. Rompersi un arto di notte a Reggio Calabria è un problema, la cui soluzione deve essere necessariamente rinviata al giorno dopo, quando il reparto di ortopedia apre i battenti con i suoi (pochi) specialisti e tutto il materiale necessario per trattare fratture e lussazioni. Di notte invece, a meno che non si tratti di casi gravi, ad occuparsene è il Pronto soccorso, perché ad Ortopedia i medici non bastano per garantire anche le guardie. Non che il reparto di prima assistenza se la passi meglio.

“È una situazione da terzo mondo  – dice Gianluigi Scaffidi, rappresentante dell’Anaoo, il sindacato dei medici ospedalieri – anzi neanche lì si vede più”. Il problema però, spiega, sta a monte. L’intero ospedale, unico hub provinciale, è sottodimensionato rispetto all’utenza cui si rivolge e la soluzione non può essere la costruzione di un nuovo polo sanitario che non si sa quando vedrà la luce. In direzione generale, cadono dalle nuvole. “Non sapevamo nulla di tutto ciò – dicono – indagheremo. Per domani mattina è convocata una riunione per chiarire la situazione e individuare gli eventuali responsabili. Di certo prenderemo provvedimenti”.

La scelta di trattare il delicato settore della sanità in una regione problematica come la Calabria, nasce non solo da un forte senso di attaccamento verso la propria terra di origine, ma anche per capire le dinamiche e i meccanismi che si innescano in determinate circostanze. Il grande rilievo che negli ultimi tempi, soprattutto sulla stampa locale, viene dato ai grandi problemi legati alla sanità – Piano di rientro, malasanità, assenteismo – non mi ha lasciato indifferente. E il grande bagaglio culturale acquisito durante le lezioni del master e l’esperienza del tirocinio, mi hanno fornito gli strumenti adatti per cercare di analizzare gli eventi passati con un occhio critico, cercando in qualche modo di rispondere, pur sempre nei limiti, alle domande del presente. Anzi, riprendendo il titolo del mio elaborato, ho voluto rispondere ad una domanda in particolare: Chi comanda la sanità in Calabria? Nel primo capitolo sono partita da un assunto principale: la sanità oggi rientra all’interno di quello spazio opaco tra legale e illegale, in cui si incontrano criminalità organizzata, politica e imprenditoria.

Quindi ho analizzato tre diversi contesti, che potrei distinguere come sociale, storico e sociologico, essenziali secondo me, da cui poter iniziare ad avere una visione generale della Calabria e della sua situazione. Innanzitutto mi sono concentrata sull’attuale condizione della sanità calabrese, che ad oggi sembra essere il frutto di eventi passati. Come ho già accennato, conti in rosso e malasanità la fanno da padrona da diversi anni. Attualmente il Piano di rientro, richiesto poco meno di dieci anni fa, è stato affidato nel 2015 ad un commissario ad acta nominato dal Governo, che nei prossimi mesi dovrà far quadrare nuovamente i conti nella sanità calabrese. Se si registrano deficit di bilancio e disavanzi, non va molto meglio per  quanto riguarda i servizi. Infatti, se ai vertici si discute su chi deve salvare il settore e in che modo, parallelamente tra le corsie degli ospedali – purtroppo il più delle volte inefficienti e fatiscenti – si susseguono le inchieste sugli errori sanitari e sui cosiddetti furbetti del cartellino.

Condizione, questa, di certo non nuova per la Calabria, che negli anni precedenti ha visto apposite commissione ministeriali giungere negli ospedali calabresi e fare il punto della situazione sugli errori in corsia. Ma la Calabria è anche terra di ‘ndrangheta. Quindi ho ritenuto opportuno una velocissima carrellata generale della caratteristiche principali del fenomeno, dalle origini e dalla leggenda, fino ai giorni nostri. Infine, altro contesto che ho ritenuto importante da delineare, è quello sociologico, cercando di spiegare come la sanità sia diventata la “nuova” frontiera dell’area grigia. Anche se l’aggettivo nuova, come si vedrà ben presto, non è da riferirsi al suo ingresso in senso pratico, ma piuttosto ad un’attenzione mediatica che è emersa negli ultimi tempi. L’analisi sociologica, parte dunque da due concetti principali: il capitale sociale e l’area grigia, riproponendo una sintesi delle più famose teorie elaborate da Rocco Sciarrone. Inoltre una breve trattazione riguarda il modo in cui la ‘ndrangheta considera la sanità: tra riciclaggio, profitti illeciti, assunzioni, relazioni sociali, fiducia e dipendenza elettorale, favori ai boss e legittimazione, la ‘ndrangheta «non butta via niente».

Nel secondo capitolo mi addentro in modo più concreto all’analisi di alcuni casi specifici e di alcuni territori in particolare, che hanno riguardato lo scioglimento di alcune aziende ospedaliere in Calabria. Il plurale è d’obbligo, in quanto la regione in questione, detiene anche il record negativo di aziende sciolte per infiltrazioni mafiose. Parto dal caso di Taurianova (RC), sul finire degli anni 80, quando ancora  non erano Asl – Aziende sanitarie locali – ma Usl, ovvero Unità sanitarie locali. Un caso particolare quello della cittadina nella Piana di Gioia Tauro, sia per il protagonista indiscusso ovvero Francesco Macrì detto “Ciccio Mazzetta”, sia perché in quell’occasione si era evidenziato il forte ritardo normativo sulla questione delle infiltrazioni della criminalità organizzata, che sarà sopperito solo qualche anno più tardi. Poi c’è Locri (RC), dove al primo scioglimento nel 1989 ne è seguito un’altro nel 2006.

Questo secondo episodio ha preso avvio da una vicenda che nel 2005 sconvolse i cittadini calabresi e soprattutto destabilizzò gli equilibri politici della regione: l’omicidio di Francesco Fortugno, vice rpesidente del consiglio regionale. Anche per l’Asp di Reggio, vi sarà un episodio in particolare che farà insospettire il prefetto e che quindi farà ricorso al governo centrale per fare chiarezza: il ricovero di un boss e una schiera di medici e personale compiacente. Qui la commissione fece emergere, oltre alle ingerenze della criminalità, anche e soprattutto un caos amministrativo e dirigenziali nel quale si era stabilita una vera e propria rete del malaffare. L’ultimo in ordine temporale è lo scioglimento dell’Asp di Vibo Valentia nel 2010. Il procedimento era stato preceduto da alcune operazione giudiziarie, in cui era emersa la “sanitopoli” vibonese: tangenti, corruzione e appalti, con a capo il clan Lo Bianco.

Nel terzo capitolo, ripartendo dall’omicidio Fortugno, ho cercato di tracciare una linea di demarcazione, come se quel tragico episodio avesse acceso finalmente i riflettori sulla questione sanità in Calabria. Finalmente perché l’alto ruolo politico e istituzionale della vittima ha richiamata l’attenzione sulla posizione che la politica stessa ha rivestito e continua tutt’ora a rivestire all’interno di questo delicato settore. Dopo l’omicidio, è scaturita la famosa inchiesta, dal nome emblematico   “Onorata Sanità” in cui, protagonista indiscusso e Domenico Crea. Non è uno ‘ndranghetista che va alla ricerca delle compiacenze politiche, ma al contrario è lui la politica. Anzi, Crea è anche un medico ed un imprenditore, da anni inserito pienamente nel contesto politico locale e regionale con un largo bacino elettore e mantenendo solidi rapporti con la criminalità organizzata. Si potrebbe dire che l’area grigia era incarnata in un unico uomo.

Ma proprio la sua vicenda giudiziaria rappresenta un’altro campanello d’allarme, che insieme all’omicidio Fortugno, fa sì che si ponga maggiormente l’attenzione sulla politica regionale e non solo. Ed è dalle ricerche di Vittorio Mete che emerge come, le nomine politiche delle Asp, rappresentino lo strumento con cui un sistema radicato di illegalità, malaffare e clientelismo si inserisce perfettamente all’interno del settore sanitario. Emergerà quindi che all’interno di questo sistema la ‘ndrangheta non è l’unica protagonista principale, anzi emergono altri e fondamentali attori nella catena di illegalità che ruota intorno alle aziende ospedaliere. Attenendomi alle rigorose analisi che Mete fa del territorio reggino, è emerso infatti come la ‘ndrangheta entri in gioco solo in un secondo momento, approfittando di quei varchi che si vengono a creare all’interno di un “disastro organizzativo” che le nomine politiche hanno apportato. Malaffare, illegalità, clientelismo, non sono altro che mali intrinsechi che la regione si porta dietro sin dalla sua formazione.

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