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La polizia internazionale ha disegnato l’identikit del bomber seriale. E’ alto più di 1.85, ha i capelli scuri e parla tante lingue, tutte con ac­cento portoghese. Un bel tipo. Quando colpisce festeggia qua­si sempre allo stesso modo e negli ultimi 15 anni è stato vi­sto in mezza Europa, soprat­tutto in Inghilterra, Spagna e, recentemente, in Italia. A Fer­rara il foglio col ritratto si sta diffondendo in fretta perché Cristiano Ronaldo da due mesi colpisce con regolarità contro le piccole : ha segnato a Sassuo­lo, Frosinone, Udinese, Genoa ed Empoli, risparmiando solo il Bologna e il Cagliari tra le squadre di fascia media o bas­sa. Non c’è un at­taccante così re­golare contro le squadre che si difendono, in­fatti Ronaldo in carriera ha se­gnato a tutti o quasi: in totale 139 squadre tra club e nazionali, un’infinità.

CR7 E LE ITALIA­NE Cristiano è quanto di più lontano ci sia dal concetto di democrazia calci­stica. Nessuno incide come lui e Messi, punto. E’ un agonista feroce, che vive di sfide conti­nue, come ha ripetuto dalla prima conferenza stampa da juventino. Su una cosa però CR7 non fa distinzioni: segna senza guardare in faccia nessu­no. A quasi 34 anni e dopo oltre 750 partite da professionista non te lo aspetteresti a tutta in stadi della provincia italiana. Invece guardate la sua faccia a Udine dopo il gol di Bentancur, bravo ad anticipare pure lui sull’1-0: il rimpianto per non aver spinto in prima persona quella palla in porta dura po­chi secondi, ma è evidente pri­ma dell’abbraccio al compa­gno. E poi lo ritrovi tutto nella cattiveria con cui 4’ dopo scari­ca in porta il fotonico sinistro del 2-0. Poco più di tre mesi di partite ufficiali ci consegnano un killer implacabile, capace di

di ribaltare da solo le partite quando il contesto intorno, che alla Juve è di primissimo livel­lo, si prende un pomeriggio di stacco. Emblematico il missile del 2-1 a Empoli: senza di lui la Juve probabilmente non avrebbe vinto. E poi ci sono le grandi partite: finora ne ha giocate poche, ma lì si è visto CR7 al top. Quella col Napoli, la migliore pur senza il gol, le due col Manchester United in Champions, insaporite dall’as- sist per Dybala a Old Trafford e da un gol pazzesco allo Sta- dium. Senza dimenticare la re­te al Milan, ultima di 9 segnate tra campionato e Champions.

CR7 E L’EUROPA Cristiano però è un abitudinario: in fondo, si comporta così da anni, almeno dal 2007, quando Ferguson e il gruppo di lavoro dello United riuscirono a tra­sformarlo in un attaccante letale in area. L’elenco delle squadre a cui Cristiano ha fatto gol in cam­pionato con Sporting Lisbo­na, Manchester United, Reai Ma­drid e Juventus così è diventato lungo, lungo e curioso. Si trova­no nomi che i non appassionati frequentano poco: Moreiren- se, Birmingham, Portsmouth, Xerez, Tenerife, Hercules, El- che. Allo stesso tempo, ci sono tanti club dell’aristocrazia eu­ropea: Manchester City, Tot- tenham, Atletico Madrid, Bar­cellona, Milan, se si allarga il discorso alla Champions anche Bayern, Ajax, Borussia, United, Inter, Psg, Roma e… Juventus. Un confronto aiuta a rendere l’idea. Leo Messi è rimasto in Spagna per tutta la carriera e per questo ha dovuto limitare molto la collezione, eppure è lontano dal totale di CR7. La li­sta delle squadre a cui la Pulce ha segnato si ferma a 102 ma i gol anche per lui continuano a piovere. Ogni tanto è giusto fermarsi e pensarci per 10 se­condi: siamo così abituati a ve­der segnare quei due che, dopo tutti questi anni, ci sembra ad­dirittura una cosa normale.

Che cosa mette romanzescamente insieme quelli che sono tutti blacks (oggi all’Olimpico per il visibilio dei romani) e quelli che sono a strisce black and white (tre ore dopo allo Stadium contro la Spal)? L’inesorabilità. La vittoria come missione e come condanna. Che la palla sia ovale o tonda, che sia Waka Nathan o Beppe Furino, che parta tutto da una danza folle o da un ventre caldo, tra urla e tagli di luce, è lo stesso occhio paranoico che spaventa prima di farla a pezzi l’interferenza tra sé e il proprio destino. All Blacks e Juventus fanno notizia solo quando non vincono. Detto altrimenti, se fallisci in black o in black e white ti senti uno zero, l’ultima calpestabile cacca del pianeta. Se fallisci dentro qualunque altro colore il dramma è sempre opinabile, poiché resta comunque dolce la vita o il babà.

La differenza, niente affatto minima, è che per i neozelandesi (da nove anni consecutivi in testa al ranking internazionale) l’impresa in quanto opera permanente è la conseguenza del mito, il fiato di una nazione alle spalle. Nazione uguale identificazione. Nel caso dei bianconeri il mito è aspirazione (meglio se sostenuta dal profitto). Di un popolo disperso tra nord e sud, dentro una nazione più ostile che amica.

«Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta» non lo sentirete mai dalla bocca di un Ben Smith (per cui “neozelandese” è casomai l’unica cosa che conta). Concetto o slogan che sia, fesso, nel senso di vuoto, come pochi. Il cannibalismo applicato allo sport sottrae valore alle proprie imprese realizzate e ingigantisce quelle altrui mancate. Alimenta il tedio dei vincenti e la frustrazione negli sconfitti. Umilia l’attesa, ammorba la trama. Non funziona. Per la Juve l’ottavo scudetto consecutivo sarebbe come infilarsi un tutù bucato nell’atto di mimare stancamente il rituale della gioia, mentre a Napoli o a Roma, ma di questi tempi anche a Milano, ballerebbero la rumba sui cornicioni del palazzi. Pur di non stare lì a vita a reggere l’abito della solita sposa, noncurante di essere troppo vecchia e poco signora.

Il cannibale, alla fine, divora se stesso. Se chiedi alla gente di Merckx, i più ricorderanno lui piangente come una creatura nel lettino, accusato di doping, un’immagine crudele ma che autorizza la gente a sperare che ci sia un futuro nel nome di Gimondi o di Poulidor, gli eterni sconfitti. Nessuna cosa vivente sopporta di vincere a oltranza. L’ultima emozione forte del tifoso juventino risale all’addio di Del Piero, sei anni fa, a soffocare la festa scudetto. Sciarpe bianconere lanciate come fiori, tutti che piangevano come vitelli. Uno psicodramma collettivo, come mai si era visto in uno stadio italiano, superato solo anni dopo dall’addio di Totti. L’emozione è il sale del calcio. La sua necessità. Sarà per questo, è per questo, che Andrea Agnelli, il giovin signore, il più lungimirante di tutti, sta flirtando così intensamente con l’Europa. Dove covano le storie, le imprese e i cavalieri giusti per riattizzare i cuori fiaccati dall’abitudine.

Semplici non era ancora arrivato. La Spal era in mano ad Oscar Brevi e nel girone B della neonata Lega Pro aveva esordito in casa incassando tre gol dal Pontedera. Era il 31 agosto 2014, giusto il giorno dopo del primo successo di Allegri: autogol di Biraghi, vittoria in casa del Chievo e tre punti messi da parte dalla Juve. Oggi, davanti alla Spal che Semplici ereditò tre mesi più tardi, Allegri si presenta con un bottino di campionato da 398 punti e con la ferma intenzione di sfondare il muro dei 400. «Per mantenere il vantaggio su chi insegue la Juve non deve sbagliare l’approccio – martella Max senza pensare al suo nuovo traguardo – dopo le soste abbiamo pagato già abbastanza… Tra campionato e Champions è arrivato il momento di fare un passo alla volta, non so se il calendario del Napoli sia più facile, so che bisogna vincere una partita dopo l’altra!».

MARCIA. Ne ha vinte tante così, Allegri. Non solo le 11 di questo campionato che insieme all’unico pareggio gli hanno permesso di stabilire il record di 34 punti dopo 12 turni. Con 2,4 punti a partita ha la media migliore tra gli allenatori di A e dalla fine del 2014 – mentre Semplici cominciava a costruire la Spal di oggi e lui gestiva alla grande il dopo Conte – la sua Juve ha messo in fila tutti. In Italia e anche all’estero. Le grandi d’Europa non hanno il passo campionato della Juve di Allegri. Barcellona, Real, City, Bayern, Atletico e Chelsea: tutte dietro in termini di punti. Regge il Psg, che però ha una gara in più e un campionato in cui gioca praticamente senza avversari. Da noi invece Napoli e Roma ci hanno provato a lungo a fermare Allegri, eppure oggi sono distanti rispettivamente 48 e 65 punti, quasi un campionato di medio-alto livello.

ATTENZIONE. L’allenatore della Juve dai punti sembra aver guadagnato anche in capacità comunicative. E non fa una piega rispetto al tema principale. «La Spal costruisce da dietro e ha buone trame di gioco. Ha vinto a Roma e la prima a Bologna, quindi fuori casa ha fatto risultati. E’ una squadra fisica, aggressiva, bisognerà indirizzare la partita nel verso giusto. I miei ragazzi stanno bene fisicamente e mentalmente: cerchiamo la spinta per poi battere il Valencia martedì e affrontare bene questo ciclo di fine anno». A proposito, anche il 2018 di Allegri è quasi da record ma in tal senso i conti – già straordinari – andranno aggiornati tra qualche partita. Oggi è il giorno dei 401 punti in serie A da bianconero.

TRIDENTE. Allegri infine si concentra su qualche singolo. A partire dai tre gioielli di cui dispone in attacco. «Ronaldo per ciò che ha fatto meriterebbe il Pallone d’Oro, del video che lo farebbe fuori dalla corsa non so nulla. Sta bene, con lui sono aumentati la competitività e il livello di attenzione della squadra. Anche Dybala è in crescita costante e ha guadagnato in autostima dopo il primo gol in nazionale. Paulo tiene tantissimo all’Argentina. Secondo me raggiunge il top quando gioca quasi da centrocampista, perché sacrificandosi riesce a legare il gioco come nessun altro, con lui in quella zona facciamo molto bene sia in uscita che in costruzione. Mandzukic protagonista? Il calcio non è una scienza esatta e Mario sta andando forte proprio nell’anno di Cristiano. Anche lui si intende con tutti». Il che non significa che oggi giocheranno tutti e tre. Anzi. Sono riflessioni generali. Ma importanti. «Con questo tridente la Juve si esprime bene, nonostante i dubbi iniziali. Dipende sempre dalla disponibilità della squadra». E così, dopo gli elogi di Chiellini («invecchiando è migliorato»), Pjanic («è talmente forte che ogni tanto lo tolgo…») e dei centrali difensivi («cinque forti come i nostri è difficile trovarne in giro»), Ancora Allegri: «Al mercato non devo chiedere nulla, anche perché non saprei dove mettere eventuali novità». Ma ci sarà tempo per riparlarne. Oggi, dopo tre mesi di quinta stagione bianconera, Allegri può superare il muro dei 400 punti. Per ora è già abbastanza.

Che cosa mette romanzescamente insieme quelli che sono tutti blacks (oggi all’Olimpico per il visibilio dei romani) e quelli che sono a strisce black and white (tre ore dopo allo Stadium contro la Spal)? L’inesorabilità. La vittoria come missione e come condanna. Che la palla sia ovale o tonda, che sia Waka Nathan o Beppe Furino, che parta tutto da una danza folle o da un ventre caldo, tra urla e tagli di luce, è lo stesso occhio paranoico che spaventa prima di farla a pezzi l’interferenza tra sé e il proprio destino. All Blacks e Juventus fanno notizia solo quando non vincono. Detto altrimenti, se fallisci in black o in black e white ti senti uno zero, l’ultima calpestabile cacca del pianeta. Se fallisci dentro qualunque altro colore il dramma è sempre opinabile, poiché resta comunque dolce la vita o il babà.

La differenza, niente affatto minima, è che per i neozelandesi (da nove anni consecutivi in testa al ranking internazionale) l’impresa in quanto opera permanente è la conseguenza del mito, il fiato di una nazione alle spalle. Nazione uguale identificazione. Nel caso dei bianconeri il mito è aspirazione (meglio se sostenuta dal profitto). Di un popolo disperso tra nord e sud, dentro una nazione più ostile che amica.

«Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta» non lo sentirete mai dalla bocca di un Ben Smith (per cui “neozelandese” è casomai l’unica cosa che conta). Concetto o slogan che sia, fesso, nel senso di vuoto, come pochi. Il cannibalismo applicato allo sport sottrae valore alle proprie imprese realizzate e ingigantisce quelle altrui mancate. Alimenta il tedio dei vincenti e la frustrazione negli sconfitti. Umilia l’attesa, ammorba la trama. Non funziona. Per la Juve l’ottavo scudetto consecutivo sarebbe come infilarsi un tutù bucato nell’atto di mimare stancamente il rituale della gioia, mentre a Napoli o a Roma, ma di questi tempi anche a Milano, ballerebbero la rumba sui cornicioni del palazzi. Pur di non stare lì a vita a reggere l’abito della solita sposa, noncurante di essere troppo vecchia e poco signora.

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Il cannibale, alla fine, divora se stesso. Se chiedi alla gente di Merckx, i più ricorderanno lui piangente come una creatura nel lettino, accusato di doping, un’immagine crudele ma che autorizza la gente a sperare che ci sia un futuro nel nome di Gimondi o di Poulidor, gli eterni sconfitti. Nessuna cosa vivente sopporta di vincere a oltranza. L’ultima emozione forte del tifoso juventino risale all’addio di Del Piero, sei anni fa, a soffocare la festa scudetto. Sciarpe bianconere lanciate come fiori, tutti che piangevano come vitelli. Uno psicodramma collettivo, come mai si era visto in uno stadio italiano, superato solo anni dopo dall’addio di Totti. L’emozione è il sale del calcio. La sua necessità. Sarà per questo, è per questo, che Andrea Agnelli, il giovin signore, il più lungimirante di tutti, sta flirtando così intensamente con l’Europa. Dove covano le storie, le imprese e i cavalieri giusti per riattizzare i cuori fiaccati dall’abitudine.

Fino a ieri sera, nella mente dei tifosi della Juventus, il 3 giugno 2017 coincideva esclusivamente con la prima infatuazione per Cristiano Ronaldo. Dieci mesi prima dell’ormai celebre rovesciata grazie alla quale il portoghese conquistò definitivamente le simpatie e la stima dello Stadium, il cinque volte Pallone d’Oro era stato il giustiziere dei campioni d’Italia nella finale di Champions League disputata a Cardiff. A quasi un anno e mezzo di distanza, però, sembra proprio che CR7 non sia stato l’unico protagonista dell’infelice, per i bianconeri, serata gallese. Al termine del match, nelle viscere del Millennium Stadium, Sergio Ramos fu sottoposto a un normale controllo antidoping che, però, secondo quanto assicura Football Leaks, avrebbe avuto esito positivo.

Positivo al desametasone, un antinfiammatorio utilizzato per trattare l’artrite reumatoide, incluso dall’agenzia mondiale antidoping (Ama) nella lista dei farmaci proibiti. E così, il 5 luglio di quello stesso anno il laboratorio di Seibersdorf, in Austria, comunicò il risultato delle analisi alla Uefa che, due giorni più tardi, contattò Ramos per avere spiegazioni. La risposta fu preparata dallo staff medico del Real Madrid, recapitata a Nyon il 10 luglio e accettata dal massimo organismo del calcio continentale che archiviò il caso. Com’è possibile? La spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che l’utilizzo di desametasone rappresenti un illecito soltanto nel caso in cui l’assunzione avvenga per via orale, endovenosa o intramuscolare e non, come sembrerebbe nel caso di Ramos, intrarticolare. Tuttavia, né il capitano merengue né il club campione d’Europa si erano presi la briga di comunicarlo alla Uefa, come previsto dal regolamento, almeno 24 ore prima dell’incontro.

Ma non finisce qui. Lo scorso mese di aprile, infatti, lo spagnolo si rese protagonista di un altro episodio quantomeno insolito. Subito dopo la gara di campionato contro il Malaga, infatti, il capitano del Real fu avvertito che avrebbe dovuto sostenere il controllo antidoping e che, quindi, avrebbe dovuto attendere qualche minuto prima di farsi la doccia e urinare. Sergio, però, non ne volle sapere e s’infilò direttamente nello spogliatoio blanco prima di sottoporsi al test. Una condotta non proprio esemplare che, però, non lo rende automaticamente colpevole. La Casa Blanca, non a caso, ha fatto sapere da che parte sta: «Sergio Ramos non ha mai violato le regole del controllo antidoping. L’Uefa ha chiesto informazioni specifiche e, come al solito, ha archiviato immediatamente il caso dopo le doverose verifiche degli esperti dell’Ama e della stessa Uefa. Per quanto riguarda il resto del contenuto della pubblicazione, il club preferisce non pronunciarsi perché irrilevante». L’Ama, dal suo canto, ha confermato che non ci furono irregolarità.

Deve ancora firmare il contratto che lo legherà all’Inter per tre anni, ma il viaggio a Nanchino, la presa visione della forza economica di Suning (che tre giorni fa ha aperto in Cina il suo negozio numero diecimila) e la voglia della famiglia Zhang di salire ai vertici del calcio europeo, stanno stuzzicando la fantasia di Beppe Marotta, futuro ad nerazzurro. A gennaio l’ex dirigente della Juventus non potrà incidere più di tanto in un mercato già programmato dal ds Ausilio, ma a luglio… Marotta sa che l’Inter corteggia ancora Modric, lui vorrebbe puntare Milinkovic-Savic, già inseguito l’estate scorsa in bianconero, ma il “prurito” è un altro e conduce a Paul Pogba.

Diciamolo chiaro: non c’è alcuna trattativa al momento fra Inter e Manchester United per il francese. L’Inter oggi non può muoversi per un obiettivo di tale portata perché fino al 30 giugno avrà i paletti del settlement agreement da rispettare, ma Marotta nel suo viaggio in Cina ha avuto rassicurazione da Suning che dal primo luglio ci sarà maggiore libertà di manovra. Dunque, per l’estate 2019 l’Inter potrà puntare a top player con maggiore libertà, anche se ovviamente non potrà perdere di vista il FPF. E qui entra in gioco una delle abilità di Marotta, ovvero quella di saper rinforzare la Juventus a costo di cedere ogni anno un big. Suning finora si è opposta a questa strategia, ma Marotta ha spiegato agli Zhang che la crescita di una squadra passa anche dal trading player, una strategia che anche Ausilio e Gardini erano pronti a mettere in atto il giugno scorso, prima che la Primavera di Vecchi vincesse lo scudetto, attirando sui propri ragazzi pretendenti e milioni. Fra qualche mese non sarà impossibile pensare a una cessione che servirà a sistemare in un colpo solo il bilancio, ma fungere anche da trampolino per il mercato in entrata.

Ma perché Pogba? Le spiegazioni sono principalmente tre. Come raccontato in questi giorni Marotta non ha rancore verso la Juventus, ma la voglia di sfidarla, anche sul mercato, è tanta. In secondo luogo il futuro ad interista ha ottimi rapporti con Raiola e il potente agente italo-olandese ha un “buco” nel suo carnet, ovvero l’Inter. Raiola da anni fa affari con la Juve e con il Milan, ma l’Inter è una società con cui è a secco dai tempi di Ibra e Balotelli. Ha preso in procura Pinamonti, ma il giovane centravanti era già di proprietà nerazzurra, così come l’attaccante Merola attualmente in Primavera. Terzo, ma non ultimo, fattore, il fatto che due giocatori che potrebbero permettere all’Inter di fare un’importante plusvalenza sono Skriniar (valutato 80 milioni) e Perisic (fra 30 e 40 a seconda di come proseguirà la stagione), due elementi da tempo sul taccuino del Manchester United. In particolare il difensore, guarda caso valutato poco meno di Pogba. La strada è lunga, ma ci sono indizi e motivazioni che potrebbero portare l’Inter a incrociare la strada della Juventus verso Pogba.

Cristiano Ronaldo trasforma in normalità ciò che per chiunque altro è l’eccezione. La sua irripetibile carriera lo ha portato a macinare un record dietro l’altro. E domani contro la Spai ne può arrivare un altro. Se dovesse segnare alla squadra di Semplici, arriverebbe a 10 gol dopo 16 partite tra campionato e Champions al primo anno a Torino. CR7 ha segnato 8 reti in 12 partite di campionato (2 ogni 3 partite) e uno in tre di Champions, di cui la prima a Valencia terminata dopo 29’ per via di un ingiusto cartellino rosso.

DAVANTI A TUTTI La Juventus ha avuto grandissimi centravanti nella sua storia, ma forse nessuno come il portoghese. Se domani arrivasse il gol, Cristiano nella stagione dell’esordio alla Juve avrebbe fatto meglio tra gli altri di Gonzalo Hi- guain (10 in 20), Filippo Inza- ghi (in 18), David Trezeguet (29) e Zlatan Ibrahimovic (in 30). Solo Paolo Rossi ha fatto meglio, ma in realtà Pablito centrò il traguardo nella seconda stagione. Nella prima giocò infatti pochissimo.

SERENO Ronaldo arriva all’appuntamento carico come sempre: la più che probabile esclusione dal terzetto che si giocherà il prossimo Pallone d’oro gli ha fatto girare le scatole, ma anche per questo ripartirà con ancora più cattiveria. Durante la sosta si è goduto Georgina e i suoi figli, tra una puntata a Londra e una a Lisbona. Domani ci sarà dal 1’, come Blaise Matuidi, che ieri ha usufruito di un giorno di permesso ma già oggi sarà in gruppo. Il rendimento di Cristiano si è con fermato eccezionale dopo le soste per la nazionale anche alla Juventus. Il portoghese si è infatti sbloccato dopo 3 partite a secco con una doppietta segnata al Sassuolo dopo la prima pausa. Poi ha sbloccato la partita col Genoa del 20 ottobre, l’unica non vinta fin qui dalla Juve. Ronaldo ha saltato un giro di esultanze nel 3-1 contro il Cagliari, quando rinunciò a segnare il gol della sicurezza per servire un ciocco- latino a Juan Cuadrado. E a proposito di assist, Cristiano è già a 5 passaggi gol. Continuando così dovrebbe scollina- re la doppia cifra anche in questa voce già a gennaio-febbraio, arrivando in doppia-doppia (almeno 10 gol e altrettanti assist) con grande anticipo rispetto alle 38 partite di campionato. Ma prima di allora, arriveranno altri primati, statene certi.

A San Siro hanno infranto un altro tabù, segnando entrambi. Non era mai successo che Cristiano Ronaldo e Mario Mandzukic andassero in gol nella stessa partita: era sempre accaduto che uno supportasse l’altro, come contro la Lazio e il Napoli, con Cr7 che inventa e il croato che finalizza, oppure all’opposto a Udine con Mandzukic che offre il pallone per il sinistro del fuoriclasse portoghese.

Si riparte dunque dalla vittoria contro il Milan, dopo due settimane di pausa per le nazionali nelle quali la coppia gol della Juventus in campionato (8 reti per CR7 e 5 per il numero 17 bianconero) si è allenata insieme mentre gli altri attaccanti sono andati in giro per il mondo con le rispettive nazionali (ad eccezione di Juan Cuadrado che ormai è un jolly in grado di giocare in ogni reparto). La perfezione di Cr7 unita alla ferocia agonistica di Super Mario, un mix perfetto che dà ampie garanzie a Massimiliano Allegri. La coppia non tradisce nelle grandi occasioni, ma anche domani contro la Spal sarà utile perché dopo la pausa ricominciare è sempre un’incognita. La differenza delle forze in campo dice che non c’è match, ma il tecnico livornese non vuole sorprese, tanto più che quella contro gli emiliani sarà la prima di un ciclo di nove partite di altissimo profilo, con scontri diretti con le inseguitrici dello scudetto come Inter e Roma, avversarie toste come la Fiorentina e il Torino nel derby, outsider ambiziose come Atalanta e Sampdoria, oltre agli impegni di Champions contro Valencia e Young Boys, decisivi per l’approdo agli ottavi da prima del girone.

Dopo il can can mediatico legato a Kathryn Mayorga, al quale Cristiano ha risposto con una prova superba a Udine, adesso la clamorosa esclusione, secondo indiscrezioni, dalla corsa al Pallone d’Oro non fa perdere il sonno a CR7 che avrà una motivazioni in più domani per cercare la rivincita sul campo, ma intanto nel chiuso dello spogliatoio bianconero emerge l’immagine di un giocatore per nulla proccupato ma ironico e scherzoso. Come si può vedere nella foto a lato, l’istantanea di gruppo mostra CR7 sfoggiare il cappello rosso di Super Mario, quasi a fare il verso al suo compagno di squadra perché nella Juventus di Super Mario ce n’è uno solo, vale a dire Mandzukic.

Intanto proprio dall’allenamento di ieri arrivano buone notizie per Allegri: Miralem Pjanic ha svolto tutta la seduta con i compagni. L’affaticamento muscolare, che lo aveva costretto a lasciare la scorsa settimana il ritiro della Bosnia e seguire un lavoro personalizzato, è superato. Il suo recupero è cruciale per Allegri vista la penuria di centrocampisti (Khedira ed Emre Can sono ai box). E Mattia Perin potrebbe insidiare la porta di Szczesny: dopo l’esordio con il Bologna insegue la seconda presenza.

Le ricerche possono iniziare con:

  1. Portogallo con l’emittente Rádio e Televisão de Portugal;
  2. Repubblica Ceca con l’emittente Ceca Ceská Televize;
  3. Serbia con l’emittente Radio-televizija Srbije;
  4. Suriname con l’emittente Surinaamse Televisie Stichting;
  5. Paesi Bassi con l’emittente Sanoma Media Netherlands;
  6. Svezia con l’emittente Modern Times Group;
  7. Turchia con l’emittente Turkish Radio and Television Corporation;
  8. Slovacchia con l’emittente Slovenská Televízia;
  9. Svizzera con l’emittente Schweizer Radio und Fernsehen;
  10. Paraguay con l’emittente Sistema Nacional De Television.
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Gennaio s’avvicina, giugno verrà, eppure il mercato si fa qui, adesso, anche mentre state leggendo. La Juventus non dorme mai, i telefonini di Pavel Nedved e Fabio Paratici squillano senza sosta, le batterie s’infuocano perché gli affari sono vivi, vivissimi. E gli intrecci con vista sulla variegata scuderia di Jorge Mendes intrigano parecchio un interlocutore che per natura non s’accontenta, ma rilancia, oltre Cristiano Ronaldo. E’ di due giorni fa, a Milano, l’incontro più recente tra il ds bianconero e il noto agente in una sala di lusso tra una tela seicentesca e l’altra di un noto hotel a due passi da Brera. Non un incrocio casuale, né un summit con un unico tema sul tavolo. Però un tema, in particolare, è stato toccato e non c’è stato bisogno di disdire altri impegni per fare il punto su Ruben Neves. Un nome, uno dei tanti nomi dell’infinita galassia Mendes, che ha già scaldato i dirigenti juventini in anni recenti, quando il ragazzino smetteva i panni del bebè coccolato, svezzato e poi “coltivato” fra i Draghi di Porto.

Ora, a 21 anni compiuti da un pezzo, l’ex “menino” s’interroga. Vero, nel Wolverhampton neopromosso in Premier le sta giocando tutte (12 partite per complessivi 1080 minuti senza recuperi, due gol e altrettanti assist a bilancio) e la vista di cui gode con la nazionale portoghese s’affaccia su un belvedere ricco di prospettive interessanti: anche l’Italia affrontata per due volte in due mesi può confermarlo. Però le ambizioni meritano rispetto e lottare da undicesima forza del massimo campionato inglese, probabilmente, non va così a genio a un centrocampista che sia con i lusitani sia nel suo club gioca spesso e volentieri (e bene) da mezzo sinistro nel 4-4-2 o nel 4-3-3. Ecco che, dunque, la sua eventuale compatibilità con idee, parole e opere di Massimiliano Allegri non sarebbe un problema.

Un ostacolo, semmai, potrebbe combaciare con la concorrenza del Manchester City di Pep Guardiola che oltre al portoghese va matto per l’olandese Frenkie de Jong dell’Ajax (pure lui in orbita Juve e non solo). Ma se in campo scende Mendes in persona, quel Mendes che tra i Lupi di Wolverhampton esercita un’influenza non indifferente, pronto a incontrare Paratici, ma anche il presidente Andrea Agnelli a 120 chilometri dal cuore finanziario di Milano (e con CR7 spettatore interessato), qualcosa significa. Significa che i campioni d’Italia sono presenti, pur non fossilizzandosi su un unico obiettivo per rinforzare un centrocampo in cui Emre Can e il Sami Khedira attuale (praticamente impossibile replicare le 39 presenze della scorsa stagione per l’ex Real Madrid) vanno gestiti con cura.

E se in tema di centrocampisti l’obiettivo numero uno resta il mai troppo nominato Paul Pogba, occhio anche agli altri incroci con Mendes per l’estate. Uno, in particolare: David De Gea, a 28 anni, può cambiare aria lasciando il Manchester United da svincolato e nel caso in cui Wojciech Szczesny fosse ceduto dalla Juve dinanzi a una proposta oggettivamente irrifiutabile. E poi c’è il fantasista colombiano James Rodriguez, destinato a lasciare il Bayern Monaco per tornare al Real che ne detiene il cartellino. Ma Florentino Perez avrà tutta questa voglia di accollarsi oltre 7 milioni d’ingaggio per un “non titolarissimo”? Non si direbbe.

Ruben Neves è il bambino prodigio amatissimo dai portoghesi, soprattutto dai tifosi del Porto che lo videro crescere e migliorare alcuni record di un Cristiano Ronaldo un po’ inviso a nord, in quanto ex enfant prodige dello Sporting. Il 15 agosto 2014 il Porto vede esordire finalmente il suo bambino d’oro, a solo 17 anni, diventando il calciatore portoghese più giovane a segnare in campionato. «Un esordio da sogno», disse a fine della gara, immaginando che fosse solo l’inizio di una favola chiamata Ruben Neves, il Pirlo portoghese, che segna gol alla Zidane. Seguiranno una serie di record rubati a CR7 perché diventa il portoghese più giovane di sempre ad esordire in Champions, a 17 anni e cinque mesi, battendo di qualche settimana il numero 7 della Juventus e diventa anche il capitano più giovane della storia di tutta la Champions a solo 18 anni e 221 giorni. In campo è un regista dinamico, si muove in tutto il centrocampo e inventa gol spettacolari, offrendo alla nazionale portoghese un dinamismo in regia che non si era mai visto prima.
Ruben è un giocatore molto intelligente tatticamente, sa tagliare le linee, sa coprire bene gli spazi e con la palla nei piedi ha colpi fantastici, oltre ad un ottimo tiro da fuori, racconta il giornalista portoghese Manuel Casaca da Ojogo, che conosce il calciatore del Wolverhampton dai tempi che diedi i primi passi nel Porto.

Tifoso del Porto, da piccolo dormiva in una stanza tappezzata con i poster dei calciatori del Porto vittorioso nella Championship del 2004. Il destino volle che un anno dopo, a soli 8 anni, approdasse proprio nelle scuole calcio del club. La sua carriera è stata un constante bruciare le tappe perché giocava sempre con i più grandi. Nel 2014 fu inserito nella top 11 di Euro Under17 a Malta, dopo avere guidato il Portogallo fino alla semifinale insieme a Renato Sanchez. Lopetegui lo osservava da vicino e lo volle in ritiro con la prima squadra di Porto. Aveva giusto l’età minima per la Primavera, ma non perse il treno e fu integrato con gente come Alex Sandro, Danilo e Casemiro. Non fu semplice, però, il passaggio alla prima squadra. A 17 anni, Ruben giocò 37 partite col Porto, ripetendo le presenze tra Champions e campionato anche l’anno successivo, ma non si è mai confermato come titolare. Nella terza stagione, dopo l’arrivo di Danilo per il centrocampo, perde sempre più spazio e decide di lasciare Oporto per giocare con maggiore continuità, accettando la proposta del Wolverhampton e del suo agente Jorge Mendes, iniziare un nuovo percorso dalla seconda divisione inglese. Una scelta molto discussa e criticata in patria, ma il tempo gli ha dato ragione.
«Ruben aveva paura di rimanere al Porto e fermare il suo percorso di crescita. La verità è che Danilo era effettivamente più avanti di lui in quel momento e Ruben cercava quella continuità che gli avrebbe permesso di continuare a crescere. La gente lo criticò, ma lui mi confidò che aveva fatto un passo indietro per poi farne due in avanti e non ha mai dubitato della sua scelta, commenta Manuel Casaca.

Nella prima stagione, Ruben ha giocato 42 partite in Championship segnando 6 gol, alcuni dei quali da standing ovation, commentati con un “Uauu!!” da uno come Gary Lineker sul suo account twitter. In Inghilterra è diventato il classico tuttocampista box to box, con tanto di canzoncina dei tifosi che lo paragonano a Zidane. In Portogallo lo vedono ideale per un centrocampo a due e non come unico regista. Fernando Santos ha avuto l’idea di farlo giocare da solo davanti alla difesa e avanzare lo storico regista William Carvalho per darli più copertura. Un schema tattico nel centrocampo a 4 che ha reso il Portogallo imbattuto in Nations League e Ruben ha avuto la libertà per fare in regia quello che gli piace. «Nelle gerarchie lui era dietro a William e Danilo. Adesso è il numero uno dei registi portoghesi. Vediamo un Ruben diverso, molto cresciuto, l’Inghilterra gli ha fatto benissimo», conclude il giornalista di Ojogo.
Dopo il campionato vinto con Wolverhampton, la prima stagione in Premier è cominciata esattamente come era terminata in Championship, con prestazioni di altissimo livello, due gol e due assist in 12 partite. Il nuovo Pirlo portoghese impressiona i top club della Premier, ma chissà che nella Juventus del futuro non possa affiancarsi a Pogba imitando quel centrocampo che fece sognare nella Champions del 2015.

La sensazione è che Massimiliano Allegri ami i discorsi sui primati della Juventus meno di una seduta di due ore da un dentista sprovvisto di farmaci anestetizzanti. «Non cominciamo con ste robe ragazzi» aveva detto ai giornalisti dopo la vittoria di Udine, quando un collega gli aveva chiesto se la Juve potesse vincere tutte e 38 le partite di campionato.

LA MIGLIORE Si trattava ovviamente di una provocazione. Ma resta il fatto che in campionato la marcia della Juventus nel 2018 è semplicemente straordinaria. Il ruolino di marcia ci consegna 26 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta, arrivata allo Stadium dalla testa di Kali- dou Koulibaly al 90’ di Juventus-Napoli. Se prendiamo in considerazione i 5 campionati più importanti d’Europa, nessuno ha perso così poco e vinto così tanto. E soprattutto nessuno è stato capace di fare meglio degli 82 punti dei bianconeri. Stesso risultato per il Paris Saint Germain, che in un campionato meno competitivo della serie A ha vinto 26 partite come la squadra di Allegri, ma ne ha perse due (entrambe nello scorso campionato: una per 2-1 sul campo del Lione, l’altra per 2-0 in casa contro il Rennes alla penultima della scorsa Ligue 1 a scudetto già vinto) e soprattutto è sceso in campo una volta in più, 32. E al massimo, con ancora sei gare davanti, la squadra allenata da Tuchel può arrivare a 100. Se invece i bianconeri dovessero fare percorso netto, chiuderebbero a 103. L’obiettivo è certamente ambizioso, visto che le avversarie da qui al 29 dicembre saranno Spai, Fiorentina al Franchi, In- ter, Torino, Roma, Atalanta a Bergamo e Samp.

DIFESA TOP II Dna della Juventus, mai così qualitativa nelle varie versioni allegriane, resta sempre la difesa. Di questi tempi si sottolineano le difficoltà realizzative su palla inattiva, che hanno portato a una sola rete dei difensori tra campionato e Champions. Ma la prima missione del reparto è proteggere la porta. E di questo Allegri, nonostante la Juve non abbia preso gol solo in 5 partite di serie A su 12, può essere soddisfatto. Nel 2018, Buffon, Szcze- sny e Pinsoglio (in campo per Buffon nel finale di Juve-Vero- na e superato dal sinistro di Cerci) sono stati battuti solo 17 volte. In Europa nessuno può vantare una statistica migliore: il Liverpool arriva a 19, il City a 20, il Psg (che con 95 gol ha l’attacco migliore) a 21, l’Atletico Madrid a 22. Male Barcellona e Reai Madrid, che hanno preso rispettivamente 40 e 46 reti, i dati peggiori tra le squadre di vertice europee. Dopo i 4 gol incassati dall’Inter nella sconfitta di Bergamo con l’Atalanta, la squadra di Allegri è tornata ad essere la miglior retroguardia della serie A con 8 gol concessi. Interessante il dato sulle conclusioni permesse agli avversari: le 2,5 di media a partita sono la miglior statistica per una squadra italiana, mentre in Europa la classifica è guidata dal City con un notevole 1,8.

COCKTAIL DA CHAMPIONS I

dati ci consegnano una Juventus completa, pronta a competere per la Champions come una delle 3-4 grandi favorite. Il punto di forza resta una fase difensiva di primissimo livello, che sale un ulteriore gradino sui palcoscenici europei, dove a parte il finale con lo United a Torino la Juventus è stata quasi perfetta. Per disinnescare squadre tipo Barga, Reai, City e Psg, Allegri punterà sulla superiorità della sua retroguardia rispetto alla nobilissima concorrenza. Se invece andasse per la maggiore il modello Atletico Madrid, naturalmente c’è lui, Cristiano, che ha portato il gioco d’attacco della Juve a vette mai toccate negli ultimi anni.

Cristiano Ronaldo trasforma in normalità ciò che per chiunque altro è l’eccezione. La sua irripetibile carriera lo ha portato a macinare un record dietro l’altro. E domani contro la Spai ne può arrivare un altro. Se dovesse segnare alla squadra di Semplici, arriverebbe a 10 gol dopo 16 partite tra campionato e
Champions al primo anno a Torino. CR7 ha segnato 8 reti in 12 partite di campionato (2 ogni 3 partite) e uno in tre di Champions, di cui la prima a Valencia terminata dopo 29’ per via di un ingiusto cartellino rosso.

DAVANTI A TUTTI La Juventus ha avuto grandissimi centravanti nella sua storia, ma forse nessuno come il portoghese. Se domani arrivasse il gol, Cristiano nella stagione dell’esordio alla Juve avrebbe fatto meglio tra gli altri di Gonzalo Hi-guain (10 in 20), Filippo Inzaghi (in 18), David Trezeguet (29) e Zlatan Ibrahimovic (in 30). Solo Paolo Rossi ha fatto
meglio, ma in realtà Pablito centrò il traguardo nella seconda stagione. Nella prima giocò infatti pochissimo.

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SERENO Ronaldo arriva all’appuntamento carico come sempre: la più che probabile esclusione dal terzetto che si giocherà il prossimo Pallone d’oro gli ha fatto girare le scatole, ma anche per questo ripartirà con ancora più cattiveria. Durante la sosta si è goduto Georgina e i suoi figli, tra una puntata a Londra e una a Lisbona. Domani ci sarà dal 1’, come Blaise Matuidi, che ieri ha usufruito di un giorno di permesso ma già oggi sarà in gruppo. Il rendimento di Cristiano si è confermato eccezionale dopo le soste per la nazionale anche alla Juventus. Il portoghese si è infatti sbloccato dopo 3 partite a secco con una doppietta segnata al Sassuolo dopo la prima pausa. Poi ha sbloccato la partita col Genoa del 20 ottobre, l’unica non vinta fin qui dalla Juve. Ronaldo ha saltato un giro di esultanze nel 3-1 contro il Cagliari, quando rinunciò a segnare il gol della sicurezza per servire un ciocco-latino a Juan Cuadrado. E a proposito di assist, Cristiano è già a 5 passaggi gol. Continuando così dovrebbe scollina-re la doppia cifra anche in questa voce già a gennaio-febbraio, arrivando in doppia-doppia (almeno 10 gol e altrettanti assist) con grande anticipo rispetto alle 38 partite di campionato. Ma prima di allora, arriveranno altri primati, statene certi.

La questione Pallone d’Oro non lascia indifferente neppure Massimiliano Allegri. Il tecnico ha oggi modo di avere Cristiano Ronaldo in squadra e di lavorare con lui a diretto contatto: tocca con mano quale sia il peso specifico del campione portoghese nel peso di un gruppo. E le ultime indiscrezioni, che lo vorrebbero fuori della terzina dei candidati al successo (Kylian Mbappé, Luka Modric e Raphaël Varane, in rigoroso ordine alfabetico), stupiscono anche l’allenatore della Juventus: «Non so niente di questa cosa, ma Cristiano sta bene e, per quello che ha fatto, meriterebbe il Pallone d’Oro, come ho già detto varie volte».

E che la fiducia da parte di Allegri in CR7 sia totale, lo dimostra il fatto che il portoghese (insieme con Mattia Perin e Mario Mandzukic) sia uno dei tre sicuri del posto oggi contro la Spal. Da quando è approdato alla Juventus, Ronaldo ha perso un solo colpo: quello in casa contro lo Young Boys in Europa per la squalifica seguita all’opinabile espulsione di Valencia. In campionato, poi, lo score è impressionante, con dodici partite disputate dal primo all’ultimo minuto, con tanti saluti a chi in estate pensava a un CR7 che si sarebbe gestito perché a 33 anni non si è più ragazzini.
Il portoghese ha ripagato la fiducia bianconera con il linguaggio della professionalità in allenamento e dell’efficienza in campo. In campionato sono arrivati 8 gol e 5 assist. Gol che hanno aiutato CR7 a entrare subito nella storia statistica della Juventus e a mantenere il primato delle reti nell’anno solare. Nei cinque campionati europei top c’è lui in testa, con 30 gol in 27 partite, seguito dalla coppia barcellonista formata da Leo Messi (28 in 29) e Luis Suarez (24 in 31). Un primo posto che Cristiano Ronaldo non vuole abbandonare da qui alla fine del 2018, come non vuole perdere quello con la Juventus, finora aiutata a stabilire il nuovo primato di punti (34) nelle prime dodici giornate di campionato.

Mai nessuno si era spinto così in alto in una serie che Allegri vuole proseguire, alla ripresa del campionato oggi contro la Spal. Una serie che nelle idee dell’allenatore deve condurre la Juventus il più avanti possibile e il prima possibile, per gestire gli obiettivi nazionali in primavera e concentrarsi unicamente sulla Champions League in campo internazionale. Un piano in cui CR7 è una pedina fondamentale, anzi è “la” pedina per eccellenza, per quanto ha conquistato in Europa, tra cinque coppe sollevate personalmente, con Manchester United e Real Madrid ,e reti realizzate (121, nessuno come lui).
Una Champions che Ronaldo si appresta ad addentare con rinnovata determinazione, dopo quanto sussurrato tra Parigi e dintorni in ottica Pallone d’Oro. Lui è abituato a reagire alle delusioni con ulteriori carichi di lavoro e con prestazioni ancora più determinanti sul campo. È quello che si aspetta Allegri, è quello che si aspettano i compagni ed è quello che, suo malgrado, si aspetta anche la Spal. A Cristiano Ronaldo l’onere della risposta.

La filastrocca bianconera, quella che scandisce i titolari di Massimiliano Allegri in una litania che un tempo andava dal numero uno al numero undici, ha questa volta un inizio differente. Quasi inedito. Perché se il tecnico toscano ha abituato tutti a scrivere una trama e un finale ogni volta diverso, l’incipit in stagione non è mai stato granché vario. A tal punto che in quindici occasioni su sedici finora la formazione era stata inaugurata dal complicato ma rassicurante nome di Wojciech Szczesny. Soltanto in concomitanza con il successo dell’Allianz Stadium contro il Bologna, ormai due mesi fa, il titolare tra i pali era stato quel Mattia Perin che oggi contro la Spal tornerà a difendere la porta bianconera. Per la seconda volta appena in stagione, giust’appunto. A lanciare la candidatura dell’estremo difensore di Latina è stato ieri lo stesso Allegri nella conferenza stampa della vigilia: «Dato che nessuno me lo chiede, domani in porta gioca Perin». A scherzare sulla domanda, tradizionale al limite del ridondante, che ha accompagnato in pianta stabile i suoi pre-partita fino ad oggi. Per soddisfare la cronica curiosità circa un dualismo che, al momento, non si è mai rivelato tale. «Perché c’è una chiara gerarchia e il titolare è Szczesny, detto che a livello tecnico disponiamo di due portieri entrambi di alto livello», ha fatto chiarezza ancora Allegri.

Perin, insomma, parte un gradino dietro rispetto al collega polacco. Come era stato concordato fin dall’estate, in una minuziosa programmazione volta a far crescere l’ex Genoa – alla prima esperienza in una grande squadra – sotto una più robusta ala protettrice. Che finora, però, gli aveva concesso la ribalta per 90′ soltanto, quelli che verranno replicati oggi contro i ferraresi di Leonardo Semplici tra le mura amiche dell’Allianz Stadium. Una partita in cui Perin è chiamato a dimostrare, dopo tante panchine consecutive, di essere in grado di farsi trovare pronto in qualunque momento e in qualunque circostanza. Per convincere la Juventus della bontà del proprio percorso di crescita cominciato in questi mesi alla Continassa. Per strizzare al contempo l’occhio al ct Roberto Mancini, che lo ha escluso dalle convocazioni nell’ultima e recente tornata della Nazionale. Così da vivere l’impiego contro la Spal come punto di partenza verso una stagione tutta in crescendo, nella quale ricavare gradualmente sempre maggiore spazio tra le tante competizioni con cui i bianconeri confidando di confrontarsi il più a lungo possibile. «Perché anche Szczesny sta compiendo un graduale processo di crescita e di miglioramento a livello di equilibrio mentale – ha spiegato ancora Allegri –. Lo scorso anno aveva giocato una ventina di partite, la stagione prima alla Roma disputava soltanto gli impegni in campionato: deve ancora trovare l’equilibrio giusto per scendere in campo ogni tre giorni. Non è soltanto una questione di caratteristiche tecniche, bisogna trovare un livello alto di concentrazione».

Un processo che, di conseguenza, vede e vedrà sempre più protagonista Perin, chiamato ad alternarsi con l’attuale numero uno in pectore quando il calendario si fa fitto e gli impegni diventano (o tornano ad essere) ravvicinati. Proprio come per il ciclo di nove partite alle porte prima della sosta invernale, blocco reso ulteriormente gravoso per Szczesny dagli impegni appena onorati con la casacca della Polonia. Uno spiraglio importante per Perin per iniziare a prendere confidenza con la pesante maglia da titolare della Juventus, per veder definitivamente sbocciare il suo percorso. Tanto in bianconero quanto in azzurro.

TORINO. Prende il via oggi un filotto di nove partite che di qui a fine dicembre, seppur nel mezzo di settimane non sempre piene di impegni, serviranno alla Juventus per indirizzare il campionato e avviarsi alla primavera dal sapore di Champions (con buona pace del Valencia da incrociare martedì). Comincia con la voglia di dimostrare di non aver pietà della Spal, primo avversario dopo la sosta: occhio, dopo l’ultimo stop di ottobre la Juve si fece bloccare dal Genoa allo Stadium. Allegri lo sa e ha già avvisato i suoi sull’opportunità di «non sbagliare l’approccio e giocare una partita seria contro una squadra che se non sei ordinato “ti mette a giro”». Cioè, grosso modo, ti incarta.
Per evitare rischi, ieri Max ha provato un 4-4-2 modulabile in un 4-3-3 spostando Douglas Costa da una fascia all’altra. Ronaldo e Mandzukic, reduce «da un mesetto al prato», comanderanno le operazioni. Con Bernardeschi (che martedì spera in una convocazione), Khedira (caviglia ko, sarà out per 15 giorni) ed Emre Can («Entro un paio di settimane potrà giocare una mezz’ora») non convocati, il solo Cuadrado può giostrare da centrocampista adattato e al top (Cancelo è reduce dalle Nazionali). Pjanic, spesso sostituito a partita in corso, è diventato intoccabile: secondo Allegri, «è talmente bravo che a un certo punto lo tolgo per farlo recuperare». Barzagli, Dybala e Matuidi? Partono in panca, pronti all’uso. Non come Bentancur, indispensabile aspettando che tornino gli infortunati. «Noi in emergenza? No – puntualizza Max – la rosa è a posto. E non chiederò nuovi giocatori alla società: dove potrei metterli?».

FERRARA. Chi lo ha detto che la Spal non possa fare risultato in casa della Juventus? Il presidente Walter Mattioli, qualche giorno fa, si è detto fiducioso di poter uscire imbattuto dal fortino della capolista. Una fiducia che Leonardo Semplici ha raccolto e fatto sua alla vigilia della trasferta in terra piemontese: «Ha ragione, secondo me possiamo fare bene – ha dichiarato il tecnico toscano -. E’ vero, affrontiamo una squadra di grande valore non solo a livello italiano, che sta dimostrando di poter competere alla pari contro le corazzate del calcio europeo. Ma siamo determinati, pronti ad acquisire consapevolezze. Questa partita potrà servirci per il futuro, soprattutto quando i punti in palio inizieranno ad essere davvero pesanti». Il 17 marzo scorso, al “Mazza”, la Juventus lasciò due punti al termine di un confronto terminato a reti inviolate e giocato magnificamente dalla Spal, che imbrigliò le fonti di ispirazione del gioco bianconero, sfiorando anche il colpaccio: «E mi auguro che la Juventus tenga bene in mente cosa accadde quel giorno – ha commentato Semplici -. Anche a Torino giocammo bene, sulla base di quelle che erano le nostre possibilità. Sarà fondamentale tirare fuori tutte le nostre risorse, le qualità migliori, il carattere che possediamo, la personalità che ci ha contraddistinto la passata stagione e nelle prime gare di quest’anno. Se dovessimo riuscirci allora potremo anche sperare di ottenere un risultato positivo. Ma sia chiaro, se dovessimo scendere in campo soltanto per difenderci, allora non andremo da nessuna parte. Piuttosto, voglio vedere palleggio, aggressività a centrocampo, grinta sulle seconde palle. E’ questa la ricetta giusta».
Rispetto al doppio confronto dell’anno passato c’è una grossa novità in casa juventina: Cristiano Ronaldo. Come fare a limitare la qualità del portoghese? Se lo chiede anche Semplici: «Bisognerebbe fare tante cose per poterlo arginare, ma non dimentichiamoci che la Juventus oltre a Ronaldo ha altri calciatori straordinari, in grado di fare la differenza. Potremo fermarli soltanto aggredendoli, non facendoli giocare facile. Servirà una grande prova di squadra».
Capitolo formazione: mancherà Vicari, mentre Fares stringerà i denti e potrebbe giocare anche dal primo minuto. A centrocampo ci sarà Kurtic: «Sta bene, ha recuperato la migliore condizione possibile e mi auguro che abbia nelle gambe i novanta minuti. Chi giocherà in porta? Il titolare è Gomis, quindi giocherà lui». In difesa, nonostante l’impegno con la nazionale polacca disputato martedì sera, Cionek è favorito su Djorou, ancora alla ricerca di condizione fisica e continuità.

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