Video Highlights Psg – Napoli 2-2: Sintesi e gol, beffa al 93′


Fuori dagli schemi, anche lì, c’è un calcio: e bisognerà calarsi dentro, corpo e anima, per averne percezione, per accorgersi che c’è sempre un domani. «Perché squadre imbattibili non ne sono ancora state create o almeno non mi sembra ce ne siano». Andate ad attingere dal vocabolario del calcio: cuore, animo, metteteci tutto quello che avete dentro, vi sentirete più leggeri, forse anche migliori; coglierete l’essenza di un football straordinariamente internazionale, perché s’avverte che c’è un’altra aria, senza restare ingabbiati nel nozionismo da bar sport. E così non vi chiederete neanche più quante coppe abbia vinto Carlo Ancelotti, non c’è bisogno, sono dettagli esistenziali, che svaniscono (pubblicamente) tra rombi, sovrapposizioni e diagonali e che si esaltano nella psicologia di un uomo che sa solleticare le corde giuste a una squadra che sta diventando sempre più sua: «E chi non ha coraggio, può anche starsene a casa».

REPETITA LIVERPOOL. E’ chiaro, è terribilmente limpido il concetto, che val la pena sottolinearlo con quella faccia un po’ così, quella espressione un po’ così che punta dritto ai sentimenti: il calcio è schemi, moduli e organizzazione, e ci mancherebbe, ma il resto appartiene al cervello, alla autorevolezza, all’autorità e, se gradite, anche ad una bella faccia tosta. «Voglio ragazzi che si sentano a loro agio, non mi focalizzo sull’aspetto tattico. Mi è piaciuto quello che hanno fatto con il Liverpool e penso possano ripeterlo: noi siamo qua perché abbiamo tutte le qualità che ho citato».

SI CAMBIA, ANZI NO. Il Liverpool è lo spartiacque, il match in cui il Napoli ha dimostrato e capito che c’è un calcio per varie stagioni o diverse nottate: e andrà a finire che verrà fuori quella squadra lì, con la difesa a quattro che in fase di uscita si trasforma «a tre», e semmai soltanto Mertens per Milik di diverso, certo non la propria beata (in)coscienza di quell’ora e mezza senza macchia e pure senza alcuna paura: «Quella partita ci ha trasmesso certezze, nonostante alla vigilia fossimo poco accreditati. Non so se saremo gli stessi, può darsi, ma qualcosa cambieremo nell’atteggiamento e nella strategia».

FRECCIATE. Parigi, un anno dopo: viene da citarla quell’altra sfida, quella che finì male, 3-0 per il Psg, quella che spinse il Bayern ad esonerarlo, quella che ha lasciato in Ancelotti qualche piaga che si spalanca dinnanzi ai microfoni. «Sono mutate tante cose rispetto a quella gara: il Psg ha un altro allenatore, Tuchel, che stimo, del quale sono amico ed al quale auguro ogni fortuna con questo club; ma anche il Bayern ha un nuovo tecnico e ancora qualche problema. E quanto a me: oggi sento la fiducia di tutti i giocatori, della società, della gente e non solo di quattro o cinque calciatori. E io Napoli l’ho scelta per i motivi che ho elencato di recente: la qualità dell’organico, il progetto societario, la bellezza assoluta della città».

FAVORITISMI. Si potrebbe allestire un convegno, intorno a quest’ora e mezza che sa di tante cose assieme, per esempio persino di paradossi sul ruolo di favorito, che Ancelotti manipola con cura: «E’ bello ritrovarsi persino in questa condizione. E’ una partita molto importante ma non decisiva, perché c’è il ritorno al san Paolo e semmai possono diventarlo, mettendole assieme, queste due con il Psg. Che ha un potenziale incredibile ma che troverà di fronte un Napoli intenzionato a dimostrare quel che sa fare. Loro sono formidabili e quando sono usciti i gironi noi eravamo ritenuti unanimemente la terza squadra per valori: ma arrivare al Parco dei Principi e sentirsi dire che ci temono ci fa piacere. Ma qui mi fermo». Perché il resto, altrimenti, ricondurrebbe (banalmente) dentro ad uno schema. Ma questa è Psg-Napoli…

Ormai era tutto chiaro: tanto c’è lui. E che fosse notte, di quelle cupe, e facesse freddo; o che si giocasse a mezzogiorno, e dunque ci si sciogliesse al sole; che s’andasse incontro a Madame, il fascino indiscreto dell’aristocrazia o si rischiasse di ritrovarsi sul ciglio del burrone, spalancato dalla provinciale: ieri, oggi e domani resta Edinson Cavani. Ed è un richiamo mica solo della memoria, ma di tre anni che sono rimasti incartati nella carne, perché l’ultima estate, la più torrida e «invivibile», è stata consumata inseguendo un’ombra, un fantasma e anche una seducente ossessione. Centoquattro gol e non ce n’è una, che sia anche una soltanto, derubricata a banalità assoluta, ridotta a dettaglio emozionale d’una fusione tra corpi e anime squagliatesi per un po’ dopo il divorzio e poi ricomposte, silenziosamente, anche teneramente, perché certi amori non finiscono.

NON ESULTO. Si scrive Cavani e si ripensa, fatalmente, al matad’or, ma scritto proprio così, perché c’è stato un tempo, e sembra ieri, in cui si scavano pepite a piedi nudi, tra le caverne del nulla più assoluto – palloni vaganti nell’emisfero australe o nella terre di nessuno – o nell’orgia di un’area di rigore, emergendo tra decine di gambe e per imporre quel fisico scultoreo e le raffinate sensazioni di un rabdomante. Ci sono centoquattro emozioni sparse qua e là tra i gorgheggi di quel triennio – le qualificazioni in Champions, la coppa Italia e uno status costruito in quella galleria dei capolavori – che ora sfilano dinnanzi agli occhi, un po’ inumidiscono le guance di una Napoli riconoscente e un po’ l’illuminano sentendo ciò che Cavani ha confessato a un amico piombato a Parigi in anticipo, per viverselo ancora, sperando che non accada ciò che invece appartiene al ventaglio più probabile delle sue possibilità. «Ma io se segno non esulto».

BRIVIDI. E sarà un istante, quello dell’ingresso in campo, o un’ora e mezza, quell’ansia prolungata a inseguirlo con lo sguardo, a rivederne le movenze, a temerne il «graffio», lo «sfregio» ad una notte che non è per Neymar e neanche per Mbappè, che non ha altri re (dall’altra parte del campo, s’‘intende) che non si chiamino Edinson Cavani, un sentimento mica un rimpianto, nel quale anche De Laurentiis andrà a tuffarsi nostalgicamente in quell’eroe di una epoca indimenticabile. Prima uno sguardo all’attualità, agli insulti che riceve in città: «Non sapete di cosa si tratta, quando lo scoprirete farete il “mea culpa”. Diffondete delle immagini non sane, che non riflettono la verità. Inchiesta di Report? Dovevo aspettare quel servizio per farmi un’idea? Parliamo di calcio da 14 anni… Queste domande vanno fatte al ministro degli Interni». Poi Edinson: «Cavani lo volli io da Palermo e lui ha ricambiato segnando una valanga di reti. Il giorno in cui penserà di tornare a Napoli, Edi troverà sempre le porte aperte. E quando vorrà ridursi lo stipendio, sarà il benvenuto perché la gente lo attende. Io con lui non sono mai stato arrabbiato e se vorrà venire ancora da noi, lo riabbracceremo con affetto». Ma con la speranza, per una sera, magari anche per due, ripensando al ritorno del san Paolo, che almeno el matador resti avvolto (quanto Napoli) in quel turbamento ch’è piacere ma anche tremolio, inquietudine, tormento che si sovrappone all’estasi e che nessuno debba spingersi a sussurrargli, sorridendo amaramente: tu quoque, Cavani?

Dries c’è. Con il Psg dovrebbe esserci dall’inizio, con Ancelotti non si può mai sapere fino all’ultimo istante utile a cambiare la formazione, però l’idea relativa al toto-formazione circolata ieri è proprio la seguente: un attacco con Insigne a girare intorno a Martens. E se oggi al Parco dei Principi l’indiscrezione si tramuterà in realtà, per il pittore fiammingo del gol sarà l’esordio in Champions dal primo minuto. Già: finora, e dunque con la Stella Rossa a Belgrado e poi con il Liverpool al San Paolo, è toccato a Milik recitare il ruolo del titolare, ma ormai il Mondiale è lontanissimo e le tossine le ha portate via l’autunno. Dries è tornato: e dunque c’è.

MODELLO REDS. E allora, la prima di Mertens: non in senso stretto, perché Carletto lo ha spedito in campo sia la prima sia la seconda volta internazionale del Napoli, ma comunque oggi con il Psg l’attacco dovrebbe presentare il capocannoniere delle due precedenti stagioni azzurre sin dal fischio d’inizio. Con la speranza che i risultati siano immediatamente quelli ammirati e applauditi nella mezzoretta finale giocata con i Reds: la traversa di testa su cross di Mario Rui, il tocco a lanciare Callejon verso la gloria (assist-gol a Insigne) e altre giocate interessantissime che lasciavano presagire una certa condizione. La riconquista di una forma psicofisica smarrita in Russia, dopo due annate splendide e allo stesso tempo estenuanti con Sarri.

LA SCALATA. Sì, la storia è stata proprio questa: Dries torna per ultimo dalle vacanze post Mondiale, essendo arrivato in fondo, e concorda con Ancelotti una gestione molto accorta della parte iniziale della sua stagione: tant’è che la prima da titolare la gioca con la Fiorentina, alla quarta di campionato. Dall’epoca, una scalata graduale: a sprazzi con la Viola, molto bene con il Torino e via via una corsa culminata nella notte di Champions con il Liverpool. Segnali molto positivi confermati anche con il Belgio, nel corso della sosta, dove ha prima giocato la migliore partita dell’era Martinez con la Svizzera – parole del ct – e poi concluso la parentesi Nazionale con uno splendido gol con l’Olanda. In coda, la sfida di sabato con l’Udinese: tanta qualità e il 2-0 su rigore.

CHE SFIDA. Un recupero fondamentale, inutile girarci intorno, sia sotto il profilo del gioco, considerando l’intesa con Insigne e Callejon e soprattutto l’imprevedibilità, sia sotto il profilo realizzativo: se fino a questo momento al bel Napoli di Carletto è mancato un quid, beh, è di certo un partner d’Insigne ispirato più o meno quanto lui. L’occasione della continuità, comunque, sarà sul piatto sin da oggi, giorno di una sfida bella, stimolante e anche molto importante per le sorti europee della squadra: gli azzurri, infatti, comandano il gruppo con 4 punti davanti a Liverpool e Psg, indietro di un passo, e ciò significa che un risultato positivo porterebbe una ventata di meraviglioso ottimismo sulle chance di qualificazione al prossimo turno. Un quadro niente male. Magari perfetto, con il tocco del pittore fiammingo del gol.

A livello europeo il Paris Saint Germain ha battuto il Napoli una sola volta: era il 1992 e le due squadre erano di fronte nel secondo turno di Coppa Uefa: all’epoca fu una doppietta di Weah a decretare il passag gio della squadra parigina al Parc des Princes (0-0 al ritorno), ma in Champions League il club della capitale francese non è mai riuscita a battere una squadra italiana ed ora contro il Napoli la sfida si preannuncia più che intensa. Il Psg infatti sa che la partita contro il Napoli non sarà semplice e anche il neo difensore della squadra transalpina, lo spagnolo Juan Bernat , lo ha confermato alla vigilia della sfida. «Sicuramente questa partita può essere già decisiva e non vediamo l’ora di scendere in campo: la nostra volontà è quella di portare i tre punti a casa, perché questa è l’unica cosa che conta. Il Napoli sta vivendo un momento molto positivo, ha ottimi giocatori come Hamsik, Insigne o ancora Callejon. È una delle migliori squadre italiane, anche perché conosco bene Ancelotti e so che sta facendo un ottimo lavoro perché in campo si vede che sono organizzati bene».

BERNAT. Anche Bernat, come aveva già fatto il tecnico Thomas Tuchel prima di lui, ha sottolineato come la partita contro il Liverpool sia stata per il Psg un momento chiave della stagione, una sconfitta che ha risvegliato il gruppo e che ha permesso di crescere anche in campo. Bernat non ha iniziato in maniera semplice la propria stagione al Psg, anzi ha dovuto recuperare dopo un brutto infortunio avuto durante il suo ultimo periodo al Bayern e alla fine si è detto contento della sua scelta, con la voglia di dimostrare il suo valore all’interno della rosa parigina, nonostante il club francese non sia stato l’unico ad averlo cercato in estate. «Si è vero, ci sono stati contatti con il Napoli nei mesi scorsi, ma alla fine la mia decisione è stata quella di venire a Parigi e penso non vi sia null’altro da aggiungere in merito».

Se lo spagnolo ha rifiutato l’invito della squadra partenopea, la decisione non è comunque legata alla presenza in panchina di Ancelotti, allenatore che stima profondamente: «Penso che tutti lo conoscano, anche perché il suo curriculum e le sue vittorie parlano per lui, credo che una delle sue migliori qualità sia proprio nella gestione dello spogliatoio, ha una marcia in più». La squadra è concentrata, anche perché qualsiasi passo falso potrebbe costare caro al Psg, e Bernat ha sottolineato l’importanza di una vittoria al Parco dei Principi: «Se non è una finale, questa sfida ci si avvicina molto: una sconfitta ci potrebbe far scivolare fuori dalla Champions ed è un rischio che non possiamo correre. Siamo uniti, vogliamo vincere tutti insieme. In questi giorni ne abbiamo sentite tante, anche su Cavani e sulla sua tristezza, ma in realtà la sua è solo voglia di andare a segno e prima o poi tornerà a farlo».

Certo quella del 6 novembre al San Paolo sarà una notte di Champions che lascerà il segno. Ma anche stasera per Edinson Cavani incrociare per la prima volta quella maglia azzurra che lo ha lanciato a livello internazionale non sarà semplice. Centoquattro gol e tre anni a Napoli da vero Matador, amato e osannato come mai gli è capitato qui a Parigi, nonostante un lustro griffato da ben 176 gol. Del resto proprio l’uruguaiano, poco più di un anno fa tornando a Napoli – dove vive la sua ex moglie con i due figli tifosissimi azzurri – ha dichiarato che, prima di tornare in Uruguay, gli piacerebbe giocare ancora con il Napoli. Non calcio mercato e manco fantacalcio, ma suggestioni frutto di passione e amori che nel Golfo fanno tremare le vene.

TORMENTONE ESTIVO I tifosi del Napoli hanno sperato per tutto il periodo del mercato che il presidente Aurelio De Laurentiis potesse rispondere con un grande colpo all’acquisto di Cristiano Ronaldo. Così non è stato per strategie diverse del club, ma sulle (presunte) notizie che rimbalzavano in ogni angolo della città – con la presenza di Cavani data per certa all’ho- tel Vesuvio, come in Cilento, nei pressi del Lago Patria piuttosto che a Capri – si potrebbe scrivere un libro. Ieri come oggi Aurelio De Laurentiis non si fa condizionare dalla piazza e dice: «Abbrac- cerò stasera un grande campione. Un fuoriclasse su cui c’è poco da aggiungere per quello che ha dimostrato in campo». Poi però ecco lo spiraglio che rischia di alimentare un nuovo tormentone: «Se Edinson si abbassasse lo stipendio sarebbe ideale con Ancelotti…». Restano suggestioni, niente di più. Il campo stasera darà risposte che finiranno per dare grandi gioie e altrettanto grandi delusioni a qualcuno.

NEY NON PASSA PALLA Ca

vani ha già segnato 6 gol in questa stagione, ma l’ultimo è stato nella goleada alla Stella Rossa del 3 ottobre, prima una doppietta al Reims lo scorso 26 settembre. Colpisce soprattutto l’incomunicabilità calcistica con le altre stelle, già evidenziata nella passata stagione. Per discutere su dati concreti a Liverpool Cavani non ha ricevuto alcun passaggio da Neymar, dandogliene solo 2 volte la palla. Peggio ancora con Mbappé che gli ha dato un pallone, ricevendo niente. Dati che diventano ancora più eclatanti nella gara con la Stella Rossa in cui i parigini hanno stradominato: Cavani ha passato una palla al francese e 4 al brasiliano, ricevendone rispettivamente 2 e ancora uno zero dal brasiliano. Mentre gli altri due si sono passati la sfera ben 29 volte.

Dunque ancora Neymar non ha mai passato il pallone a Cavani e quelli del Napoli si augurano non lo faccia anche stasera.

DISTACCATO E che Cavani viva un po’ ai margini della squadra, lo dimostrano anche le abitudini fuori dal campo. Mentre i compagni prediligono i ritrovi più alla moda in città, lui preferisce le passeggiate nella natura, fra le campagne che circondano la metropoli. Chissà quanto influirà lo stato d’animo di Edi, forse un po’ pentito di non aver forzato la mano al club francese in estate per cercare maggiore considerazione da un’altra parte. Ma attenzione che proprio il Napoli potrebbe ridare stimoli impensabili all’attaccante uruguaiano.

ULTRA’ E POLEMICHE A bordo campo al Parco dei Principi, mentre Carlo Ancelotti fa riscaldare i suoi, il presidente De Laurentiis parla con i giornalisti anche sulle questioni emerse nella rubrica Report in tv: «Striscioni, proteste, cose terrificanti? Voi non sapete di cosa si tratta. Il giorno in cui lo scoprirete farete un mea culpa per aver diffuso notizie non vere. Guardatevi Report…». Ma non finisce qui perché sul Parisien ADL ne ha anche per gli avversari: «Il Psg non ha problemi economici. Se ha un bilancio in rosso, come un prestigiatore lo fa diventare bianco. Per me il calcio non è un modo per fare altri investimenti, come per il Qatar. Con i russi, i qa- tarioti, gli arabi e forse i cinesi in futuro, è molto facile nascondere i finanziamenti. Se i qatarioti sponsorizzano il PSG via Qatar Airways con 100 milioni di euro sulla maglia, nessuno dice nulla. In Italia, ci sono almeno quattro squadre che non dovrebbero giocare, perché sono piene di debiti…».

E si può osservare l’orizzonte, lanciando un’occhiata al vissuto: saranno 510 partite e vorrà dire che a questo punto, stasera, la Storia comincerà a soffiargli al fianco, spingendolo nell’Olimpo. E si può scrutare in quello sguardo che insegue il vuoto, e invece va domando le emozioni, che ci sono dodici anni dentro alle nuvole che ora catturano Hamsik e lo fanno prigioniero. Il Parco del Principe è per lui, che s’è preso il Napoli da «bambino» e se l’è portato dentro, a cresta alta, senza porsi domande e però offrendo risposte: centoventi gol, per lasciare che Maradona rimanesse lì, staccato, e ora un altro passettino ancora, anzi formalmente due, affinché pure Bruscolotti finisse nell’ombra di un capitano che ormai è per sempre. La 510 fa da preludio all’aggancio: non può essere una serata normale, per un Principe, anzi per un Re.

Lo sente il momento, Hamsik?
«Non posso mentire, non ci riesco: e non posso che dire di essere turbato. Quando arrivai non credevo di poter raggiungere tutti questi primati e invece sta per accadere».
Sono tutti suoi, ormai.
«E con la maglia del Napoli, un club che rientra tra i top del mondo del calcio. E’ una sensazione fantastica, meravigliosa, che mi rallegra, che mi dà gioia, che mi confonde anche. Mi sembra quasi incredibile».
Stasera rivede Cavani, compagno per un triennio ma anche amico, e non sarà un incontro banale.
«Quando arrivò a Napoli, sin dai primi giorni, dai primi allenamenti, si capiva che aveva la stoffa per arrivare in una delle big del calcio mondiale. In quel periodo, si è conquistato quello che gli è stato concesso. Era un giocatore da Psg, da livelli elevatissimi, e sarà bello non solo incrociarlo ed abbracciarlo ma anche affrontarlo da avversario».
Ma sarà anche dura, quasi impossibile questa partita con il Psg.
«Si diceva lo fosse anche quella con il Liverpool…Bisogna avere fiducia e crederci fino alla fine. Ogni gara di Champions va considerata difficile, perché la qualità delle avversarie è altissima e a noi sono capitate due tra le favorite. Ma siamo il Napoli, siamo qui per giocarcela, perché se pensi di non farlo rischi poi di essere devastato».
Gli ingredienti giusti.
«La tranquillità e la consapevolezza dei nostri mezzi. Abbiamo un allenatore che ci trasmette non solo concetti tattici ma principalmente una serenità d’animo significativa molto importante. Non vediamo l’ora di cominciare a giocarla, questa gara a Parigi».
Ha parlato di Ancelotti, il suo sesto allenatore da quando è a Napoli.
«Gli sono grato per averci spinto a battere il Liverpool, attraverso una applicazione inusuale. E sul campo penso si sia visto quello che Ancelotti ci ha chiesto di fare. E’ stata una bella dimostrazione per noi, che siamo stati bravi nelle interpretare le due fasi. E contro il Psg bisogna che si resti su quella intensità per riuscire a fare punti».
La regia le sta sempre stretta?
«Ho sempre detto che sono un giocatore al quale piace toccare tanti palloni nel corso dei novanta minuti: mi sto trovando bene, sono convinto di poterlo fare e di potermi anche migliorare in fase difensiva. Non era mia abitudine allontanarmi dalla porta, ma ci sto provando e dovrò abituarmi. Ma sono contento di quello che sto facendo e penso che il tempo possa solo aiutarmi. Ho sfruttato quello che ho avuto a disposizione, ma non è mai troppo per imparare nuove cose quando si gioca a questi livelli».
Turn-over a volontà e dal cilindro, a Udine, a partita in corso, è uscito Fabian Ruiz non Hamsik.
«C’è scelta e Ancelotti ci sta utilizzando come ritiene più opportuno. Fabian si sta esprimendo su standard rilevanti e sono contentissimo per lui».

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