Coronavirus, Wuhan la città fantasma assediata dal virus

Pubblicato il: 1 Febbraio 2020 alle 9:32

Cronaca di una giornata normale. Mamma Sara e il figlio Matteo si svegliano alle sei del mattino. Colazione, quindi a piedi fino alla Wuhan Yangtze International School, che è poco distante dall’appartamento, due camere e doppi servizi all’ottavo piano di un edificio di trentatré. L’entrata è alle 8. Alla mamma bastano ancora pochi passi per raggiungere la Jianghan University, dove insegna Comportamento e benessere animale. C’è il tempo per un cappuccio “vero”.

È uno dei momenti in cui si ricongiunge idealmente all’Italia che ha lasciato nel 2007 per periodi via via più lunghi. Il trasferimento definitivo a Wuhan, 11 milioni di abitanti, settima città della Cina, è avvenuto nel 2012. Questa però non è una giornata normale. Non lo è dal 20 gennaio, da quando cioè le autorità cinesi hanno per la prima volta confermato che 2019-nCoV si può trasmettere da uomo a uomo: è un coronavirus e a partire da un raffreddore può portare a polmoniti e alla morte. Per essere più chiari, è della stessa famiglia della Sars, la sindrome, partita dalla Cina, che tra il 2002 il 2003 portò alla morte di oltre 770 persone nel mondo.

Le autorità di Pechino hanno deciso di mettere in quarantena l’intera area: chiusi aeroporti e stazioni ferroviarie; sospesa la circolazione dei mezzi pubblici, dei taxi e di Didi, il corrispettivo cinese di Uber, chiuse le autostrade. Bisogna restare in città, trasformata in molte aree in una città fantasma, con gli ospedali al collasso perché al primo starnuto si corre a farsi visitare. Il blocco non è bastato: secondo il sindaco della megalopoli, Zhou Xianwang, almeno 5 milioni di persone avrebbero lasciato Wuhan prima che scattassero le misure di sicurezza. E così altri muri si sono alzati, fino a Hong Kong e Pechino, sono stati sospesi i tour di gruppo, è stata chiusa parte della Grande Muraglia.

E il mondo ha iniziato a tremare: il bilancio, provvisorio, parla di 106 morti e oltre 4.500 contagi. Sara Platto però è tranquilla. «Non possiamo fare altro che stare in casa e così siamo al riparo dal contagio», spiega a Gente che l’ha raggiunta telefonicamente. Lei e buona parte dei 50 connazionali residenti in città hanno espresso forti perplessità anche di fronte al piano di evacuazione proposto dalle Farnesina: «Pensano a un trasferimento in pullman verso Changsha, a 300 chilometri da qui, ma ancora nell’area a rischio, quindi il ricovero in un ospedale cinese per la quarantena. E se bloccano i voli anche da lì? L’ospedale poi è il luogo più a rischio», commenta Sara.

Le giornate, giocoforza, sono state riorganizzate. Si è fatta accompagnare da un’amica in un supermercato, sempre indossando la mascherina, e ha riempito il frigorifero. Ammette che tener occupato il figlio Matteo non è facile: lui suona nella banda della scuola, ci sono i corsi di robotica, poi le partite a Dungeons & Dragons, uno dei giochi da tavolo più conosciuti al mondo (gli appassionati sono oltre 20 milioni), e lei fa volontariato come insegnante di inglese ai coetanei cinesi. «Le giornate trascorrono nella noia, ma ci stiamo organizzando». Le partite di Dungeons & Dragons si disputano in videoconferenza (come le lezioni a scuola) «e i combattimenti tra druidi, elfi e orchi sono più che mai agguerriti », confessa la mamma.

Che ha fatto uno strappo alla regola consentendo libero accesso alla Tv. Ricompensa per la rinuncia alla festa di compleanno, caduta in questi giorni. Tanta calma è normale? Marco Leporati ha 63 anni, e a Shanghai è general manager della Savino Del Bene, un’azienda di trasporti internazionali. È in Cina dal 2000 e ha vissuto i mesi della Sars. Oggi, seppure viva a 800 chilometri da Wuhan, non nasconde la preoccupazione: «Dicono che milioni di persone siano partite prima del blocco. Dove saranno andate? Molte dovrebbero essere anche qui a Shangai». Questo virus si propaga più facilmente della Sars anche perché la febbre non è un elemento discriminante come nella Sars e quindi non si sa quanto sia pericolosità. Certo, la Cina sta facendo uno sforzo incredibile, con lo stesso presidente Xi Jinping in prima linea. «L’emergenza Coronavirus risveglia in egual misura paura e coesione nazionale.

Gli ospedali costruiti a tempo di record e la solidarietà di medici volontari che raggiungono gli ospedali più in crisi hanno echi nella storia cinese, che ha sempre esaltato lo sforzo e il sacrificio del singolo per la collettività », sottolinea Francesco Boggio Ferraris, direttore della Scuola di formazione permanente della Fondazione Italia-Cina. Così una fabbrica di mascherine, unica vera prevenzione al contagio, è rimasta aperta proprio durante le festività per fornire 100 mila mascherine agli ospedali dove iniziavano a scarseggiare. Una consegna portata a termine dai medici volontari della China biodiversity conservation and green development foundation, una delle ong ambientaliste più importanti in Cina.

È la stessa ong, della quale la nostra italiana è consulente scientifica, che ha chiesto a gran voce al governo di vietare il commercio di carni selvatiche «Nella Cina di oggi convivono alta tecnologia e retaggi dell’antica cultura agricola. Così il consumo di animali selvatici, come serpenti o pipistrelli, è ancora elevato. Anzi, l’aumento del benessere ha significato anche l’aumento del consumo di animali selvatici diventato status symbol». Animali macellati nei cosiddetti Wet Market con scarsi controlli igienici, come quello di Wahun da cui si sospetta sia partita l’epidemia (ma un articolo apparso sulla rivista scientifica Lancet sembra smentire questa ipotesi).

Lei, come gli altri connazionali sono lontani da queste abitudini. Anzi, sulla loro chat ci sono indicazioni dove trovare spaghetti. «Siamo più preoccupati di tranquillizzare le famiglie che non di un contagio », precisa. Ma sono in molti ad aver paura. Come il fattorino che qualche giorno fa ha consegnato l’acqua minerale a casa di Sara Platto: «Quando il campanello è suonato, alla porta ho trovato solo le bottiglie d’acqua. Dopo qualche secondo un viso ha fatto capolino da dietro un angolo: voleva sincerarsi che ritirassi la consegna ma senza avvicinarsi». Però si reagisce. Come nella serata di martedì, quando dalle finestre si è iniziato a urlare «Wuhàn jia yóu», l’incitamente che si sente negli stadi: «Forza, Wuhan». Anche con ironia. Mamma Sara ha inviato un’ultima foto via WhatsApp: oggi c’è il sole, lei e Matteo pensano di uscire e il ragazzo ha deciso di fare l’eccentrico. Per proteggersi, mascherina e maschera da sub. Poi è sceso a più miti consigli: gli occhialini della piscina.

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