Domenico Lucano chi è il Sindaco di Riace?

Dice Domenico “Mimmo” Lucano, sindaco di Riace per tre volte tra il 2004 e il 2018 e artefice di un esperimento di integrazione che ha acceso i riflettori del mondo sul piccolo borgo della città metropolitana di Reggio Calabria, che lui rifarebbe tutto daccapo, tutto.

Al suo “modello Riace”, d’altra parte, ci avevano creduto in tanti: dal regista Wim Wenders, che nel 2010 sul sistema di accoglienza di Lucano girò il corto Il volo, al magazine americano Fortune, che nel 2016 inserì il primo cittadino della Locride nella classifica dei 50 leader più influenti al mondo, assieme a Papa Francesco e al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Ma evidentemente non ci credono i giudici del Tribunale di Locri, che lo hanno condannato a 13 anni e 2 mesi di reclusione al processo di primo grado su presunti illeciti nella gestione dei progetti di accoglienza per gli immigrati, quasi raddoppiando la richiesta del procuratore capo Luigi D’Alessio e del pubblico ministero Michele Permunian, che avevano chiesto 7 anni e 11 mesi per una lunga serie di reati contro la pubblica amministrazione e il patrimonio.

Una sentenza durissima e sorprendente, che la stessa accusa ha giustificato con i numerosi capi d’imputazione riconducibili a due filoni distinti: il primo riguarda sedici reati, tra cui l’associazione per delinquere, la truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e il peculato relativo a una somma di quasi 800 mila euro (per una pena di 10 anni e 4 mesi), il secondo include cinque reati, tra cui l’abuso d’ufficio e il falso in certificato per il rilascio di un documento d’identità a una cittadina nigeriana che non era residente nel comune di Riace (per 2 anni e 10 mesi di carcere).

A Lucano, al quale così come agli altri diciassette condannati – tra cui la sua compagna Lemlem Tesfahun – non sono state concesse le attenuanti generiche, è stato chiesto anche di restituire 500 mila euro di finanziamenti ricevuti da Unione europea e governo.

Ma lui avverte: «Non avevo nemmeno i soldi per pagare gli avvocati, mi dovevano nominare un legale di ufficio, mi mancano i liquidi per vivere, come posso estinguere queste cose? Mi sono schierato dalla parte degli umili, ho immaginato di partecipare al riscatto della mia terra.

Oggi però per me finisce tutto». Quel tutto era iniziato nel 1998, quando non aveva ancora cominciato con la politica e faceva l’insegnante, e il vento portò un veliero di migranti in fuga dal Kurdistan fin davanti alle coste calabresi: Lucano capì in fretta che accogliere quei profughi era sì un dovere umanitario, ma anche l’opportunità di far rinascere il suo comune ormai impoverito e svuotato dall’emigrazione.

Erano 184 persone di cui 72 bambini, e da allora Lucano divenne “Mimmo ’o curdu”. Fondò un’associazione per recuperare le case ormai abbandonate del paese e darle in comodato d’uso a chi scappava da guerre e carestie.

Nel 2000 entrò in consiglio comunale e, quattro anni dopo, era il sindaco di Riace. Anno dopo anno, i curdi diminuivano, ma arrivavano eritrei, etiopi, senegalesi, ghanesi. Nessun problema di integrazione e un impiego per tutti: nella raccolta differenziata fatta con gli asini che riescono ad arrivare dappertutto, nel lavoro stagionale nei campi, in un’azienda di fiori, nelle case come badanti o nel sistema di botteghe artigiane in cui operatori locali e immigrati lavoravano vetro, ceramica, tessuti.

Ma nello stesso anno in cui Fortune battezzò il modello Riace come una «possibile soluzione alla crisi dei rifugiati in Europa», arrivò al comune un’ispezione della Prefettura di Reggio Calabria che rilevò «criticità per gli aspetti amministrativi e organizzativi».

Il 2 ottobre 2018, nell’ambito dell’indagine Xenia, “ospitalità” in greco antico, Lucano finì agli arresti domiciliari e dal giorno dopo venne sospeso dalla carica di sindaco. Da allora Riace non è stata più la stessa. Fino al 1° ottobre scorso, quando la piazzetta e le stradine del comune jonico si sono riempite di cittadini e attivisti per esprimere solidarietà a Lucano, candidato alle regionali con la lista del sindaco uscente di Napoli Luigi De Magistris e appena condannato a una pena che, come dice lui, «neanche i mafiosi».


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