All’inizio ho pensato che fosse un passante. Nel vetro si vedevano solo una spalla, una mano con il telefono e una striscia di viso tagliata dallo stipite. Poi ho riconosciuto la custodia verde, scollata vicino alla fotocamera. Gliel’avevo regalata io a Colin per Natale. «È mio padre», ho detto. Freya ha allontanato il telefono come se l’immagine potesse cambiare se la guardavamo da un’altra distanza.
Lei ha ingrandito ancora, fino a far diventare tutto quadratini. Sotto la mano c’era la manica del suo impermeabile blu, quello con il polsino consumato. Mi sono appoggiata agli armadietti. Colin abitava vicino al porto, dall’altra parte della città. Martedì sera aveva scritto che faceva tardi al lavoro. Ho aperto il suo messaggio, quello arrivato mentre parlavo con Mercer, e l’ho riletto senza rispondere.
«Forse era andato a parlare con tua madre», ha detto Freya. Non ci credeva nemmeno lei. Nella foto Elaine aveva una mano sullo stipite; Mercer, dietro, guardava dritto verso Colin. Non sembrava una visita finita per caso davanti a un ex marito con il telefono alzato. Ho chiesto a Freya da quale chat venisse. Ha scorso lo schermo. Il messaggio originale era sparito sotto una pila di inoltri.
Ci siamo spostate sulle scale sul retro, dove durante l’intervallo non passava quasi nessuno. Ho chiamato Colin. Ha risposto al quarto squillo, con rumore di traffico intorno. «Erin. Hai parlato con la Cole?» Non gli ho chiesto subito della foto. «Che cosa ti ha detto?» Lui ha fatto una pausa. «Che c’è una questione che riguarda tua madre e Mercer. E che la scuola sta verificando i tuoi voti.»
Ho stretto il compito contro il petto. «Chi le ha mandato le foto?» Il traffico è diventato più forte, poi si è sentito lo scatto di una portiera. «Dove sei?» ha chiesto Colin. «A scuola. Chi le ha mandate?» Freya fissava un gradino scheggiato. «Io», ha detto mio padre. «Alla Cole. Non agli studenti, se è questo che stai pensando.» Gli ho chiesto perché fosse fuori casa di Mercer. Non ha risposto subito.
«Avevo visto l’auto di tua madre lì davanti quando sono passato.» Ho guardato Freya. Lei ha alzato appena le sopracciglia. Da casa di Colin alla nostra non si passava per quella strada, né per andare al lavoro né per tornare. «Sei passato dove?» ho chiesto. «Te lo spiego di persona. Sono quasi alla scuola.» Ho chiuso la chiamata prima che potesse aggiungere altro. Il telefono mi è rimasto in mano, acceso.
Cole ci ha trovate vicino all’ingresso delle scale. Portava una cartellina sottile e il badge girato al contrario, impigliato nella sciarpa. «Erin, ti stavo cercando.» Ho sollevato il compito. «Mercer ha segnato giusto un passaggio sbagliato.» Ha guardato il foglio senza prenderlo. «Vieni nel mio ufficio. Freya, puoi aspettare fuori.» Freya si è messa la borsa sulla spalla, ma non si è allontanata da me.
L’ufficio di Cole sapeva di caffè lasciato sulla piastra. Sulla scrivania c’era una scatola di fazzoletti ancora chiusa, accanto a due tazze. Le ho mostrato il segno meno e la spunta rossa. «Me ne sono accorta io. Mercer ha detto che correggerà il punteggio.» Cole ha contato i punti a margine con la punta della penna. «Prima che modifichi il registro, voglio far ricontrollare tutta la verifica a un altro insegnante.»
«Quindi pensa che mi abbia regalato dei punti?» Mi è uscita una voce più alta di quanto volessi. Cole ha posato la penna. «Non so ancora cosa sia successo. Proprio per questo non voglio che la correzione resti soltanto tra te e lui.» Dietro la porta qualcuno ha tossito; Freya, probabilmente. Ho girato il foglio verso di me. Non riuscivo a smettere di guardare quel novantadue.
Cole mi ha detto che per qualche giorno avrei seguito matematica nell’altra classe dell’ultimo anno. «Ho gli stessi argomenti, ma non lo stesso orario», ho risposto. «Lavoreremo su quello.» Mi ha chiesto se volevo che chiamasse Elaine. «Mio padre sta arrivando», ho detto. Cole ha abbassato gli occhi sulla cartellina. «Sì, me l’ha detto.» Era già tutto organizzato, tranne la parte in cui qualcuno lo diceva a me.
Le ho chiesto da quando avesse le foto. Ha aperto la cartellina, poi l’ha richiusa senza tirar fuori niente. «Colin mi ha contattata stamattina presto. Ho parlato anche con tua madre prima di chiamarlo.» Così Elaine, con la divisa della farmacia ancora in cucina, aveva trovato il tempo di parlare con Cole e non con me. Ho strofinato il pollice sull’angolo del compito, piegandolo. «Le ha detto che sono stati a letto insieme?»
Cole ha inspirato dal naso. «Mi ha confermato che hanno avuto una relazione personale.» Ho fissato la tazza vuota davanti a lei. *Una relazione personale.* Era il tipo di frase che poteva stare su un modulo. Non somigliava a mia madre ferma con un piatto in mano, incapace di guardarmi. «Mercer lo ha confermato?» ho chiesto. «Parlerò con lui oggi.» Dal corridoio è arrivato un colpo secco alla porta.
Colin è entrato con l’impermeabile blu ancora addosso. Aveva i capelli schiacciati dalla pioggia su un lato e il telefono nella mano destra. Ha visto il mio compito sulla scrivania. «Erin.» Non si è avvicinato. Cole gli ha indicato la sedia accanto alla mia. Lui è rimasto in piedi. «Pensavo potessimo parlare tutti insieme», ha detto. «Allora dimmi perché eri davanti a quella casa», gli ho risposto.
Ha infilato il telefono in tasca. «Ero preoccupato per te.» «Martedì sera non sapevi niente di me. Stavi fotografando mamma.» Si è passato una mano sulla bocca, lasciandoci sopra gocce di pioggia. Cole si è alzata, ma non ha parlato. Colin ha guardato verso la porta. «Da qualche settimana tua madre spariva il martedì dopo il turno. Le ho chiesto dove andasse. Mi ha detto che non erano affari miei.»
Mi è venuto in mente il calendario attaccato al frigorifero, i turni scritti a pennarello nero. Colin non viveva più con noi da gennaio. «Come facevi a sapere a che ora finiva?» Lui ha spostato il peso da un piede all’altro. «Me l’avevi detto tu, una volta.» Non ricordavo di averlo fatto. Cole ha chiesto piano se preferivo continuare quella conversazione altrove. Non volevo andare da nessuna parte con lui.
La porta si è aperta di nuovo, solo di pochi centimetri. Freya aveva la faccia arrossata. «Scusate. Erin, devo dirti una cosa.» Guardava Colin, non me. Lui ha tirato fuori il telefono dalla tasca, poi l’ha rimesso via. Freya si è stretta la cinghia della borsa tra le dita. «La seconda foto non è arrivata a scuola da Cole», ha detto. «Mio padre l’ha mandata anche a mia madre.» Colin ha fatto un passo verso di lei. Freya non si è spostata. «E io l’ho presa dal suo telefono.»
Cole guardava Freya. «Tuo padre è Martin Voss?»
Freya annuì. Si era morsa l’interno della guancia, come faceva prima delle interrogazioni. «Abitiamo a due porte da Mercer. Papà ha fatto quella foto dal marciapiede, quando ha visto Colin arrivare.» Si voltò verso di me. «L’ha mandata a lui. E a mia madre.»
«Martin mi aveva detto che l’auto era lì», disse Colin.
Rimasi a fissarlo. «Quindi non stavi passando.»
Lui tirò fuori una mano dalla tasca dell’impermeabile. «Erin, sapevo che tua madre ti stava nascondendo qualcosa. Non potevo ignorarlo.»
«Gli avevi chiesto di controllare casa di Mercer?»
«Gli avevo chiesto di avvisarmi se la vedeva.»
Cole chiuse la cartellina e la spinse lontano dal bordo della scrivania. Freya lasciò andare la cinghia della borsa. Avevo ancora la verifica in mano; l’angolo che avevo piegato non tornava più dritto.
«La foto sul telefono di tua madre», dissi a Freya. «L’hai mandata tu in giro?»
Lei guardò prima Cole, poi me. «L’ho mandata a Imogen. Le ho chiesto se secondo lei si capiva che eri tu la figlia di Elaine. Non pensavo che la girasse ad altri.»
«C’era la targa della macchina di mamma.»
«Lo so.» Freya abbassò gli occhi. «Quando l’ho vista nella chat del corso, ho provato a farmela cancellare. Imogen ha detto che ormai ce l’avevano tutti. Dovevo dirtelo appena sei arrivata stamattina.»
Pensai a Freya accanto a me agli armadietti, il telefono tenuto tra le dita, mentre ingrandiva la foto insieme a me. «Mi hai lasciato chiederti da quale chat venisse.»
«Sì.»
Non cercò una scusa. In quel momento mi fece quasi più rabbia.
Colin fece un passo verso la sedia. «Freya ha sbagliato, ma non è lei ad aver messo a rischio i tuoi esami.»
«Smettila.» Non alzai la voce. Lui si fermò lo stesso. «Hai chiesto al padre della mia migliore amica di sorvegliare mamma. Hai portato le foto qui senza dirmelo. E sei venuto a prendermi come se fossi stata io a chiamarti.»
«Volevo che la scuola verificasse i voti.»
«Per quello potevi scrivere a Cole. Il resto era per te.»
Cole disse che aveva bisogno di conservare le immagini e i messaggi relativi alla loro diffusione. Chiese a Freya di inoltrarli all’indirizzo della scuola, senza passarli ad altri. Freya tirò fuori il telefono; lo sbloccò al secondo tentativo. Colin rimase in piedi davanti alla sedia vuota.
«Per i miei voti», dissi a Cole, «voglio esserci quando parlate con i miei genitori.»
«Se vorrai che siano presenti, sì.» Mi guardò sopra gli occhiali. «Hai diciott’anni, Erin. Stamattina ho parlato con loro perché entrambi mi avevano contattata, ma avrei dovuto chiarirti meglio che cosa stavo facendo.»
Colin aprì la bocca. Cole gli disse che per il momento non aveva bisogno di altro da lui. Rimase abbastanza da chiedermi se volevo un passaggio. Scossi la testa. Uscì stringendo il telefono in mano, senza salutare Freya.
Quando la porta si richiuse, chiesi a Cole dove fosse Mercer. Era nel suo ufficio, in attesa di parlarle. Non avrebbe corretto altri miei lavori mentre la scuola esaminava la situazione; per la verifica di quel giorno aveva già contattato un’altra insegnante. Mi diede l’orario della classe in cui sarei andata dal lunedì successivo. Il giovedì e il venerdì avrei avuto due ore in biblioteca, con gli esercizi assegnati dall’altra insegnante. Non era una soluzione perfetta, ma almeno sapevo dove presentarmi.
Fuori dall’ufficio, Freya mi seguì fino al distributore dell’acqua. Mi fermai perché avevo bisogno di riempire la borraccia, non perché volessi parlarle. Lei aspettò che finissi.
«Papà mi ha detto ieri sera che Colin gli chiedeva dell’auto da settimane», disse. «Prima pensavo fosse una cosa successa una volta sola.»
Avvitai il tappo troppo forte e dovetti allentarlo. «E perché non me l’hai detto stamattina?»
«Avevo paura che smettessi di parlarmi.» Freya si passò una mano sulla fronte. «Che è quello che succederà comunque.»
Non le risposi. Quando suonò la campanella, andò verso la sua classe. La vidi fermarsi per lasciar passare un gruppo del penultimo anno, poi sparì dietro la porta tagliafuoco.
Rientrai a casa poco dopo le quattro. Elaine era in cucina con la giacca della farmacia ancora addosso. Aveva lasciato sul tavolo una busta di panini, ma non ne aveva aperto nessuno. «Cole mi ha chiamata», disse.
Appoggiai la borsa sulla sedia. «Ti ha detto di Colin?»
Elaine annuì. Guardò l’adesivo storto sul portachiavi dell’auto, vicino alle sue dita. «Mi dispiace che tu abbia dovuto vedere quelle foto.»
«Non sono le foto il problema.»
Tolse la mano dal tavolo. Non provò a dire il contrario. Le raccontai del compito, del punto segnato giusto e dell’altra insegnante che l’avrebbe ricontrollato. Lei ascoltò senza interrompermi, ma quando dissi che Colin non sarebbe venuto a prendermi dopo scuola, prese il telefono.
«Devo dirgli di non presentarsi qui?»
«Glielo scrivo io.»
Mandai a Colin un messaggio mentre Elaine era ancora davanti a me: *Non venire a scuola o a casa senza chiedermelo. Dei miei voti parlo io con Cole.* Comparvero i tre puntini, sparirono, tornarono. Misi il telefono a faccia in giù prima che arrivasse la risposta.
«Con Mercer è finita?» chiesi.
Elaine si sfilò la giacca e la piegò sullo schienale. «Sì. Ci ho parlato stamattina.»
Avrei potuto chiederle da quanto andava avanti. Avevo già aperto la bocca, ma lei non aggiunse niente e io non volevo passare il pomeriggio a strapparle le date una per volta. Presi un panino dalla busta e salii in camera.
Il venerdì Cole mi chiamò durante la pausa. L’altra insegnante aveva ricontrollato tutta la verifica: ottantasei, non novantadue. Mi mostrò il foglio. Accanto al passaggio col segno meno c’era una correzione a matita, e in fondo la firma di una persona che non conoscevo. Cole mi chiese se volevo riguardare i punti con lei.
«Sì», dissi, e mi sedetti.



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