Cole mi ha detto che per qualche giorno avrei seguito matematica nell’altra classe dell’ultimo anno. «Ho gli stessi argomenti, ma non lo stesso orario», ho risposto. «Lavoreremo su quello.» Mi ha chiesto se volevo che chiamasse Elaine. «Mio padre sta arrivando», ho detto. Cole ha abbassato gli occhi sulla cartellina. «Sì, me l’ha detto.» Era già tutto organizzato, tranne la parte in cui qualcuno lo diceva a me.
Le ho chiesto da quando avesse le foto. Ha aperto la cartellina, poi l’ha richiusa senza tirar fuori niente. «Colin mi ha contattata stamattina presto. Ho parlato anche con tua madre prima di chiamarlo.» Così Elaine, con la divisa della farmacia ancora in cucina, aveva trovato il tempo di parlare con Cole e non con me. Ho strofinato il pollice sull’angolo del compito, piegandolo. «Le ha detto che sono stati a letto insieme?»
Cole ha inspirato dal naso. «Mi ha confermato che hanno avuto una relazione personale.» Ho fissato la tazza vuota davanti a lei. *Una relazione personale.* Era il tipo di frase che poteva stare su un modulo. Non somigliava a mia madre ferma con un piatto in mano, incapace di guardarmi. «Mercer lo ha confermato?» ho chiesto. «Parlerò con lui oggi.» Dal corridoio è arrivato un colpo secco alla porta.
Colin è entrato con l’impermeabile blu ancora addosso. Aveva i capelli schiacciati dalla pioggia su un lato e il telefono nella mano destra. Ha visto il mio compito sulla scrivania. «Erin.» Non si è avvicinato. Cole gli ha indicato la sedia accanto alla mia. Lui è rimasto in piedi. «Pensavo potessimo parlare tutti insieme», ha detto. «Allora dimmi perché eri davanti a quella casa», gli ho risposto.
Ha infilato il telefono in tasca. «Ero preoccupato per te.» «Martedì sera non sapevi niente di me. Stavi fotografando mamma.» Si è passato una mano sulla bocca, lasciandoci sopra gocce di pioggia. Cole si è alzata, ma non ha parlato. Colin ha guardato verso la porta. «Da qualche settimana tua madre spariva il martedì dopo il turno. Le ho chiesto dove andasse. Mi ha detto che non erano affari miei.»
Mi è venuto in mente il calendario attaccato al frigorifero, i turni scritti a pennarello nero. Colin non viveva più con noi da gennaio. «Come facevi a sapere a che ora finiva?» Lui ha spostato il peso da un piede all’altro. «Me l’avevi detto tu, una volta.» Non ricordavo di averlo fatto. Cole ha chiesto piano se preferivo continuare quella conversazione altrove. Non volevo andare da nessuna parte con lui.
La porta si è aperta di nuovo, solo di pochi centimetri. Freya aveva la faccia arrossata. «Scusate. Erin, devo dirti una cosa.» Guardava Colin, non me. Lui ha tirato fuori il telefono dalla tasca, poi l’ha rimesso via. Freya si è stretta la cinghia della borsa tra le dita. «La seconda foto non è arrivata a scuola da Cole», ha detto. «Mio padre l’ha mandata anche a mia madre.» Colin ha fatto un passo verso di lei. Freya non si è spostata. «E io l’ho presa dal suo telefono.»
Cole guardava Freya. «Tuo padre è Martin Voss?»
Freya annuì. Si era morsa l’interno della guancia, come faceva prima delle interrogazioni. «Abitiamo a due porte da Mercer. Papà ha fatto quella foto dal marciapiede, quando ha visto Colin arrivare.» Si voltò verso di me. «L’ha mandata a lui. E a mia madre.»
«Martin mi aveva detto che l’auto era lì», disse Colin.
Rimasi a fissarlo. «Quindi non stavi passando.»
Lui tirò fuori una mano dalla tasca dell’impermeabile. «Erin, sapevo che tua madre ti stava nascondendo qualcosa. Non potevo ignorarlo.»
«Gli avevi chiesto di controllare casa di Mercer?»



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