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Ho scoperto mia madre nel letto del mio professore di matematica



«Gli avevo chiesto di avvisarmi se la vedeva.»



Cole chiuse la cartellina e la spinse lontano dal bordo della scrivania. Freya lasciò andare la cinghia della borsa. Avevo ancora la verifica in mano; l’angolo che avevo piegato non tornava più dritto.

«La foto sul telefono di tua madre», dissi a Freya. «L’hai mandata tu in giro?»

Lei guardò prima Cole, poi me. «L’ho mandata a Imogen. Le ho chiesto se secondo lei si capiva che eri tu la figlia di Elaine. Non pensavo che la girasse ad altri.»

«C’era la targa della macchina di mamma.»

«Lo so.» Freya abbassò gli occhi. «Quando l’ho vista nella chat del corso, ho provato a farmela cancellare. Imogen ha detto che ormai ce l’avevano tutti. Dovevo dirtelo appena sei arrivata stamattina.»

Pensai a Freya accanto a me agli armadietti, il telefono tenuto tra le dita, mentre ingrandiva la foto insieme a me. «Mi hai lasciato chiederti da quale chat venisse.»

«Sì.»

Non cercò una scusa. In quel momento mi fece quasi più rabbia.

Colin fece un passo verso la sedia. «Freya ha sbagliato, ma non è lei ad aver messo a rischio i tuoi esami.»

«Smettila.» Non alzai la voce. Lui si fermò lo stesso. «Hai chiesto al padre della mia migliore amica di sorvegliare mamma. Hai portato le foto qui senza dirmelo. E sei venuto a prendermi come se fossi stata io a chiamarti.»

«Volevo che la scuola verificasse i voti.»

«Per quello potevi scrivere a Cole. Il resto era per te.»

Cole disse che aveva bisogno di conservare le immagini e i messaggi relativi alla loro diffusione. Chiese a Freya di inoltrarli all’indirizzo della scuola, senza passarli ad altri. Freya tirò fuori il telefono; lo sbloccò al secondo tentativo. Colin rimase in piedi davanti alla sedia vuota.

«Per i miei voti», dissi a Cole, «voglio esserci quando parlate con i miei genitori.»

«Se vorrai che siano presenti, sì.» Mi guardò sopra gli occhiali. «Hai diciott’anni, Erin. Stamattina ho parlato con loro perché entrambi mi avevano contattata, ma avrei dovuto chiarirti meglio che cosa stavo facendo.»

Colin aprì la bocca. Cole gli disse che per il momento non aveva bisogno di altro da lui. Rimase abbastanza da chiedermi se volevo un passaggio. Scossi la testa. Uscì stringendo il telefono in mano, senza salutare Freya.

Quando la porta si richiuse, chiesi a Cole dove fosse Mercer. Era nel suo ufficio, in attesa di parlarle. Non avrebbe corretto altri miei lavori mentre la scuola esaminava la situazione; per la verifica di quel giorno aveva già contattato un’altra insegnante. Mi diede l’orario della classe in cui sarei andata dal lunedì successivo. Il giovedì e il venerdì avrei avuto due ore in biblioteca, con gli esercizi assegnati dall’altra insegnante. Non era una soluzione perfetta, ma almeno sapevo dove presentarmi.

Fuori dall’ufficio, Freya mi seguì fino al distributore dell’acqua. Mi fermai perché avevo bisogno di riempire la borraccia, non perché volessi parlarle. Lei aspettò che finissi.

«Papà mi ha detto ieri sera che Colin gli chiedeva dell’auto da settimane», disse. «Prima pensavo fosse una cosa successa una volta sola.»

Avvitai il tappo troppo forte e dovetti allentarlo. «E perché non me l’hai detto stamattina?»

«Avevo paura che smettessi di parlarmi.» Freya si passò una mano sulla fronte. «Che è quello che succederà comunque.»

Non le risposi. Quando suonò la campanella, andò verso la sua classe. La vidi fermarsi per lasciar passare un gruppo del penultimo anno, poi sparì dietro la porta tagliafuoco.

Rientrai a casa poco dopo le quattro. Elaine era in cucina con la giacca della farmacia ancora addosso. Aveva lasciato sul tavolo una busta di panini, ma non ne aveva aperto nessuno. «Cole mi ha chiamata», disse.

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