Le scale mi sembrarono interminabili mentre scendevo al buio per non perdere tempo ad accendere la luce temporizzata. Avevo le mani bagnate di sudore freddo e il cuore che batteva contro le costole come un maglio. Se la gendarmeria fosse arrivata prima che capissi cosa c’era dentro quella portiera, sarei finito in una cella di sicurezza prima dell’alba senza la minima possibilità di dimostrare la mia estraneità ai fatti.
Uscii dal portone sotto la pioggia battente. La strada era semideserta, illuminata solo dai lampioni al sodio che tingevano l’asfalto di un arancione malato. Mi infilai sul sedile posteriore della Peugeot, chiudendomi dentro per non farmi notare da eventuali passanti. L’odore di benzina e polvere bagnata era soffocante. Con la torcia del telefono illuminai il pannello interno della portiera posteriore sinistra: i rivetti di plastica erano deformati, incisi da una lama o da un cacciavite a punta piatta
che aveva slabbrato i bordi del rivestimento grigio. Infilai le dita sotto la plastica con forza, tirando finché due clip non cedettero con uno schiocco secco. All’interno dell’intercapedine tra la lamiera esterna e la scocca, non c’erano buste di stupefacenti come temevo. Toccai un metallo gelido, pesante, avvolto grossolanamente in stracci industriali imbevuti di grasso sintetico per armi.
Sfilai l’involucro lentamente. Era una cassetta di sicurezza portatile in acciaio nero, chiusa con un lucchetto a combinazione a quattro cifre, e accanto ad essa una busta trasparente contenente un mazzo di badge magnetici con il logo della filiale bancaria Crédit Agricole di Saint-Louis, a pochi chilometri dal confine svizzero. Rimasi paralizzato a fissare quei tesserini.
Non si trattava di una corsa clandestina finita male né di un banale debito tra tossicodipendenti. Mathias e mio fratello stavano preparando o avevano già eseguito un colpo mirato. In quel momento, il fascio di luce di un’auto che svoltava l’angolo illuminò l’abitacolo della mia vettura. Una vecchia berlina scura si fermò in seconda fila, a meno di tre metri dalla mia Peugeot, con il motore acceso e i fari abbaglianti puntati dritti contro di me.
La portiera della berlina si aprì e ne scese Mathias Keller. Indossava un impermeabile scuro con il cappuccio tirato sulla fronte, ma riconobbi subito la cicatrice che gli spaccava il sopracciglio sinistro. Non si aspettava di trovare qualcuno dentro l’auto: avanzò a passi lenti, con la mano destra affondata nella tasca profonda del cappotto, guardandosi intorno con la tensione tipica di chi sa di avere i minuti contati.
Uscii dalla parte opposta dell’auto, stringendo la cartellina blu in una mano e tenendo l’involucro pesante nascosto dietro la coscia. Il rumore metallico della portiera attirò subito la sua attenzione. Mathias si bloccò sul marciapiede, squadrandomi con due occhi torbidi, privi di qualsiasi esitazione. «Derek-Colin», disse a mezza voce, la voce roca e spezzata dal fumo.
«Joel mi ha detto che stavi facendo storie per quattro lamiere piegate. Metti giù quella roba e vattene a dormire. Non è roba che ti riguarda, credimi». «La macchina è intestata a me, Keller», risposi cercando di non far tremare la voce, anche se le ginocchia mi cedevano. «E quello che avete fatto giovedì a Cernay risponde al mio nome.
I gendarmi hanno il numero di telaio. Cosa c’è dentro questa scatola? Perché avete i badge dell’agenzia dove lavora come guardia giurata il padre di Joel?». Mathias scosse la testa lentamente, accennando un sorriso tirato che gli scoprì i denti ingialliti. «Tuo fratello ti racconta sempre le favole, vero? Non è stato il mio debito a portarci qui.
È stato Joel a chiedermi di rubargli le credenziali mercoledì sera mentre il vecchio dormiva sul divano imbottito di sonniferi. Aveva bisogno di diecimila euro entro lunedì per tappare il buco dell’ammanco alla concessionaria dove faceva il contabile, altrimenti lo avrebbero denunciato per frode aggravata. Io gli ho solo fatto da autista e da scudo.
La tua macchina serviva perché non era tracciata nei database della società di sicurezza». Le sue parole mi caddero addosso come una coltellata. Joel non era la vittima dei debiti altrui, non era il fratello sfortunato che cercava di rimettersi in sesto dopo l’ennesimo fallimento lavorativo. Era la mente di tutto. Mi aveva chiesto l’auto con la scusa del colloquio a Mulhouse solo per avere un veicolo pulito, non collegabile a lui o a nostro padre, pronto a
sacrificarmi senza il minimo rimorso se le cose fossero andate storte. «Lui mi ha detto che sei stato tu a distruggerla scappando dai gendarmi», dissi arretrando verso il portone aperto del palazzo, sentendo il freddo del muro di pietra contro la spalla. «Io non guido con la terza ingranata a secco», replicò Mathias sputando per terra.
«Quando la pattuglia ci ha intercettati a Cernay, Joel ha perso la testa, mi ha strappato il volante dalle mani ed è andato dritto contro la barriera del canale. Poi ha continuato a tirare con il radiatore bucato finché i pistoni non si sono incollati per il calore. Voleva solo salvare la cassetta con i duplicati delle chiavi maestre prima che arrivassero i rinforzi.
Dammela, Derek-Colin. Io prendo quello che mi spetta e sparisco in Germania prima che sorga il sole. Lascia tuo fratello a sbrigarsela con la polizia e con i suoi capi». In quel momento il portone del condominio si spalancò alle mie spalle con violenza. Joel comparve sulla soglia, senza giacca, con gli occhi spalancati e una spranga di ferro arrugginita che teneva stretta nella mano destra, presa probabilmente dalla cantina.
Il respiro gli usciva a scatti dalla bocca aperta. «Non dargli niente!», gridò Joel puntando la spranga contro Mathias. «Keller, sei venuto a fregarmi la mia parte! Quei badge valgono ventimila euro sul mercato nero di Basilea e tu volevi scappare da solo!». «Sei un idiota patentato, Joel», rispose Mathias senza arretrare di un millimetro, estraendo lentamente dalla tasca un coltello a serramanico con la lama a scatto.
«Hai pianto per tre giorni supplicandomi di aiutarti a non finire in galera per i soldi che avevi rubato alla cassa, e adesso fai il duro con un pezzo di ferro in mezzo alla strada? Chiama la polizia se hai il coraggio, vediamo chi dei due va dentro per primo». Li guardai entrambi, illuminati dai fari gialli della macchina accesa sul marciapiede.
Erano due disperati, pronti a sbranarsi per una manciata di banconote e una truffa maldestra, e in mezzo a tutto questo c’ero io, con la mia vita ordinaria distrutta, l’unica auto che possedevo trasformata in un rottame inservibile e il mio nome già finito nei fascicoli della gendarmeria di Mulhouse. «Non serve chiamarli», dissi con voce ferma, facendo scivolare la cassetta di ferro a terra, contro il cordolo del marciapiede.
Joel si voltò verso di me, disorientato. «Cosa stai dicendo?». «Quando sono sceso prima di venire alla macchina, ho composto il 17 dal telefono fisso dell’appartamento», dissi fissando mio fratello dritto negli occhi, senza un briciolo di pietà nella voce. «Gli ho detto che il veicolo ricercato per il mancato arresto di Cernay era parcheggiato qui sotto, e che il conducente che era fuggito a piedi si trovava ancora nei paraggi insieme a un complice armato».
Mathias scattò all’indietro come se avesse preso una scossa elettrica, guardando verso l’incrocio in fondo alla via. «Sei un pazzo del cazzo! Ti trascineremo a fondo con noi!». «Il verbale porta il tuo nome, Mathias», ribattei senza muovermi. «E dentro il cassetto c’è la registrazione del vivavoce della concessionaria dove Joel ammette gli ammanchi, l’ho trovata tra i documenti che avevate nascosto nel vano della ruota di scorta mentre cercavo la ricevuta del soccorso stradale.
Non ho toccato nulla senza guanti tranne questa cartellina». In lontananza, dall’avenue d’Altkirch, salì il suono inconfondibile delle sirene a due toni della gendarmeria, accompagnato dal riflesso blu dei lampeggianti che già rimbalzava sui vetri bagnati dei palazzi più alti. Non era un bluff. La centrale operativa aveva collegato immediatamente la targa della mia Peugeot alla segnalazione di furto con scasso tentato alla filiale di Saint-Louis registrata solo due ore prima.
Mathias si voltò di scatto, mollò la presa sul coltello che cadde con un tonfo sordo nella pozza d’acqua e corse verso la sua berlina. Ma non fece in tempo nemmeno a girare la chiave nel cruscotto. Due furgoni blu della gendarmeria con le insegne riflettenti tagliarono la strada da entrambi i lati della via, bloccando ogni via di fuga con le ruote sterzate a spina di pesce.
Gli sportelli si aprirono all’unisono e quattro gendarmi in assetto operativo scesero intimando di non muoversi con le armi spianate. «A terra! Tutti e due a terra con le mani visibili!». Mathias alzò le braccia uscendo lentamente dall’auto, lasciandosi spingere contro il cofano bagnato mentre un militare gli stringeva le manette metalliche attorno ai polsi con scatti rapidi e precisi.
Joel rimase immobile per due secondi, guardandomi con un’espressione che oscillava tra l’incredulità e un odio viscerale, prima di lasciar cadere la spranga sul marciapiede. «Sei mio fratello, Derek-Colin», mormorò con le labbra che gli tremavano per la rabbia e per il freddo, mentre due agenti lo afferravano per le spalle spingendolo violentemente con la faccia contro la lamiera della mia vecchia 206 distrutta.
«Mi hai rovinato per sempre. Per un pezzo di ferro vecchio che non valeva nemmeno mille euro». Non abbassai lo sguardo. Gli mi avvicinai di un passo mentre il maresciallo capo recuperava la cassetta di sicurezza e la busta con i badge dall’asfalto, annotando la posizione esatta sul suo taccuino impermeabile. «Non l’hai fatto per la macchina, Joel», gli dissi mentre un agente gli perquisiva le tasche dei jeans estraendo il mio libretto di circolazione spiegazzato e il
suo passaporto pronto per l’espatrio. «L’hai fatto perché pensavi che avrei chinato la testa come ho sempre fatto ogni volta che combinavi un disastro e mi chiedevi di coprirti le spalle con mamma e papà. Mi hai lasciato un rottame dicendomi che dovevo ringraziarti, pronto a mandarmi in prigione al posto tuo per salvarti il collo dai tuoi debiti».
«Portatelo via», ordinò il comandante ai suoi uomini. Joel fu caricato sul retro del primo furgone senza che gli venisse permesso di voltarsi un’altra volta. Lo sportello si chiuse con un colpo secco che rimbombò tra i muri del cortile. Il secondo mezzo ripartì subito dopo con Mathias Keller a bordo, lasciando dietro di sé solo l’odore di diesel bruciato e le pozzanghere increspate dalle ruote pesanti.
Rimasi da solo sul marciapiede insieme al maresciallo, mentre la pioggia continuava a cadere incessante sui resti del motore della mia Peugeot. L’olio nero continuava a colare lentamente lungo il cordolo, finendo nel tombino della fognatura con un filo scuro e denso. «Dovrà venire in caserma domattina alle otto per firmare la deposizione formale e il verbale di rinvenimento del materiale rubato, signor Derek-Colin», mi disse il gendarme porgendomi una ricevuta provvisoria con il timbro a secco.
«La sua vettura rimarrà sotto sequestro per i rilievi tecnici almeno per un paio di settimane. Ma considerata la dinamica e le testimonianze, non ci saranno accuse a suo carico per la fuga di Cernay». «Grazie», dissi meccanicamente, prendendo il foglio bagnato. «Le conviene chiamare un demolitore appena dissequestrano il mezzo. Il blocco è spaccato a metà, non ci caverà un centesimo da quello che è rimasto».
Guardai il parabrezza scheggiato, la vernice grigia opacizzata dal tempo e dalla fuliggine, e quella portiera scardinata che aveva custodito il piano per distruggere la mia vita senza che me ne rendessi conto. Joel era convinto che la mia debolezza fosse la fedeltà alla famiglia, la paura di vederlo cadere. Non aveva capito che l’unica cosa che mi teneva legato a lui era l’illusione che in fondo avesse ancora una briciola di rispetto per me.
Rientrai nel condominio salendo le scale lentamente. L’appartamento era silenzioso, la tazza di caffè ancora fredda sul tavolo e le chiavi della mia macchina abbandonate sulla formica, inutili, come ogni singola parola che mio fratello mi aveva rivolto da quando era tornato a bussare alla mia porta.




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