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Leila, attivista iraniana, ferma il corteo: “Il mio popolo attendeva quegli aerei”



La situazione in Iran è drammatica e per Leila Farahbakhsh, attivista iraniana in esilio a Firenze da quindici anni, comunicare con la propria famiglia è diventato estremamente difficile. Le comunicazioni sono intermittenti e l’accesso a internet è spesso bloccato. Ogni chiamata diventa un tentativo disperato, ogni messaggio una flebile speranza. La sua famiglia è rimasta in un paese segnato da bombardamenti e repressione, e l’angoscia è una costante nella sua vita.



Ieri, Leila ha deciso di interrompere un corteo di pacifisti che si stava svolgendo lungo i lungarni di Firenze, posizionandosi davanti alla prima fila, dove veniva sventolata la bandiera della pace. Con voce ferma, ha esclamato: “Ora vi voglio dire una cosa io”, per contestare il silenzio sulla repressione perpetrata dagli ayatollah e la protesta contro l’intervento militare degli Stati Uniti.

In un momento di grande tensione, Leila ha raccontato che, dopo lo scoppio della guerra, i suoi familiari l’hanno contattata per rassicurarla: “Se non riusciamo più a comunicare non preoccuparti, siamo al sicuro.” Tuttavia, la sua esperienza è segnata da ricordi dolorosi: “Ho visto amici arrestati, giovani uccisi o accecati durante le proteste, medici fermati per aver curato i feriti.” Con voce tesa, ha aggiunto: “A gennaio ci sono state centinaia di esecuzioni”, numeri che per lei rappresentano volti e storie di famiglie distrutte.

Quando ha visto il corteo manifestare contro l’intervento americano, non è riuscita a rimanere in silenzio. “Per anni abbiamo chiesto aiuto alla comunità internazionale. Il mio popolo ha dato sangue. Non potevo accettare che accanto a me si parlasse di una realtà che non è quella che vivono i miei familiari,” ha dichiarato, respingendo l’etichetta di estremista che le è stata affibbiata da alcuni manifestanti. “Mi hanno detto che sono per la dittatura. No, io sono per la democrazia. Ma chi guida l’Iran oggi non capisce il linguaggio della diplomazia. Sono anni che proviamo e non è servito.”

Leila ha affermato con determinazione che la situazione in Iran è insostenibile. “Noi abbiamo chiesto un aiuto. Il 98 per cento della popolazione è contento, sta festeggiando. In alcune zone hanno sparato anche su chi festeggiava,” ha detto, sottolineando la gravità della repressione. Ha continuato a spiegare che la popolazione sta facendo scorte alimentari in previsione di un possibile conflitto. “Ogni settimana si andava a fare la spesa pensando che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa. Ci svegliavamo alle due di notte sperando di sentire il rumore degli aerei. Li aspettavamo dal mese scorso.”

Da quattro anni, Leila non può tornare nel suo paese. La sua battaglia, ha affermato, non è solo per la sua famiglia, ma per “tutto il popolo iraniano.” Quando le è stato chiesto di calmarsi durante la manifestazione, ha risposto con fermezza: “Sono una donna iraniana e ho diritto di parlare.”

Il suo intervento ha suscitato reazioni contrastanti tra i partecipanti al corteo. Mentre alcuni l’hanno sostenuta, altri hanno criticato la sua posizione, ritenendola inopportuna nel contesto della protesta pacifista. Tuttavia, Leila ha chiarito che il suo intento non era quello di interrompere la manifestazione, ma piuttosto di portare alla luce una realtà che spesso viene ignorata.



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