«Ti ricordi quando abbiamo giocato con il cubo?» gli sussurrai. Lui annuì appena.
«Forse possiamo…»
Non finii la frase. Un boato, seguito da un scintillio di luci dietro la porta principale della cabina, fece sobbalzare tutti noi. L’aereo tremò come fosse stato colpito da un’onda improvvisa.
Il cuore mi balzò. Wilson si mosse rapido per valutare i danni, ma la tensione era una corda sempre più tesa che minacciava di spezzarsi.
«Il sabotatore sa che siamo qui,» disse il capitano «e non vuole solo che falliamo, vuole che perdiamo il controllo del volo.»
Un silenzio greve scese. Non era più una questione di sistemi o codici, ma di sopravvivenza pura.
«Leo, devi stare vicino a me, va bene? Mamma ha bisogno di te più che mai.»
Il ragazzo annuì, come se già capisse che quella notte non si sarebbe semplicemente addormentato di nuovo.
Fissai gli strumenti con nuovo nervosismo, ma anche con quel bagliore che si accende quando temi di trovarsi sull’orlo dell’abisso e non puoi tirarti indietro.
Non era solo un volo da New York a Madrid. Era molto di più.
E io ero l’unica che poteva cambiare il corso della storia, ma non da sola.
Avevo bisogno di ascoltare Leo, come mai prima d’ora. E di scoprire chi, dentro quell’aereo, aveva deciso che non saremmo mai arrivati a destinazione.
Avevo bisogno di ascoltare Leo, come mai prima d’ora. E di scoprire chi, dentro quell’aereo, aveva deciso che non saremmo mai arrivati a destinazione.
La mano di Leo si chiuse più forte sulla mia, un segnale silenzioso. Distolsi lo sguardo dagli strumenti e incrociai i suoi occhi verdi, che non si perdeva nulla. Come se senza parole volesse dirmi: “Guarda là”. Seguii il suo sguardo fino all’uomo sulla quarantina che Helen aveva indicato, quello vicino all’uscita di emergenza. Era in piedi, troppo tranquillo, e parlava a bassa voce con una donna poco più che trentenne. Entrambi sembravano agitati, ma non abbastanza da attirare l’attenzione degli altri passeggeri.
«Tu sei sicura?» domandai a Helen, che teneva la radio premuta all’orecchio.
«Sì, ma… c’è qualcosa che non mi torna. Prima ha detto di non avere tablet. Quando ho controllato il suo bagaglio a mano, ce n’erano due.»
Qualcosa dentro di me scattò. “Due tablet? E allora chi mente?” Seguii con attenzione quella coppia che si spostava lentamente verso la cucina di bordo, passando vicino a Leo e me. Il ragazzino vibrava di un’energia tranquilla, come se percepisse una mossa imminente che non riuscivo a capire.
Wilson passò la mano tra i capelli, visibilmente impaurito. «La co-pilota ha detto che il sistema manuale funziona solo se non interferiamo con quel codice. Ma se qualcuno qui è un insider, potrebbe rallentare ancora di più tutto. Dobbiamo muoverci, adesso.»
Mark mi guardò preoccupato. «Se è così, rischiamo uno scontro frontale senza copertura.»
«Nessuna scelta,» risposi, respirando a fondo. «Devo andare.»
Prima di muovermi, avvicinai Leo alla mia coscia e gli sussurrai: «Stai calmo, ok? Niente paura. Mamma ha bisogno di te.»
Lui annuì, ma i suoi occhi dicevano altro: erano più lucidi, quasi come se sapessero di essere in mezzo a qualcosa di troppo grande per lui.
Strinsi la mano di Helen mentre mi avviavo lungo il corridoio, con Mark e Wilson che presero posizioni strategiche intorno a me. A ogni passo, il rumore ovattato dell’aereo sembrava soffocare i pensieri, ogni passo un battito d’ansia. Guardavo ansiosamente gli altri passeggeri: occhi spalancati, visi smarriti, qualcuno che sussurrava preghiere o parolacce.
L’uomo e la donna avevano preso posto in cucina di bordo. Non me ne accorsi subito, ma Leo, dietro la mia schiena, tirò il mio maglione verso sinistra con una pressione insolita. Voltandomi di scatto, scorsi ciò che lui aveva visto prima: un badge semi-nascosto infilato nella tasca della giacca dell’uomo, un distintivo militare americano.
«Helen,» chiamai instancabile via radio. «Quel tipo ha qualcosa da nascondere.»
«Ricevuto. Sto inviando la posizione alle squadre.»
Varcai la soglia della cucina con Mark e Wilson. In quell’angolo ristretto, la tensione era palpabile, l’aria così densa da tagliarsi. L’uomo si voltò, la calma apparente sostituita da uno sguardo freddo e calcolatore.
«Non so chi siate, ma questo gioco è finito,» disse con voce bassa, una minaccia che gelò il sangue nelle mie vene.
Lo paralizzammo con lo sguardo. Nel frattempo Helen e un paio di assistenti di volo erano accorsi, bloccando ogni via di fuga.
«Quello che sta succedendo è un sabotaggio intenzionale,» dissi schiarendomi la voce. «Tu sei colui che ha manomesso i sistemi.»
L’uomo alzò le spalle, quasi divertito. «Pensavate davvero che un vecchio pilota come te sarebbe rimasto fuori dai giochi? Sono stato reclutato da tempo, non sono il solo qui.»
Il mio cuore accelerò. «Chi sono gli altri?»
Un sussurro percorse la cabina, scuotendo gli animi. Leo si mosse a pelo di corda, la sua mano stretta nella mia, un fragile ancoraggio nell’inferno che stava crescendo intorno a noi.



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