Quella mattina avevo pensato di dire a mio marito che volevo lasciarlo. Poi lui è morto in un incidente stradale. Mentre gli altri parlano del nostro grande amore finito, dentro di me c’è solo sollievo. Un peso tolto. Mi chiamo Sara. Ho quarantun anni.
Sei mesi fa Giorgio ha perso il controllo dell’auto diretto in ufficio. Ha colpito un guardrail ed è morto subito. In chiesa non mancava nessuno. Tutti seduti, occhi bassi, voce rotta. Io stavo davanti a tutti, con il vestito nero addosso. Mia madre da una parte, mia suocera dall’altra.
Le lacrime scendevano. Non erano finte. C’era chi credeva fossero pianti legati al vuoto lasciato da un amore finito. Gli altri mormoravano cose come: “Che tristezza per Sara, sembravano una cosa sola. Ce la farà mai lontana da lui?” La madre di lui si stringeva a me tra i singulti: “Posso morire tranquilla, lui è andato via consapevole del tuo affetto.” .
Quella volta, le mie lacrime non nascevano dal male fisico. Saltavano fuori perché mi sentivo sorpresa e in colpa, davanti a un sollievo enorme, quasi imbarazzante. A dirla tutta, quel giorno avevo una busta chiusa dentro la borsa. Più tardi dovevo incontrare un legale, nel pomeriggio.
Da molto tempo ormai il nostro rapporto non funzionava. A Giorgio piaceva nascondere le frecciatine dietro sorrisi finti. Senza botte, certo, però ogni parola scivolava come ghiaccio dentro casa. Passavo le giornate a cercare forza nel silenzio. Alla fine ho aperto bocca: me ne vado, i figli con me. Il pensiero della sua risposta mi stringeva lo stomaco – discussioni senza fine sui conti, battaglie davanti ai giudici. Proprio allora, suonò il cellulare.
Era una voce dei Carabinieri. Un attimo solo, e il fastidio era svanito. Senza bisogno di avvocati. Nessuna litigata a voce alta. Neanche la fatica di cambiare casa con vergogna addosso. Figuriamoci raccontare ai figli che mamma e papà ora stanno lontani. La sorte si è occupata della parte difficile per me. Giorgio è uscito di scena come un eroe spezzato, non come uno abbandonato dal matrimonio. A me invece è toccato il ruolo della vedova rispettata, mai quello dell’ex moglie cattiva che rompe tutto.
Ora abito qui dentro una gabbia piena di lusso. Ricordare chi non ho mai sopportato è un dovere quotidiano. Ai ragazzi dico cose come: Lui vi voleva bene, lavorava per voi, mentre invece lo vedo seduto sul divano, muto, perso nello schermo acceso. Ogni settimana torno là sotto con petali nuovi tra le mani, anche se quel posto mi ricorda solo il peso sparito dalle spalle. Ripartire da zero? Nessuna possibilità.
Tra sei mesi, se uscissi con qualcuno, comincerebbero i pettegolezzi. Direbbero che ho voltato pagina troppo in fretta dopo Giorgio. Invece devo fingere dolore per un amore morto già da tempo. Il peggiore dei momenti? Quando ritrovo quella lettera mai consegnata. Sta chiusa nell’ultimo angolo del cassetto. Me la riguardo ogni tanto. Parla solo di stanchezza, di porte sbattute, di strade diverse. Se qualcuno lo scoprisse, tutto crollerebbe.
La figura della moglie devota non reggerebbe. Mia madre soffrirebbe ancora, come se dovesse perdere qualcuno per la seconda volta. Per questo resto zitta. Sorrido quando mi dicono parole gentili. Resisto allo sguardo compassionevole degli altri. Dentro di me cresce invece un pensiero pesante: la sua fine ha portato sollievo, e quel sollievo mi fa sentire colpevole. Forse merito una punizione eterna. Il mio nome è Sara. Ho quarantun anni. Vivo da sola, ma devo sembrare spezzata, mentre ricordo un uomo che, se esistesse ancora, avrei già lasciato.



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