​​


«Per 50 euro stai facendo questa scenata? Sei davvero una persona meschina»: la mia migliore amica si rifiutò di restituirmi i soldi che le avevo prestato sei mesi prima.



Il foglietto rosa era la ricevuta di presa in carico per una spedizione privata tramite corriere espresso regionale, emessa esattamente due ore prima. Sopra c’era scritto l’indirizzo di un atelier di alta moda di Gand, il peso esatto del collo corrispondente a quaranta chilogrammi di tessuto pregiato, e una cifra in calce: quattromilaottocento euro riscossi a titolo di acconto per cessione di giacenze di magazzino.



La firma in calce al ritiro non era quella di Grant-Nolan, ma quella di Vanessa-Chloe, vergata con la sua solita grafia inclinata a destra. «Posso spiegare tutto», balbettò Vanessa-Chloe, facendo un passo indietro verso l’uscita di sicurezza del retrobottega. Il colore le era sparito del tutto dal volto, lasciandola di un grigio simile alla polvere dei tessuti che stavano accatastati sugli scaffali.

«È una transazione per conto terzi che stavo gestendo per liquidare del materiale difettoso prima che perdesse valore sul mercato». «Quel damascato non era difettoso, era stato ordinato su misura per il comitato delle celebrazioni storiche della città», urlò Grant-Nolan, battendo il pugno aperto sul piano di legno. Il colpo fece vibrare i barattoli di bottoni e le forbici da sarto.

«Tu non hai alcuna autorità per vendere scorte, né tantomeno per incassare contanti o bonifici a tuo nome usando il nome della mia azienda!». Rimasi ferma accanto al tavolo, osservando la donna che consideravo mia amica da anni scomporsi pezzo dopo pezzo. Ricordai improvvisamente i suoi continui lamenti per le rate dell’auto, i messaggi disperati in cui mi chiedeva prestiti per fare la spesa, le mie rinunce per coprire i suoi turni quando diceva di dover assistere la

madre malata. L’umiliazione per quei cinquanta euro non era stata una semplice cattiveria: era stata una recita calcolata per farmi sentire inadeguata, fragile, per spingermi a chiudermi in me stessa e non farmi guardare troppo da vicino quello che combinava dietro la mia schiena. «Grant-Nolan, ti prego, ho debiti che non puoi capire», supplicò Vanessa-Chloe, tendendo le mani aperte verso il proprietario.

«Mio fratello ha perso il lavoro a gennaio e le banche mi stavano pignorando l’appartamento. Ti restituisco tutto, posso recuperare il carico prima che arrivi a destinazione stasera stessa, basta una telefonata al trasportatore». «I soldi dell’acconto dove sono finiti?», chiese Grant-Nolan con un tono privo di pietà. L’uomo teneva la ricevuta rosa stretta tra le nocche sbiancate.

«I quattromilaottocento euro non sono sul conto del laboratorio. Li hai intascati tu?». Vanessa-Chloe esitò, gli occhi che vagavano disperatamente tra la porta a vetri e il pavimento. «Li ha presi Nolan-Nathan per pagare la cauzione del camioncino. Ma sono tracciati, possiamo sistemare la voce contabile come un anticipo sulle mie provvigioni dei prossimi due anni».

«Quali provvigioni?», ribatté Grant-Nolan con una calma gelida che faceva più paura delle urla di prima. «Tu non metterai mai più piede in questo stabile da domani mattina. Adele, prendi il telefono fisso dell’ufficio e chiama subito la stazione di polizia di Sint-Kruis. Di’ che abbiamo bloccato un furto aggravato di forniture industriali in flagranza di reato».

Feci due passi verso l’apparecchio telefonico sulla mensola, ma Vanessa-Chloe si mosse con uno scatto furioso verso di me. Mi afferrò per l’avambraccio con una forza che non le conoscevo, piantandomi le unghie nella carne attraverso la maglia di lana. «Adele, non farlo! Abbiamo lavorato fianco a fianco per anni! Ti ho coperto io quando tua zia è finita in ospedale l’anno scorso!

Sei davvero così spietata da mandarmi in prigione per un pezzo di stoffa?». La guardai dritto negli occhi, sentendo il dolore al braccio ma senza arretrare di un solo millimetro. «Dieci minuti fa mi hai buttato venticinque monete per terra davanti al mio capo, dandomi della meschina perché ti chiedevo i soldi per riparare la caldaia di casa mia.

Mi hai accusata di aver rubato il timbro per coprire te stessa. Non ti importava nulla della mia vita, Vanessa-Chloe. Ti importava solo trovare qualcuno su cui scaricare la tua colpa prima che chiudessero i cancelli». Le staccai le dita dal braccio con una presa ferma. Vanessa-Chloe provò a trattenermi ancora, ma Grant-Nolan si frappose tra noi, afferrandola saldamente per le spalle e spingendola a sedere sulla sedia metallica che aveva ribaltato all’inizio del nostro diverbio.

«Stai ferma lì, non toccarla e non muovere un muscolo finché non arrivano gli agenti». Sollevai la cornetta grigia e composi il numero del distretto. La voce dell’operatore rispose al terzo squillo. Spiegai la situazione con frasi brevi e precise, fornendo l’indirizzo del laboratorio, i dettagli del trasporto in corso verso Gand e la targa del furgone riportata chiaramente sulla ricevuta rosa.

Mentre parlavo, sentivo Vanessa-Chloe piangere con singhiozzi rumorosi, ma non erano lacrime di pentimento: erano i lamenti rabbiosi di chi è stato colto con le mani nel sacco e non può più mentire. La pattuglia arrivò quindici minuti dopo. Due poliziotti entrarono nel retrobottega con i taccuini d’ordinanza e le uniformi gocciolanti d’acqua. Grant-Nolan consegnò loro la bolla contraffatta, le chiavi del deposito di Damme e il foglietto del corriere.

Uno degli agenti si mise immediatamente in contatto via radio con la polizia stradale per intercettare il mezzo lungo la statale per Gand prima che la merce venisse scaricata nell’atelier acquirente. Vanessa-Chloe fu invitata a raccogliere i suoi effetti personali sotto la stretta sorveglianza del secondo agente. Con le mani tremanti infilò nello zaino il suo portafoglio, i cosmetici e il caricabatterie.

Quando passò davanti al mio tavolo per uscire scortata verso l’auto di servizio, si fermò per un secondo. I suoi occhi erano rossi, colmi di un odio puro che cancellava definitivamente ogni traccia dei quattro anni passati insieme. «Sei una fallita, Adele. Rimarrai chiusa in questo buco per tutta la vita a contare gli spiccioli», mi sibilò tra i denti prima che l’agente la spingesse con decisione oltre la soglia vetrata.

Non le risposi. Rimasi a guardarla salire sul sedile posteriore della volante attraverso i vetri appannati dalla pioggia. Le luci blu della sirena lampeggiarono per qualche istante sui palazzi di mattoni scuri di Steenstraat, per poi allontanarsi nel traffico della sera. Nel retrobottega calò un silenzio pesante, rotto solo dal gocciolio della grondaia esterna e dal ticchettio dell’orologio a muro sopra l’asse da stiro.

Grant-Nolan si tolse finalmente il cappotto fradicio, appendendolo con gesto stanco all’attaccapanni di metallo. Si passò entrambe le mani sul viso, sedendosi sullo sgabello da lavoro. «Adele, mi dispiace», disse l’uomo senza guardarmi direttamente. «Per un attimo ho creduto alle sue parole quando ha detto che eri rimasta qui da sola. Sei sempre stata una lavoratrice impeccabile, non avrei dovuto dubitare di te neanche per un secondo».

«Non si preoccupi, signor Grant-Nolan», risposi raccogliendo da terra le forbici grandi da taglio per rimetterle nel cassetto degli attrezzi. «In situazioni del genere è facile farsi confondere da chi sa recitare bene». «Non basta scusarsi a parole», continuò Grant-Nolan alzando lo sguardo. «A partire da lunedì sarai tu a gestire l’intero settore delle modifiche di pregio e il registro delle commesse per il festival.

Con il relativo aumento di stipendio previsto dal contratto per il ruolo di responsabile di laboratorio. Ho bisogno di una persona onesta su quel banco, non di qualcuno che si vende per quattro soldi». «La ringrazio. Lunedì mattina sarò qui alle sette per ricontrollare tutti i tagliandi delle stoffe», dissi con voce ferma. Grant-Nolan annuì, prese la sua cartella blu e si avviò verso il suo ufficio al piano superiore per completare i verbali per l’assicurazione.

Rimasi da sola nel grande laboratorio illuminato dai neon. L’aria profumava di vapore, cera da stiratura e polvere di lana. Mi chinai sul pavimento di linoleum. Una alla volta, raccolsi le venticinque monete da due euro che Vanessa-Chloe aveva scagliato con tanto disprezzo contro i miei piedi. Erano fredde al tatto. Le contai meticolosamente sul palmo della mano: cinquanta euro esatti.

Li infilai nella tasca del mio cappotto, spensi l’interruttore generale delle luci, chiusi la porta blindata a doppia mandata e uscii nella notte fresca di Bruges.

Visualizzazioni: 1


Add comment