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Quando grido, penso ai pomodori in offerta.



Lui racconta agli amici quanto sono selvaggia, convinto.
In realtà trascorro le serate a immaginare il carrello pieno, riga dopo riga.
Se sapesse che non è così, forse correrebbe da qualcun’altra.
Il silenzio copre quello che non dico mai ad alta voce.



Chiamatemi Giada, età trentuno.
Se lo interroghi, Marco — il mio uomo — parla di fuochi d’artificio tra lenzuola.
A sentirlo, non ne ho mai abbastanza, vengo più volte, ogni sera è una sorpresa nuova.

Questo lo fa stare alto, come se comandasse il mondo da letto.
Un attimo dopo sorride, gli occhi fissi su di me.
Dice che non si è mai sentito così importante per qualcuno.

Parla piano, mentre le sue parole riempiono la stanza.
A un tratto aggiunge che nessuna prima d’ora lo aveva guardato in quel modo.
Poi tace, quasi incredulo.
Il respiro caldo sfiora il mio collo.

Riprende a parlare, sottovoce.
Dice che faccio sembrare tutto diverso.
Alla fine chiude gli occhi, appagato.

Da tre anni faccio finta di tutto.

Il mio segreto? Recito.
Non perché lui non mi piaccia.
Ma perché tra noi il sesso è diventato un compito da svolgere bene.

All’inizio era diverso.
Poi qualcosa si è spenta lentamente.

Mi serviva che gli piacessi, dovevo sembrare la scelta perfetta.
Allora ho alzato un poco il tono dei sospiri.
Accettavo proposte senza farmi troppi problemi.

A lui brillavano gli occhi.
Io invece restavo inchiodata alla parte inventata.

Adesso, quando ci sdraiamo, sembra un set cinematografico.

Serve il verso esatto nel secondo preciso.
La schiena va sollevata così: l’ho imparato da certe scene sullo schermo.
Poi arrivano le parole che lui spera di ricevere, quelle oscene.

Invece la mia testa è da un’altra parte.

Lui crede di farmi volare chissà dove,
intanto io fisso uno sbaffo bianco in alto.

Mi dico:
devo segnare il pagamento del contatore del gas.

Poi mi giro appena: magari così capisce e si sbriga.
Ho gli occhi pesanti.
Vorrei solo dormire.

In mezzo alla vicinanza, spunta il vuoto.

Mi sembra di avere le mani sporche.
Non a causa del corpo, ma della parola detta male.

Lui giace scoperto, fragile,
certo di avermi raggiunta davvero.

Io sto ferma, senza vestiti,
chiusa dentro una maschera che non trema.

Quello che più mi spaventa è proprio la paura.
Il pensiero di non farlo più mi blocca dentro.

E se stasera rimanessi ferma, senza dire nulla?
Oppure se dicessi a Marco:
“Non mi va. Mi duole. Non provo niente.”

Potrebbe accorgersi della vera me:
una persona comune, lenta certe volte,
che non sempre desidera,
che cerca dolcezza invece di gesti complicati.

E se la vera Giada fosse insipida?
Forse andrebbe da un’altra
a cercare quel fuoco che pensa di tenersi tra queste mura.

La sera prima, dopo, sono andata in bagno.

Lui si è avvicinato con il viso umido e gli occhi accesi.
Ha appoggiato le labbra al mio orecchio
dicendo parole che non meritavo.

Io non ho risposto.

Lo specchio mi ha restituito un’immagine sbagliata:
quella di qualcuno che fingeva da troppo tempo.

Mi sono lasciata scivolare giù,
ferma sopra la tazza del bidè.
L’acqua aperta nascondeva quello che non volevo far sentire.

Nessun rumore fuori.
Solo lacrime che cadevano piano.

Là dentro lui riposava, tranquillo,
con quel premio tra le mani.

Io restavo ferma, vuota,
a domandarmi fino a quando
avrei continuato quella finzione
senza perdere il senso di ciò che è reale.

Chiamarmi Giada è solo l’inizio.
A trentun anni, capita di recitare alla perfezione
senza mai avere il ruolo principale.

Nella storia che vivo tra le lenzuola,
spesso resto fuori dai titoli di coda.



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