RAFFAELE SOLLECITO

Raffaele Sollecito, i suoi guai non sono ancora finiti

Condannato e assolto. Di nuovo considerato colpevole e poi dichiarato innocente, questa volta definitivamente. Non fu Raffaele Sollecito il 1° novembre 2007 a uccidere la studentessa inglese Meredith Kercher: lo ha stabilito la Corte di Cassazione assolvendolo “per non avere commesso il fatto”.

Uguale giudizio per Amanda Knox, la sua fidanzata americana, accusata anche lei del delitto. Per Sollecito le porte del carcere si erano aperte il 6 novembre 2007 e dietro le sbarre è rimasto fino al 3 ottobre 2011.

La sentenza che ne ha confermato l’estraneità è del 27 marzo 2015. Unico responsabile dell’omicidio è stato giudicato l’ivoriano Rudy Guede. Ora, 13 anni dopo l’inizio della vicenda, è Raffaele ad accusare: «Mi hanno ridotto sul lastrico». Con Gente si sfoga così: «Non ho fatto nulla, però sono trattato come una persona che non è degna di alcun tipo di rispetto. Ho subìto sei mesi di isolamento e quattro anni di carcere da innocente. Nell’assoluzione si parla esplicitamente delle gravi omissioni degli investigatori e del fatto che ci fossero responsabilità precise durante le indagini.

Ho visto distrutti i miei sogni, sto facendo una fatica immensa per ricostruire la mia vita e non mi viene riconosciuto alcun risarcimento per ingiusta detenzione. Ho già sostenuto negli anni passati 400 mila euro di spese legali, ho dovuto vendere beni di famiglia. Ma devo ancora ai miei avvocati, Giulia Bongiorno e Luca Maori, circa 600 mila euro di parcelle. Con il mio lavoro non ce la farò mai a ripianare il debito», ci spiega.

«Di fatto i miei legali hanno messo quelle fatture in un cassetto. Si tratta comunque di una continua spada di Damocle che pende sul mio futuro », conclude. Già nel 2017 la Corte d’Appello di Firenze aveva negato a Sollecito l’indennizzo per il tempo trascorso senza colpa in cella. In sostanza per i giudici le dichiarazioni di Raffaele nei primi giorni dopo il delitto furono contraddittorie, il che lo avrebbe reso automaticamente un sospettato. Il suo secondo passo è stato citare a giudizio i giudici e i magistrati che nei vari procedimenti avrebbero travisato prove e fatti contro di lui.

Ma adesso anche il Tribunale di Genova, su cui ricade la competenza per vicende giudiziarie che coinvolgano magistrati fiorentini [fu la Corte d’Appello di Firenze a condannare Sollecito e la Knox prima della assoluzione definitiva, ndr.], gli ha rifiutato un risarcimento. Su quest’ultimo caso, Sollecito rivela a Gente: «Ne ho viste tante nei miei processi, ma è stata una sorpresa l’avere scoperto fortuitamente che ora l’Avvocatura dello Stato ha chiesto un parere sulla vicenda direttamente ai magistrati che si sono occupati del mio caso». Bisogna precisare che l’Avvocatura deve dare notizia della pendenza del giudizio promosso da Sollecito a tutti i magistrati coinvolti nella vicenda.

Raffaele sostiene però che è stato richiesto un parere a quegli stessi magistrati che, se emergessero loro responsabilità, l’Avvocatura dovrebbe in seguito perseguire. Va precisato che non esiste una norma che lo vieti. Raffaele ha un altro cruccio. «Per me è molto triste che Amanda Knox, quando è tornata negli Stati Uniti, sia stata accolta quasi da eroina. Là non mettono in dubbio la sua innocenza mentre io, italiano, carcerato e assolto in Italia, vengo trattato sempre con sospetto». Come se lo spiega? «I colpevoli, secondo me, sono tutti coloro i quali hanno seguito le ipotesi accusatorie senza aspettare di approfondire e capire che stava succedendo.

Quindi a priori hanno offerto al mondo una immagine di me tremenda: freddo, manipolato, spietato». Questo continua a crearle difficoltà nella vita di tutti i giorni? «Inizialmente sì. Due aziende, una francese e una inglese, alle quali mi ero presentato per un impiego, dopo aver superato tutti i test non mi assunsero perché, dissero, non sapevano in che modo gestire l’esposizione mediatica cui le avrebbe costrette la mia presenza».

Ora va meglio? «Vivo a Milano, lavoro per una azienda che non si pone problemi di quel genere: loro mi valutano per quel che sono, un ingegnere che fa il suo mestiere». Cosa ha imparato dalla sua vicenda? «Ero un ragazzo di 23 anni, non avevo la minima idea di cosa fosse un interrogatorio di polizia, ho avuto fiducia in chi avevo di fronte». Ora non ha più fiducia? «Sarei più guardingo. Starei attento a non cadere in trappola», ci confida.

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