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"Vi abbiamo scoperto". Garlasco, Massimo Giletti choc: fatti raccapriccianti. "Ora dovete parlare"

Delitto di Garlasco, lo scontro a Lo Stato delle Cose sul computer di Alberto Stasi

Nel programma di Massimo Giletti si torna a parlare del delitto di Chiara Poggi. Confronto acceso tra gli esperti sui file informatici e sulle vecchie accuse



Nel programma di Massimo Giletti si torna a parlare del delitto di Chiara Poggi. Confronto acceso tra gli esperti sui file informatici e sulle vecchie accuse



Il caso dell omicidio di Chiara Poggi continua a generare dibattiti e contrapposizioni giudiziarie, riproponendo interrogativi a distanza di quasi vent anni dai fatti. La giovane venne uccisa il tredici agosto duemilasette nella villetta di famiglia, mentre il fidanzato dell epoca, Alberto Stasi, è stato successivamente condannato in via definitiva a sedici anni di carcere. La vicenda è tornata al centro dell attenzione durante una puntata della trasmissione Lo Stato delle Cose, il programma di approfondimento condotto da Massimo Giletti su Rai Tre, che ha ripercorso le valutazioni tecniche e processuali legate al materiale informatico sequestrato all epoca dei fatti, offrendo uno spazio di confronto molto articolato tra diverse interpretazioni professionali e giuridiche.

Durante la trasmissione si sono confrontati l ingegnere Porta, già perito del giudice Vitelli nel processo di primo grado che si concluse con l assoluzione di Stasi dall accusa di omicidio, e Paolo Reale, consulente informatico della famiglia Poggi. Il confronto si è concentrato sulla lettura dei file recuperati dai dispositivi elettronici di Stasi. L ingegnere Porta ha sostenuto con decisione che sul computer non vi fossero file di natura pedopornografica, adducendo un errore tecnico da parte dei Ris nell interpretazione di un software di ricostruzione, e ribadendo come tali valutazioni siano state determinanti per comprendere la Reale natura dei dati digitali esaminati in quella fase investigativa complessa e delicata.

Porta ha fatto l esempio di una mail finita nello spam con contenuti illegali emersi durante il recupero senza che l utente ne fosse a conoscenza, indicando specificamente il file denominato zero ventitré part come un video legato a un programma della Rai di Gianni Minoli e non a materiale illecito, precisando inoltre che sul disco esterno non c era nulla di tutto ciò. Questa tesi tecnica punta a dimostrare come determinati software di recupero dati possano generare equivoci interpretativi notevoli se non vengono analizzati con la massima precisione scientifica e con una profonda comprensione dei meccanismi informatici sottesi al funzionamento dei sistemi operativi dell epoca.

Di parere opposto è Paolo Reale, il quale ha ribadito che il materiale informatico esisteva nei dispositivi e che i Ris avevano il dovere di segnalarlo alla procura dopo averne rilevato la natura illecita. Reale ha spiegato che la memoria informatica subisce cancellazioni e sovrascritture, e che il Ris ha individuato frammenti di dati in seguito analizzati.

L esperto della famiglia Poggi ha ricordato che la questione fu valutata dal giudice per l udienza preliminare Vitelli, il quale dispose il rinvio a giudizio di Stasi per la detenzione di quel materiale, ritenendo che sussistessero elementi sufficienti per portare la questione all attenzione del dibattimento penale e consentire una valutazione collegiale da parte dei giudici competenti della corte di Cassazione italiana oggi.

Secondo Reale, la sentenza della Cassazione che ha assolto Stasi da tale capo d imputazione non smentisce l effettiva presenza dei dati sul disco fisso, ma stabilisce che non vi era la prova di una visione o di uno scaricamento volontario da parte dell utilizzatore. Il consulente ha inoltre sottolineato che esiste una netta differenza logica e giuridica tra l oggettiva presenza di file all interno di una memoria digitale e la dimostrazione certa della consapevolezza da parte di chi quel computer lo utilizzava quotidianamente, separando quindi il dato informatico puro dall elemento soggettivo del reato contestato nei vari gradi di giudizio.

La trasmissione ha poi affrontato la rappresentazione pubblica della vicenda e l impatto delle contestazioni sull immagine di Alberto Stasi. L avvocato Antonio De Rensis, difensore di Stasi, ha criticato aspramente la narrazione mediatica e processuale sviluppatasi nel corso degli anni. Il legale ha sottolineato che la Cassazione ha escluso la responsabilità del suo assistito in merito a quei contenuti, denunciando il peso gravoso che tali accuse hanno avuto sulla sua reputazione pubblica e sulla percezione generale della sua figura all interno del dibattito collettivo sviluppatosi attorno alla tragica scomparsa della giovane Chiara Poggi in quella drammatica giornata estiva.

La discussione si è quindi spostata sulla requisitoria pronunciata il diciassette dicembre duemilaquattordici dalla procuratrice generale Laura Barbaini durante il processo d appello, nella quale la magistrata aveva fatto riferimento a deviazioni sessuali e immagini raccapriccianti, chiedendo una condanna a trenta anni di reclusione. L avvocato De Rensis ha contestato con forza l uso di tali espressioni, sostenendo che l utilizzo del termine raccapriccianti fosse privo di una base scientifica o psicopatologica e che le immagini fossero normali filmati pornografici privi dei caratteri descritti dall accusa, alimentando secondo la difesa una narrazione non suffragata da adeguate competenze specialistiche in materia clinica o psichiatrica.

Nel corso dell inchiesta giornalistica condotta dal programma televisivo Lo Stato delle Cose la redazione ha cercato di avvicinare Laura Barbaini per avere chiarimenti ufficiali. L obiettivo era ottenere risposte sulle affermazioni pronunciate durante la requisitoria e sui colloqui intercorsi con il capitano Marino dei Ris relativi ai pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Sollecitata dalle domande del giornalista l ex magistrata ha scelto la strada del silenzio rifiutandosi categoricamente di rispondere e di commentare il materiale probatorio o le indagini.

Questa decisione ha alimentato il dibattito nello studio di Massimo Giletti mostrando la complessità di ristabilire un confronto trasparente su questioni processuali delicate. La scelta di non replicare alle richieste della trasmissione ha confermato la difficoltà di riaprire un dialogo costruttivo e condiviso su passaggi determinanti che continuano a caratterizzare la complessa vicenda giudiziaria legata al tragico omicidio di Chiara Poggi avvenuto molti anni prima.

Il silenzio della magistrata ha provocato la reazione immediata di Massimo Giletti, che ha commentato l accaduto con una frase destinata a far discutere. Il conduttore ha espresso il proprio stupore per la difficoltà di ottenere risposte dai protagonisti delle precedenti fasi processuali su questioni ancora aperte, evidenziando come la ricostruzione dei fatti resti complessa. A quasi vent anni dalla morte di Chiara Poggi, il confronto televisivo ha mostrato la persistenza di letture contrapposte tra periti e giuristi, lasciando irrisolti gli interrogativi sulla gestione delle prove e sulla memoria giudiziaria di uno dei casi di cronaca più complessi della storia italiana recente.



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