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“Ho ucciso mio padre”. Morto il famoso del cinema italiano, la figlia chiama i carabinieri: come lo hanno trovato. Arrestata

Milano, critico cinematografico trovato morto legato in casa: arrestata la figlia cinquantaseienne

La chiamata al 112 e la confessione choc dopo il ritrovamento del corpo dell’ottantasettenne Carlo Jacob in via don Giovanni Calabria



La chiamata al 112 e la confessione choc dopo il ritrovamento del corpo dell’ottantasettenne Carlo Jacob in via don Giovanni Calabria



Una telefonata disperata al numero unico per le emergenze ha svelato un dramma consumato tra le mura domestiche in una palazzina di Milano. Nel pomeriggio di domenica 25 ottobre, un appartamento situato al primo piano in via don Giovanni Calabria, nella periferia nord-orientale del capoluogo lombardo e precisamente nella zona Cimiano, è diventato teatro di una scoperta fatale. L’intervento dei soccorritori è scattato poco dopo le quindici, quando una donna ha composto il centododici per chiedere aiuto immediato, segnalando che un suo familiare si trovava in condizioni gravissime e disperate.

Dall’altro capo del filo, gli operatori della centrale operativa hanno ascoltato parole che lasciavano presagire una gravissima tragedia, anticipate da una frase inequivocabile pronunciata dalla stessa residente. La richiesta urgente di intervento non è tuttavia bastata a evitare il peggio, attivando immediatamente la complessa macchina dei soccorsi sanitari e l’intervento tempestivo delle forze dell’ordine direttamente sul posto. Diverse unità si sono subito mosse per raggiungere l’abitazione indicata dalla donna durante la chiamata drammatica ricevuta dai servizi di emergenza.

La situazione all’interno della palazzina richiedeva la massima celerità da parte di tutti i soggetti coinvolti nelle operazioni di soccorso. I militari dell’arma e il personale medico hanno percorso rapidamente i corridoi e le scale per prestare aiuto immediato alla persona segnalata in pericolo di vita. Nessun dettaglio è stato trascurato durante queste prime fasi concitate che hanno preceduto la scoperta choc avvenuta nella camera da letto principale della casa.

La gravità della comunicazione telefonica aveva già messo in allerta i soccorritori sulla complessità dello scenario che avrebbero trovato una volta varcata la soglia di quell’appartamento situato nel quartiere periferico milanese. Ogni singolo istante vissuto in quei momenti concitati pesava come un macigno sulle decisioni operative prese dalla catena dei soccorsi. Le autorità competenti hanno gestito l’emergenza seguendo rigorosi protocolli stabiliti per questi specifici casi di richiesta disperata d’aiuto domestico. Il lavoro congiunto tra i diversi reparti intervenuti ha permesso di mettere in sicurezza l’area e di avviare subito i riscontri investigativi necessari alla comprensione dei fatti drammatici appena consumati. La centrale ha coordinato ogni mossa successiva con grande attenzione metodologica.

Quando il personale sanitario del centododici e del centodiciotto ha raggiunto l’abitazione, la situazione è apparsa subito irreversibile agli occhi degli operatori intervenuti. Nella camera da letto si trovava il corpo senza vita di un uomo anziano e i soccorritori hanno potuto soltanto constatarne il decesso. Sul posto sono arrivati rapidamente i carabinieri del nucleo Radiomobile e della Compagnia Porta Monforte per avviare i primi rilievi di polizia giudiziaria. Gli accertamenti tecnici effettuati all’interno dell’appartamento hanno portato alla scoperta immediata di alcuni oggetti che hanno subito attirato l’attenzione investigativa.

Accanto al letto erano presenti nastro adesivo, cotone, cinghie e legacci, materiali specifici utilizzati per contenere i movimenti fisici e la voce. La vittima è Carlo Jacob, ottantasette anni, originario di Udine e per anni attivo come noto critico cinematografico, un’attività professionale legata allo studio, all’analisi e al racconto dei film che è rimasta inevitabilmente in secondo piano dopo la drammatica scoperta dell’accaduto. A chiamare i soccorsi è stata sua figlia, Giovanna Jacob, cinquantaseienne che abitava stabilmente insieme al padre e che avrebbe pronunciato la frase di allarme prima dell’arrivo dell’ambulanza.

La donna è stata immediatamente accompagnata in caserma e a lungo ascoltata dal pubblico ministero di turno, Guido Schirinnà. Durante l’interrogatorio formale, la cinquantaseienne avrebbe ammesso le proprie responsabilità davanti al magistrato inquirente, fornendo la sua versione dettagliata dei fatti sulle enormi difficoltà affrontate quotidianamente nell’assistenza al genitore. Secondo quanto riferito agli inquirenti, l’uomo soffriva da circa un anno di gravi problemi di salute, in particolare di una forma di demenza vascolare che ne aveva progressivamente debilitato l’autonomia personale fino a impedirgli completamente di alzarsi dal letto nel corso delle ultime settimane, aggravando la convivenza nella palazzina con continui episodi di agitazione e grida sempre più frequenti che richiedevano un costante e logorante impegno assistenziale.

A questo quadro clinico particolarmente complesso si sarebbero aggiunti episodi ricorrenti di agitazione e grida sempre più frequenti che la figlia ha dichiarato apertamente di non riuscire più a gestire in alcun modo. In alcune occasioni precedenti, proprio per impedirgli di muoversi liberamente e di gridare, la donna avrebbe utilizzato bavagli e legacci, una pratica pericolosa alla quale avrebbe ammesso senza esitazioni di essere ricorsa anche in passato per fare fronte alla gravissima situazione domestica.

Uno degli aspetti più inquietanti emersi durante l’intera attività investigativa riguarda proprio le motivazioni dichiarate dalla cinquantaseienne agli inquirenti. La donna avrebbe spiegato nel corso dell’atto istruttorio di aver legato e imbavagliato il padre anziano per contenere le crisi comportamentali legate alla sua malattia e, in particolare, per evitare problemi con gli altri residenti del condominio, fortemente preoccupata che le urla continue potessero disturbare i vicini di casa.

Dagli elementi finora raccolti dagli investigatori risulterebbe che alcuni condomini si fossero effettivamente interessati alle condizioni di salute dell’anziano notandone le urla prolungate e informandosi informalmente sulla situazione, sebbene allo stato attuale non risultino denunce formali precedenti presentate formalmente contro la famiglia. Il momento decisivo della tragedia si è consumato proprio domenica venticinque ottobre, quando l’anziano sarebbe stato immobilizzato con legacci stretti attorno ai polsi e alle caviglie, mentre la bocca veniva coperta con del nastro adesivo prima che la figlia si allontanasse temporaneamente dalla stanza.

Al termine dell’interrogatorio condotto dal pubblico ministero Guido Schirinnà, Giovanna Jacob è stata sottoposta a fermo di polizia giudiziaria in flagranza di reato e trasferita nel carcere milanese di San Vittore in attesa dell’udienza di convalida ufficiale davanti al giudice per le indagini preliminari. La contestazione penale mossa a suo carico è quella di omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela.

Resta ora da chiarire ogni singolo dettaglio della complessa dinamica giudiziaria e medico-legale, compresi i tempi esatti nei quali l’anziano è rimasto immobilizzato nell’abitazione e le cause precise del decesso avvenuto per soffocamento, mentre l’autorità giudiziaria prosegue tutti gli accertamenti necessari nel pieno rispetto della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva che sancisca le responsabilità penali della donna coinvolta in questa triste vicenda familiare.



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