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Nove giorni senza ascensore, ho scoperto chi abita davvero nel mio palazzo



La mattina seguente il telefono ha squillato appena mi ero seduta al tavolo della cucina. Sul display, il nome di Marta. «Rosa», ha detto subito, «ti scrivo dall’ufficio, ma ho sentito cosa è successo. Sei già andata a trovare Assunta?»



«No, non ancora. Sto aspettando che Franca mi risponda. Però ho il brutto presentimento che non la troveremo come prima».

«Anch’io. Ero in pizzeria ieri sera, e mi è sembrata strana l’assenza di Marco… Ma poi mi sono detta che forse anche lui è sopraffatto da tutto questo».

Il peso di quelle parole si è seduto con me sul tavolo. Abbiamo concordato di fare un salto lì tutte insieme appena possibile, anche per togliere un po’ di solitudine a quella casa che fino a poco fa era un punto di riferimento per tutti.

Più tardi, Franca mi ha scritto: «Ho parlato con i custodi. La chiave funziona ancora. Quando vuoi, salgo con te».

Mi ha fatto piacere sentirla così rapida, ma nei suoi messaggi sentivo una specie di apprensione che non ricordavo. Ci siamo date appuntamento poco dopo al pianerottolo, e siamo salite insieme.

All’ingresso di Assunta, il silenzio era pesante come un sipario. Mentre giravo la chiave nella toppa, ho avvertito un nodo alla gola.

La cucina è stato il primo luogo che abbiamo controllato. La sedia di legno, dove un tempo Assunta chiacchierava con noi, era pronta a accoglierla, ma lei non c’era. Franca ha subito tirato fuori il suo telefono per chiamarla, ma nessuna risposta.

Abbiamo esplorato lentamente gli altri ambienti, con una discrezione che sapeva di delicatezza e paura. Niente sembrava fuori posto, ma c’era qualcosa di non detto, sospeso nell’aria, come se la casa stessa trattenesse il respiro.

Franca ha posato una mano leggera sulla mia spalla e mi ha guardata negli occhi: «Dobbiamo chiamare Marco e dirgli che siamo qui. Non può stare fermo a preoccuparsi così, senza sapere».

Ho annuito, sentendo il peso di quella responsabilità che improvvisamente si è allargata fino a inglobarci tutte.

Pochi minuti dopo, Marco è arrivato trafelato, con in mano un mazzo di chiavi e uno sguardo rassegnato.

«Grazie per essere venute», ha detto senza tante formalità. Poi, indicandoci la porta chiusa della camera di Assunta: «Penso che dobbiate vedere con i vostri occhi».

Una stretta nel petto mi ha impedito di dire qualcosa. Franca e io ci siamo scambiate un breve sguardo, un silenzio carico di quella complicità nata in quei pochi giorni di convivenza forzata.

Appena abbiamo varcato la soglia, ci ha investito un odore di vecchio. Il letto era rifatto, ordinato, ma la finestra aperta lasciava entrare un vento freddo che sembrava voler trascinare via ogni traccia di vita.

Assunta era lì, seduta sulla sedia a rotelle, la testa china, il volto appesantito dal dolore e dalla fatica.

Le ho preso la mano piano, senza forzare il contatto. Lei ha aperto gli occhi, confusi, e con un filo di voce ha detto: «Non sapevo… pensavo di essere sola qui, anche se Marco mi chiama sempre…»

Francamente mi sono sentita turbata. La solitudine, che avevamo creduto superata con quelle chiacchiere sulle scale e il caffè in androne, era un’ombra più lunga e profonda.

Avevamo fatto un passo avanti, certo, ma c’erano ferite da sanare e muri invisibili da abbattere.

«Non sei sola, Assunta», le ha detto Franca con voce ferma e dolce, «noi siamo qui. Tres giorni fa, quando l’ascensore si è fermato, abbiamo tutti scoperto che potevamo fare squadra. Questa non è una fine, è un nuovo inizio».

Assunta ha guardato Francesca come se cercasse una verità che non riusciva a credere.

«Voi, il palazzo… è diventato una famiglia?»

Ho visto Franca sorridere, e con lei ho sentito la parola prendere peso.

«Non proprio una famiglia, ma qualcosa di più concreto di semplici facce da corridoio.»

Quella risposta ha acceso un barlume negli occhi di Assunta. Per la prima volta, forse, ha compreso che non era così isolata come pensava.

Vedendo quell’apertura, Marco ha cominciato a raccontare delle sue giornate, del lavoro, delle emergenze, ma anche del senso di impotenza che a volte lo soffocava.

«Non sono mai riuscito a chiederle davvero come stava», ha ammesso con un sorriso mesto.

Le parole hanno cominciato a scivolare via dalle nostre bocche con meno fatica.

Franca ha tirato fuori una tazza dalla cucina e l’ha riempita con il tè che aveva portato prima di salire.

«Per iniziare, vi offro un tè», ha detto.

Abbiamo iniziato a crearlo quel momento di tranquillità di cui tutti avevamo bisogno, seduti in quella stanza che per troppo tempo era stata silenziosa.

«Ricordate la sedia al terzo piano?», ho chiesto.

Francamente ha annuito; il suo sguardo è andato alla finestra.

«Quel gesto… era molto più di una comodità».

«Un segno di presenza», ha aggiunto Marco.

«Un modo per dirci che non siamo invisibili», ho detto, mentre guardavo Assunta.

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