Non tutti sanno chi è Arianna Rapaccioni moglie di Siniša Mihajlovic? Chi sono i 5 figli


Siniša, poco prima di andar via, mi ha ricordato una cosa: quando ha iniziato a pregare in modo costante non diceva più la parola “voglio”, ma “grazie”. Ecco, ricordare questo aneddoto so che oggi gli farebbe piacere». Dopo le parole del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, solo applausi e lacrime. Un’aquila vola in cielo fuori dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli, a Roma. È Olimpia, aquila simbolo della squadra della Lazio dove Siniša Mihajlovic ha giocato per sei straordinarie stagioni.

“Chi” era presente ai funerali del campione, che si sono svolti lunedì 19. La cerimonia, come scrivevamo, è stata celebrata dall’arcivescovo di Bologna, ultima città in cui Siniša ha allenato, ma soprattutto luogo in cui ha scoperto e lottato per difendersi dalla malattia, la leucemia mieloide acuta, che lo aveva colpito nel 2019. Accanto al cardinale Zuppi c’era un prete arrivato dalla Serbia, il Paese di Mihajlovic, che ha riportato le parole della premier Ana Brnabic: «Miha, come lo chiamiamo in Serbia, è nato in un luogo che non c’è più.

Un piccolo paese. Ma lui con la sua forza, come se fosse una star, una rockstar amata da tutte le generazioni, ha costruito attorno a sé un mondo, un paese più grande pieno d’amore. Dinanzi alla malattia non è mai scappato. La fragilità grazie a lui non è stata un muro, ma una porta». Il mister lottava e pregava: gli ultimi giorni, nel pieno della sua fragilità emotiva e fisica, possiamo riassumerli così. Prima del ricovero, avvenuto martedì 13 dicembre nella clinica Paideia, a Roma, aveva ancora quella voglia di non mollare nonostante un corpo debilitato da farmaci su farmaci e da due interventi chirurgici invasivi per il trapianto di midollo.

A sua moglie Arianna, prima che la situazione precipitasse, aveva detto di voler fare una camminata. Lei si era opposta, ma con Siniša le imposizioni poco contavano. Forse in quel momento voleva testare il suo corpo. Poi, tornato a casa, ha iniziato a coccolare Violante, la figlia di Virginia e sua unica nipotina, senza staccarsi più da lei. «Voglio morire vecchio e con in giro per casa un sacco di nipoti», aveva detto in una delle sue ultime interviste.

Purtroppo questo sogno non si potrà realizzare. Quando martedì 13 dicembre la leucemia si è mostrata con tutta la sua violenza, c’è stato il ricovero immediato. L’allenatore aveva capito ma, nel fondo del suo cuore, non voleva arrendersi. Ringraziava di continuo infermieri e medici e ripeteva sempre la stessa domanda: «I valori sono buoni?». Accanto a lui, causa Covid, le visite non potevano avvenire se non centellinate e a turni.

I suoi figli e sua moglie non si sarebbero mai staccati da quel letto di dolore, eppure lo hanno dovuto fare fino a quando per il campione non è arrivato l’ultimo respiro. «Siniša non è mai scappato, ma ha affrontato la difficoltà con coraggio. Diceva: “Non sono superman, ma devo combattere e non mollare mai”», ha ricordato il cardinale Matteo Maria Zuppi. Poi le parole della moglie Arianna: «Quando non sarai più parte di me, ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle. Allora il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte».

Le parole di Virginia, che lo ha reso nonno: «Avrei bisogno di un tuo abbraccio, con il tuo profumo che rimane addosso come la tua anima che rimaneva addosso. Mi hai protetta da ogni cosa. Tu sei stato troppo per tutti. Promettimi che ti farai sentire, ho ancora bisogno di te». E infine quelle della primogenita Viktorija, che ha scelto i versi di Eugenio Montale: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto a ogni gradino».

Chi scrive ha avuto la fortuna di condividere diversi momenti con Siniša Mihajlovic. Mi aveva “affidato” le sue figlie per proporle come concorrenti all’Isola dei famosi: ricordo che era contrariato, ma dinanzi agli sguardi di Viky e Virgi non aveva saputo dire di no. Infine mi aveva detto: «Se succede qualcosa, ti spezzo le braccia». Poi un sorriso seguito da un abbraccio: «Trattamele bene». Anche quando ho aiutato Viky a scrivere il suo libro (Siniša, mio padre, edito da Sperling & Kupfer), fu subito no. Poi, man mano che leggeva i capitoli, l’idea iniziava a piacergli. Un giorno, a stesura finita, mi aveva chiamato per chiedermi: «Quella parte dove le mie figlie raccontano che io entro nella loro stanza con il naso da clown, la lasci? ». E io, titubante: «Mister, tu che ne pensi?». Pausa.

E lui: «Ma sì, lasciala, così non penseranno che sono sempre Siniša il duro». E ancora, le partite a calcetto d’estate poco prima della dannata malattia. Io in porta, lui che mi guardava da fuori aerea e mi diceva: «Sei troppo scarso, tiro a occhi chiusi». Quella punizione l’avevo parata, ma solo perché credo che mi abbia fatto fare bella figura con tutti i presenti. Altrimenti, quando tirava Siniša, era gol.

Ma torniamo al presente, ai funerali: fuori dalla chiesa, oltre duemila persone. Non appena appare la bara portata da suo “fratello” Roberto Mancini, dagli ex colleghi Pippo Pancaro, Dejan Stankovic, Attilio Lombardo e dal pugile Vincenzo Cantatore, improvvisamente tutti i tifosi presenti – della Roma, della Lazio, del Bologna – iniziano a intonare il coro che a lui tanto piaceva: «E se tira Siniša… E se tira Siniša è gol!». Immaginate la gente con gli occhi stracolmi di lacrime e un coro che unisce tifoserie diverse nel nome di un solo uomo. Purtroppo l’ultima punizione tirata da Mihajlovic è stata una pallonata che ha colpito in faccia chiunque lo avesse amato. Adesso bisogna amare, abbracciare chi resta perché Siniša avrebbe voluto soltanto questo: amore per la sua famiglia.

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